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I colossi del web e le tasse (italiane) che nessuno vuole pagare

E’ di questi giorni la notizia che Google, una delle società più ricche e potenti al mondo, sia in realtà un “piccolo” contribuente per lo stato italiano. Stando alle notizie, infatti, la società californiana – attivissima in Italia come in tutto il resto del globo – verserebbe nelle casse dell’erario “solo” 1,8 milioni di euro all’anno a fronte di un utile dichiarato di 2,5 milioni di euro.

Apriti cielo: i giornali gridano allo scandalo e tutti puntano il dito su Big G e su tutti gli altri colossi del Web (come Facebook ed Amazon per fare i nomi) che, nonostante profitti da urlo, non figurano mai nella classifica dei “top contribuenti” del bel paese grazie ad un sistema (tipico delle multinazionali) in cui i profitti vengono “gestiti” al fine di ridurre il “costo fiscale” per l’azienda.

Ora, è pacifico che in un mondo ideale le tasse dovrebbero essere pagate nel paese dove la ricchezza viene prodotta, tuttavia la globalizzazione ci ha abituato che le cose molto raramente stanno in questi termini. Si vende dove c’è ricchezza, si produce dove c’è povertà e le tasse si pagano dove è più conveniente. Questa è, in modo molto semplicistico, la regola del mondo globale.

Nello specifico, queste “multinazionali del Web” hanno stabilito il proprio quartier generale per il vecchio continente in Irlanda, paese noto per avere da sempre una tassazione di assoluto vantaggio per le aziende, cosa che ha portato valanghe di investimenti esteri nell’isola britannica a scapito degli altri paesi europei (molti dei quali – vedi Italia – decisamente poco attraenti dal punto di vista dei capitali esteri).

Volendo fare i moralisti (e fermandosi ad una lettura superficiale dei fatti) il comportamento di Google e degli altri protagonisti del Web non può che essere condannato – sembra obiettivamente troppo esiguo il contributo che Google da alla società italiana! – ma se si analizzano con maggior attenzione i fatti le cose assumono una luce, almeno in parte, differente.

1) Google avrebbe pagato 1,8 milioni di imposte su un utile netto di 2,5 milioni di Euro. Facendo due conti, e dando per buone le cifre circolate in questi giorni, Big G avrebbe versato allo stato italiano il 72% dei propri utili! In termini percentuali è una immensità.

2) Google – come tutte le altre aziende citate – vive d’innovazione e l’innovazione richiede investimenti. Secondo voi potrebbe esistere un “Google Italiano” con una simile voracità fiscale? Come può un’azienda pianificare investimenti, correre dei rischi, effettuare acquisizioni… se il paese dove lavora pretende per se tutti i frutti prodotti?

3) Google, come tutte le aziende moderne, risponde a degli stimoli: se un paese (europeo!!!) gli offre ospitalità garantendo un tax rate di vantaggio, per quale motivo non dovrebbe approfittarne?

I tre punti citati, ovviamente, non vogliono essere una difesa del comportamento di queste grandi aziende – che, per carità, non hanno certo bisogno del mio intervento – ma vogliono essere lo spunto di riflessione per mettere l’accento sul reale problema che NON è il comportamento di Google, Facebook o Amazon.

Il problema vero è il nostro sistema paese e l’architettura globale nel quale si inserisce: se le mie pretese fiscali sono eccessive le aziende se ne vanno. Se un paese vicino offre condizioni migliori, in assenza di frontiere ed in base alla teoria dei vasi comunicanti, si verificherà una migrazione di ricchezza da A verso B. Ovvio, banale e inarrestabile.

Non è l’azienda che va colpevolizzata ma il sistema: 1) livelli di tassazione esasperanti – come quelli italiani – sono controproducenti sotto ogni punto di vista; 2) l’architettura Europea non può avere al suo interno squilibri così vistosi tra i paesi ma dovrebbe mirare ad una armonizzazione dei sistemi fiscali; 3) le aziende non vanno spremute ed ostacolate (in Italia funziona così di solito) ma vanno incentivate ed assistite chiedendo loro il giusto contributo: in cambio si riceverà ricchezza e lavoro.

Concludendo: se Google e gli altri hanno commesso delle irregolarità fiscali è giusto, giustissimo che paghino il dovuto. Ma se così non è ed il loro comportamento risultasse ineccepibile dal punto di vista delle leggi… beh, si condannino le leggi ed il sistema perché sono loro i veri colpevoli.

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  • Marcello_1981

    “Attrarre investimenti esteri” è una locuzione sconosciuta al nostro paese. Siamo molto bravi, invece, a farci soffiare le aziende simbolo del Made In Italy felicissime di cogliere al volo ogni possibilità per abbandonare l’Italia. Qualche nome? Bulgari, Pomellato, Cova, Pernigotti, Loro Piana… solo per citare i casi più recenti.

  • Gianni Metitieri

    ma era così bellino letta oggi al TG che diceva agli americani e canadesi di investire in italia!!!! La rovina dell’ italia sono le troppe tasse, immagginate un italia con le tasse come l’ irlanda, allora si che forse cambierebbe qualcosa, ma con i nostri politici mangia soldi saremo costretti anche all’ iva al 22% a breve!!!

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