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Fatturare per clienti esteri: il reverse charge

Nel caso specifico di questo post parliamo di clienti esteri che però risiedano all’interno di stati membri dell’Unione Europea, ivi compreso il Regno Unito che ne è parte integrante pur avendo conservato la sterlina come valuta corrente; il reverse change (traducibile letteralmente in “Inversione contabile”), nasce per risolvere il problema relativo al pagamento dell’IVA, e alla sua detrazione, quando il cedente emette una fattura destinata ad un committente residente in un altro stato.

Cattura

Come è noto infatti, nonostante la UE possa essere considerata di fatto una comunità economica basata sull’unione monetaria, l’Imposta sul Valore Aggiunto varia da nazione a nazione sulla base della legislazione fiscale vigente e del regime tributario associato alla categoria merceologica di riferimento; anche se in più sedi se n’è sottolineata la necessità, ad oggi nel Vecchio Continente non esiste ancora un meccanismo di compensazione che permetta di utilizzare una procedura standard per la gestione transnazionale dell’IVA.

Nello specifico il reverse charge riguarda alcune categorie specifiche di compravendita, come per esempio i subappalti e la cessione/acquisto di materiale informatico; sostanzialmente esso prevede che il destinatario di una cessione di beni o di servizi sia tenuto ad assolvere l’obbligo del pagamento dell’IVA operando come sostituto d’imposta del cedente o del prestatore d’opera. In pratica dovrà essere il committente (in quanto soggetto passivo nel suo stato di residenza) a pagare la percentuale prevista a carico dell’imponibile.

Quindi, sulla base di quanto anticipato, il fornitore di beni o servizi non dovrà addebitare l’IVA in fattura, così come previsto dall’articolo 17 comma 6 del Dpr 633/1972, mentre sarà onere del cessionario (e non del cedente) calcolare e applicare tale imposta sulla base dell’aliquota prevista;  a tal proposito si tenga conto che le modifiche apportate al Dpr 633/1972 entrate in vigore il 1° gennaio del 2013 sembrerebbero suggerire l’obbligatorietà della procedura per l’integrazione successiva dell’IVA in fattura, ciò sia per le prestazioni d’opera e sia per le cessioni di beni.

L’inversione contabile, oltre che per la già citata mancanza di una camera di compensazione intracomunitaria, nasce dall’esigenza di rendere meno probabile il verificarsi di episodi di evasione fiscale tramite detrazioni non dovute nel caso in cui, come potrebbe accadere non di rado tra soggetti residenti in stati differenti, colui il quale emette la fattura non abbia la possibilità di verificare se il committente sia effettivamente un libero professionista o un’azienda.

Quelle fornite dal presente articolo sono naturalmente delle indicazioni di massima, prima di applicare il reverse charge sulle proprie fatture si consiglia di rivolgersi al proprio commercialsta per gli indispensabili chiarimenti.

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