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L'insonnia copre ciò che accade davvero con uno spesso strato rigido di grigio ghiaccio tenace. La crosta è grigia e dura. L'aria grigio-vetro. Non riesco proprio a ricordare. La comunicazione è interrotta. La donna in fiamme con il bambino in fiamme tra le braccia. Come la palpebra di lei fonde e si tra- sforma in polpa nuda, ciò che è nudo soltanto guar- da e fissa, un urlo nero-blu. Io non voglio vederla, Io non voglio vederla.
Brigitta Trotzig
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Postato il 05:21, 2/3/2010 |
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Un artista di cui non mi ricordo (forse come autore?). E me ne dispiaccio, perchè era grande.
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Postato il 01:09, 2/3/2010 |
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Vestita di bianco la bambina entrò nell'ospedale correndo dietro il suo cerchio come se entrasse in uno specchio. Gli uomini con le loro magre braccia all'aria guardavano gli aghi ipodermici con aria di fachiri. Lei era come un mughetto dentro un mattatoio.
J.M. Roca trad. Blumy

Canzone della lontananza
Seduti nel parco i muti tessono l'aria con il loro linguaggio silenzioso nelle cui gotiche parole raccontano una storia una canzone della lontananza.
Bisogna vederli, appena entra la notte gettare al vento le loro mani come un mulino come una frotta di colombe o guardare il linguaggio silenzioso dello stagno.
Vola, vola a portare le tue mani per parlare della notte.
J.M. Roca, trad. Blumy
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Postato il 11:39, 2/2/2010 |
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Che ti mormora il sangue negli orecchi
e alle tempie quando è là di febbraio che nel bosco ancora rinsecchito corre voce d’una vita che ricomincia e oscura geme negli animali insonni, s’agita nel mare e oltre il mare nei paesi ricchi e strani ove a tempo il fachiro nella bara di vetro tra vipere si sveglia?
Nei mesi alterni, nella primavera scontrosa un vento cupo chiama alla fatica per la notte piovigginosa i semi e le radici esauste e le ceppaie. È il tempo che soffia nelle ceneri, ravviva le faville sopite, dalle antiche ferite spiccia sangue. Tutt’intorno gli alberi consueti mettono fiori strani.
Rivedo le mie donne, i miei cari, tra l’uno e l’altro il tempo, il vento, l’uggia.
Mario Luzi
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Postato il 01:30, 2/1/2010 |
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A Ida C., che amavo perchè somigliava a mia madre

C'è stato qualcosa prima, come una musica sconosciuta, aliena , di strumenti invisibili, un'eco persa dentro il sonno, un brivido improvviso nel giardino, una parola appena balbettata, un ricordo indistinto, in quell'attimo - solo in quello - che ha preso forma e colore, un desiderio, un sogno come quelli dei bambini, un film di cose che hai vissuto (strade luci la nascita dei figli, il tuo primo incespicare nei ricordi), qualcosa, Ida, prima che il silenzio entrasse come un ladro dentro la tua bocca, prima che il buio ti chiudesse gli occhi?
9 dicembre 2008
Blumy
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Postato il 01:02, 1/28/2010 |
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La terra era un coltello di furente miseria e pietra dura. Noi troppo tardi ne avvertimmo il fischio sotto l’amaca verde della luce. I bambini intrecciavano le ossa: un gigante piegò nella sua mano un gran fuoco d’aironi. (Hanno contato il numero dei morti, A ogni passo un ciliegio senza viso Infilato nel buio dei cortili. Tra tuono e culla il pianto è cominciato, In un cielo di mosche. Poi, la sete). Mani di quarzo, mani d’antracite allacciate alla notte. Donne nere con sirene essiccate fra le braccia. Humus, canta una fiaba ai nostri figli Atterriti e dispersi. Fa’ che il sole Introduca una cetra negli abissi. Taci come gli uccisi, tuono oscuro. I perduti ti ascoltano, smarriti.
Cristina Sparagana, inedito |
Postato il 01:17, 1/21/2010 |
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Non una rosa rossa o un cuore di satin. Ti do una cipolla. È una luna avvolta in carta marrone. Promette luce come il cauto denudarsi dell'amore. Ecco. Ti accecherà di lacrime come un’amante. Renderà il tuo riflesso una foto tremolante di pianto Cerco di essere vera Non un biglietto carino o un baciogramma. Ti do una cipolla. Il suo fiero bacio ti starà sulle labbra, possessivo e fedele come siamo noi, per tutto il tempo in cui lo siamo. Prendila. I suoi cerchi di platino si stringono in un anello nuziale, se lo vuoi. Letale. Il cui profumo si attaccherà alle tue dita, si attaccherà al tuo coltello.
Carol Ann Duffy |
Postato il 11:48, 1/13/2010 |
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Dentro la scatola chiamata tempo
c'è una scatola chiamata stanza
e dentro la scatola chiamata stanza.
c'è una scatola chiamata tempo.
Dentro di esse io abito
e ascolto il fruscio delle scatole
sbattute
l'una contro l'altra.
Hezy Leskly |
Postato il 12:29, 1/11/2010 |
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Febbraio
Funamboli nella notte
e giocolieri del sogno
bevemmo allo stesso bicchiere
bocche che si baciavano senza unirsi
ravvisammo in quel gesto un assenso
arabeschi nel buio i nostri corpi
inganni e sortilegi perfetti
o tu il mago o io la strega
***
Giugno
Già scivola la sera
in mezzo all'uvaspina
una cicala stanca ci sorveglia
giù giù in fondo ai nostri corpi
niente di più sublime si compì
o mio sangue mio pane mio niente
***
Encantadora
eppure c’era qualcosa in mezzo al niente che avvolgeva come un manto le cose e mi portava lontano, forse cullata ammaliata forse da una musica strana da un nodo che sciogliendosi nell’aria la faceva tremare di dolcezza e mi sentivo sollevata creatura alata in mezzo al catrame all’odore cupo delle ciminiere, delle fabbriche che sputavano orrore e tutto questo ora non c’era più c’erano reti su cui si arrampicavano i fiori della passione adesso mi arrampicavo anch’io, passione e fiore
Blumy
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Postato il 01:22, 1/10/2010 |
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Va bene per Juana, Juana Torres; colei che faceva crescere la ruta e il mistero.
La nemica di Dio e dell’Inferno.
Lei ebbe il fior fiore degli amanti. Il castello in aria.
E se ne infischiava della morte, con la sua veste d’angoscia.
Questa è la mia Juana Torres, da capo a piedi; con la sua padella d’argilla nuova nuova per bruciare sei peperoncini di venerdì notte mentre cade la sua voce acre di tabacco, dicendo un Padre Nostro al rovescio e uno al diritto. Mentre cade la sua voce d’angelo perso con quattro Ave Maria al diritto e un Credo al rovescio…
Salve, Juana, il tuo spazio smisurato e pieno di occhi, i tuoi spilli penetrati di origano e tempate. La tua voce, che esce tonante da vecchie ciotole con aroma d’incenso, chiamando l’amata del vicino. Le tue mani che sistemano su sciupate fotografie di ragazze silvestri gli spilli magici prima vissuti in sigari miracolosi… Non facevi niente dell’altro mondo, niente dell’altro mondo piuttosto hai salvato cuori, reputazioni e ragazze ingannate.
Juana Torres. Che nome da dire con grazia!
Come deve fare Izalco senza il tuo nome! Senza il tuo nome che corre di bocca in bocca come un raro amuleto di presagi.
Come si deve vivere laggiù a Izalco, la tua morte che non vive! Il tuo silenzio senza fine, le cose che hai fatto, il vuoto che lasci. La tua grande cordialità con il mistero! Il tuo incedere su quelle strade sassose con la voglia di rendere felice il mondo.
Juana Torres, come vivo la tua morte che non vive.
Qui, dove esisto, mi chiedono di te, Juana cara, se sono vere le cose che si dicono di te, della nostra terra… Dubitano della tua lotta per trovare un senso al cuore, non credono che hai fatto ardere verdi erbe e peperoncini rossi… Però vogliono sapere com’è questa cosa del sigaro e dello scongiuro, la preghiera del patto col diavolo e altre cose come trovare una fidanzata, far sì che non deluda il marito, che la moglie non vada a letto con un altro in assenza dell’uomo, come fare soldi o vincere la lotteria.
Juana, domandano e non posso dire certe cose, non le devo dire…
Come posso spiegare che interrogavi la ruta e i segni e cresceva la pace e toglievi il malocchio? Come posso dire che col tuo olio d’iguana ungevi l’aria e l’amaro beverone della vita veniva dimenticato?
Juana, non faceva le carte giusto per farle. Lei, non costruiva fantocci giusto per costruirli.
Quando lei usava spilli e tabacco e capelvenere e santi a pancia sotto era perché i fidanzati si ritrovassero.
Questa è la mia Juana Torres, da capo a piedi. E mai fece passare il gatto per lepre. E se ne fregava delle dicerie. E piangeva come una Maddalena.
José Roberto Cea |
Postato il 01:10, 1/4/2010 |
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una ferita mi attraversa il corpo,
una spada lacera le stanze in cui abito,
d'ossa e di sangue.
arriva da lontano, dalle memorie dei giochi
e delle fiabe, ha percorso strade d'innocenza
per arrivare fino a qui, ora,
un bisturi impazzito che va oltre la carne,
in altre stanze più segrete
***
qui non ci sono fiumi
e vorrei poter dire
che il fiume scorre lento
lenta è la vita le parole
lento il respiro quando da un dito
nascono segni arcani
sul vetro sporco
lenta è la vita
che è corsa tutta via
nei dolorosi click
d'ogni giorno
***
dovrei svegliarmi, invece dormo ancora
mentre la primavera ha fatto il nido nell'autunno.
potrei stare qui, obbedire al bisogno,
tenere chiusa la finestra,
con un battito di ciglia salutare il giorno
e continuare il sonno che mi dà riposo
ed è così vicino - basta star qui, come
una foglia sul selciato - così vicino
a tutte le anteprime di morte che ho vissuto.
***
se avessi voce canterei la radice nera della tua follia,
il dente nascosto del fulmine che lacera la notte.
se avessi voce canterei l'odore dei ricordi, il silenzio
che, scivolando piano sulla terra, si fa musica
di spighe d'erba di campane immobili nel tempo.
se avessi voce canterei i fazzoletti neri della morte,
le preghiere senza voce, il passo lento verso casa
verso una porta chiusa a chiave
se avessi voce canterei gli occhi bui della mia sera,
il pettine che, per districarla, rompo, tutte le stelle
che si sono spente, tutti i fremiti nuovi, sotto
la terra umida, e tra i rami.
***
Terremoto In Abruzzo: parla la vecchia che lavorava all'uncinetto mentre tutto, intorno a lei , crollava:
e io sono rimasta lì,
vestita di polvere e speranza,
il pensiero a quel cielo alto
che vedo nelle mie preghiere,
le mani indaffarate ad intrecciare
fili all'uncinetto.
pensavo: 'lassù Qualcuno
mi farà da tetto'
poi gli uomini buoni
mi hanno portata via
in salvo e ho domandato,
col mio sorriso senza denti:
almeno, posso pettinarmi?
Blumy |
Postato il 12:04, 1/1/2010 |
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Il tuo corpo tagliato da una lama di luce – per metà carne, per metà ricordo.
Illuminazione obliqua, il grande letto intero, il tepore lontano, e la coperta rossa.
Chiudo la porta, chiudo le finestre. Vento con vento. Unione inespugnabile.
Con la bocca piena di un boccone di notte. Ahi, l’amore.
Jannis Ritsos
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Postato il 11:41, 1/1/2010 |
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Amore che vieni tardi portami almeno la pace: amore del tramonto, su quali vie errate vieni nella mia solitudine? Amore che mi hai cercato senza cercare, non so cosa vale di più: la parola che mi dirai o quella che io non dirò più…
Amore…non senti il freddo? Sono la luna: ho la morte bianca e la verità lontana… Non mi dare le tue rose fresche, sono troppo grave per le rose. Dammi il mare…
Amore che vieni tardi, non mi hai visto ieri quando cantavo nel campo di grano… Amore del mio silenzio e della mia stanchezza, non farmi piangere oggi.
Dulce Maria Loynaz
da La Poesia lo Spirito |
Postato il 01:02, 12/31/2009 |
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a Francesco I
ancora ti conosco nella ruga a dirmi le tue motociclette e il muro crolla sul bianco dentro al torso della mela (invoco l'abbraccio che monda quel fiume non più asciutto)
ascolto la tristezza farsi stoffa molle, nel cassetto di cucina dove la fuga è fuga e nient'altro e il coltello separa i pezzi, i corpi (il tuo sorriso sa l'ombra umida dove la ferita apre castelli)
carezzo la pazienza del buio nei tuoi racconti lunghi, rosario appeso dentro le nostre ore di un viaggio che non faremo (la preghiera si consuma in questo addio del sole)
la sera chiamo ancora l'abbraccio quelle labbra non più magre ad aprire tutte le finestre (ci sono chilometri tra piedi e mani anni prima di capire la solitudine che saremo)
Gabriela Fantato
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Postato il 01:56, 12/29/2009 |
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Le cirque du soleil: una delle meraviglie del mondo, in cui spettacolo, magia, arte, fantasia e poesia si sposano per dar luogo a una visione indimenticabile. Dove i saltimbanchi, i clown, gli atleti sono anche attori, muiscisti, ballerini . Dove i protagonisti principali sono la magia e l'incanto.
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Postato il 01:07, 12/28/2009 |
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"Gli storici dell'arte conoscono bene, ahiloro, quel gioco che consiste nel riconoscere un'opera a partire da un suo minimo dettaglio. Più in generale si sa come Carlo Ginzburg abbia potuto accostare la pratica dell'attribuzione ai «paradigmi indiziari» di Conan Doyle e Sigmund Freud. In quest'aureo libretto che direi il suo capolavoro - La vita dei dettagli (Donzelli) - Antonella Anedda (la quale, nella sua favolosa giovinezza, studiò alla scuola di Augusto Gentili) sceglie di fare il percorso inverso. Invertendo il circolo ermeneutico, isola trentadue dettagli da immagini più o meno celebri (dall'iconografia tardoantica alla videoarte di oggi) «usando lo sguardo come coltello». Così dando vita a uno straniamento assoluto, «una nuova consapevolezza dell'alterità misteriosa del mondo», quasi un senso di minaccia (la suspense di Hopper!). Prose brevissime, descrittive o narrative (come nei precedenti libri «saggistici» della poetessa romana d'origine sarda: il magnifico Cosa sono gli anni del '97 e La luce delle cose del 2000), commentano i frammenti. È un gioco (la premessa s'intitola Istruzioni per l'uso; le «attribuzioni» sono definite Soluzioni), ma quanto mai serio: ogni prosa rinvia all'altra sogni, ossessioni, coazioni a ripetere. Per questo sono in numero di trentadue: come le Goldberg di Bach, variazioni su un medesimo tema. Come le poesie più belle, in sardo, nell'ultima raccolta Dal balcone del corpo (Mondadori, 2007) rinviano a una storia taciuta, troppo bruciante per essere narrata («tutto è reticenza» è detto sempre a proposito di Hopper). Una storia di lutto, più in generale di perdita. Non a caso in explicit Anedda pone una voce da dizionario, appunto Perdita. E questo breve testo - come nell'altro suo splendido libro segreto, Nomi distanti (Empirìa, 1998) - a sua volta è «variazione» di una poesia celebre, Un'arte di Elizabeth Bishop («L'arte di perdere non è una disciplina dura»). Fra i trentadue «ritagli» quello chiave è il quindicesimo, con gli occhi del più celebre ritratto del Fayum (II sec. d.C.): «la ragazza è morta». L'ultimo, poi, è davvero inconfondibile: i piedi del Cristo morto del Mantegna ovvero «il ritratto della nostra vertigine davanti a ogni morte». Non si pensi però a una contemplazione della morte macabro-dannunziana; inquieta semmai che, com'è evidente negli occhi di Fayum, ad essere risvegliato sia lo sguardo dei morti. Sono loro che ci guardano, come poi in certo senso (quello del Barthes della Camera chiara) è connaturato alle immagini. Ci interpellano, ci mettono in questione. (Come nel Torso di Rilke: «non c'è punto che non veda / te, la tua vita. Tu devi mutarla».) Ne consegue che chi dice «io» (per esempio nel diario di una visita ad Arles, nei bellissimi saggi su figure sacrificali come Nicolas de Staël e Mark Rothko, o nel fuoriformato conclusivo di frasi e fotografie) lo fa solo «per curarsi dallo spavento » che incutono, sempre, le visite dei «fantasmi». La sua è «una passione di spossessamento». Riprendeva una lunga tradizione Aby Warburg quando diceva che nei dettagli, appunto, si nasconde «il buon Dio». Si potrebbe simmetricamente argomentare che sia piuttosto, questa, una pratica perversa (e dunque diabolica); ma senza dubbio il cortocircuito descritto redime la materia più feriale, «totalmente terrena, non mistica», nella sfera del trascendente, diciamo pure del religioso (nel senso più ampio possibile: dove, dice Anedda commentando Dostoevskij, può venir meno «la distinzione tra credere e non credere»). Non a caso tale spossessamento viene un paio di volte definito da Anedda «esicasmo», una pratica ascetica dei Padri del deserto e in genere degli asceti orientali: una preghiera ossessivamente ripetuta in condizioni di totale isolamento - ad esempio al chiuso di una cella - per lo più di fronte a un'icona. Quel che conta per l'esicasta, comunque, è la pratica dell'attenzione. Si comprende allora la lezione di «stoicismo» (come viene detto a proposito di un'impietosa poesia di Zbigniew Herbert) che con risolutezza Anedda trae da questi esercizi di contemplazione. Per questo - credenti e non - possiamo commuoverci con lei per perdite, magari, meno tragiche delle sue. Lo ha detto una volta per tutte Walter Benjamin: «se Kafka non ha pregato - ciò che non sappiamo - gli era propria, in altissima misura, ciò che Malebranche definisce "la preghiera naturale dell'anima": l'attenzione. E in essa, come i santi nelle loro preghiere, egli ha compreso ogni creatura»." (da Andrea Cortellessa, Gli occhi a coltello dentro un quadro, "TuttoLibri", "La Stampa", 07/11/'09)
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Postato il 01:39, 12/27/2009 |
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La madre di Stephen , emaciata, sorge rigida dal pavimento in veste grigio lebbra, con una ghirlanda di fiori d'arancio appassiti e un velo nuziale lacerato, il volto consunto e senza naso, verde di muffa sepolcrale. I capelli sono radi e lenti. Fissa le occhiaie cave cerchiate d'azzurro su Stephen e apre la bocca sdentata emettendo una parola silenziosa. Un coro di vergini e di confessori canta senza voce.
LA MADRE (col sorriso sottile della follia di morte): Ero un tempo la bella May Goulding. Ora sono morta.
James Joyce (da Antologia della Letteratura fantastica)
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Postato il 01:13, 12/24/2009 |
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La vita è il solo modo per coprirsi di foglie, prendere fiato sulla sabbia, sollevarsi sulle ali;
essere un cane, o carezzarlo sul suo pelo caldo;
distinguere il dolore da tutto ciò che dolore non è;
stare dentro gli eventi, dileguarsi nelle vedute, cercare il più piccolo errore.
Un’occasione eccezionale per ricordare per un attimo di che si è parlato a luce spenta;
e almeno per una volta inciampare in una pietra, bagnarsi in qualche pioggia, perdere le chiavi tra l’erba; e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;
e persistere nel non sapere qualcosa d’importante.
Wislawa Symborska
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Postato il 12:25, 12/22/2009 |
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... Y yo me iré. Y se quedarán
los pájaros cantando: y se quedará mi huerto, con su verde árbol, y con su pozo blanco. Todas las tardes, el cielo será azul y plácido; y tocarán, como esta tarde están tocando, las campanas del campanario. Se morirán aquellos que me amaron; y el pueblo se hará nuevo cada año; y en el rincón aquel de mi huerto florido y encalado, mi espíritu errará, nostáljico... Y yo me iré; y estaré solo, sin hogar, sin árbol verde, sin pozo blanco, sin cielo azul y plácido... Y se quedarán los pájaros cantando.
Juan Ramon Jmenez
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Postato il 01:37, 12/9/2009 |
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Le parole parlano una lingua muta non nascono nel fondo della gola nel filo perso del fiato nella grana di una voce dovuta — vengono dalla conca della mano solchi come linee di pronuncia o dalla pianura degli occhi abitano un’opera notturna, un ingegno la casa di un angelo minuta ho bussato e ha risposto un disegno
Adriano D'Aloia
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Postato il 12:04, 11/30/2009 |
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Intrufolato ecco com’ero Come caduto giù dall’albero E conficcato spina improvvisa Nel fianco della terra
Cieco alla luce Solo battito e il filo delle voci Mentre prima battuta è la certezza Che la sua mano tiri fuori Il corpicino dal suo guanto umido e freddo
E sono inquieto ed impaziente MI assesto nel mio varco E scalcio
E poi passa di qua Il signore del tempo E mi rammenta che ho una dimensione A me che ho solo 7 anni
E non ci sono dita per le dita Né cavi tesi sopra un ponte Fra la mia solitudine e lo stento
Dio che spavento.
Non posso, non ho strumenti, non ho protesi né ganci Passeggio in affannoso solco E guardo solo sbieco Quello che mi riguarda sottolinea La ferocia della mia impotenza Figlio comprendo Padre accolgo Persino la ferocia di lasciar andare
E’ buio piano senza note Le voci si confondono C’è una stanchezza che mi rode
Sono lo scricciolo senz’ossa Il corpicino Son l’ombra di un bambino
Passan le ore e sento il vento sulla pelle Si apre questo spazio intorno all’epidermide Non ho ferite sono aperto Alla consegna della voce e della mente
Vedo le ombre farsi gialle e arancio I suoni dell’esterno confondersi ad un pianto Che non è mio e non odo
Mentre voi fuori mi tenete al filo della modernissima potenza Mi lascio scender leggerissimo Nella bellezza — Non è niente
Precipito rallento infine plano C’è il cielo sotto il mondo E tu che ascolti dillo al Padre e dillo piano.
Nerina Garofalo da VDBD
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Postato il 12:12, 11/22/2009 |
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sono fatta di vento, questa dimora confusa
è la mia abitazione provvisoria
gli dei avevano concepito per me una storia luminosa
ma qualcosa non andò per il verso giusto;
spenta e piegata come un vecchio albero
seguo il vento che mi abita
e cerco di tenere accesa la lanterna
ma la piccola fiamma si spegne
rimane il buio l’oscurità
dentro cui ho fatto il nido
a cui mi aggrappo con le mie zampe consumate
e scivolo scivolo cado
come cadono tutte le cose , cado
appassita come l’erba,
erba insetto vento,
cicatrice sulla mia mano
che indicava la luce
di Vega e delle sette stelle dell’Orsa,
io stella morta buco nero
precipizio silenzio
Blumy
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Postato il 11:01, 11/10/2009 |
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io sto dentro un cassetto
(imparo il linguaggio dei tarli)
in un armadio vuoto
in una stanza chiusa
in una casa abbandonata
Blumy |
Postato il 10:54, 11/10/2009 |
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Dall’alto mia madre gestisce le maree, è madreluna, madre che io non sono stata, io che m’ingravido di nuvole e mi rovescio sopra il mondo
mi disfaccio in pioggia in pianto sono fiume senz’alveo che s’infogna si perde trascina con sé memorie intatte, e il tempo ch’è franato.
Indisturbata, quasi dea, da trent’anni mia figlia sta sopra la credenza mi guarda assente imperturbabile, marmellata di fragole e lamponi.
Blumy
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Postato il 05:05, 11/7/2009 |
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D’improvviso torno alla notte con le mie scarpe d’acqua.
Mi spoglio nel lento esercizio delle mie mani e cerco solamente un oggetto mio, una piccola barca, una cometa, un circo di cose inventate, figure quotidiane, tue e mie, che amo.
Ma so che d’improvviso mi ritrovo inaccessibile e torno a essere silenzio e fiamma oscura, dove la mia barca fugge dalla tua riva.
Mia Gallegos
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Postato il 11:56, 11/4/2009 |
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Stare dentro quel tuo tenderti e ferirti nel gesto ultimo con cui sempre s’inizia, sentire che ti diverti del tuo corpo: dolori della tua carne, ossa del tuo cuore. Adesso, finalmente, sei solo tempo di canti e gioie di luci fuori dal buio oltre i fari infuocati di san Siro, ma dentro tutti i gesti che ti hanno ferita e commossa.
Io resto qui, a sperare la tua acqua, e cerco di circoncidere il mio cuore nel sangue degli sguardi puri di cuore come il tuo, per esser vicino al coltello che mi fà ferita e follia, errore ed amore oggi, oggi che più nessuno è i nomi per farsi riconoscere, e farsi trovare.
E così sei viva, adesso che sempre di più sai il gusto del verso, la dolcezza del farlo gioire di musica, di filarlo a maglie fitte di dritto e rovescio fino a rincorrervi di verità e luce. Adesso, che il tuo arco di vita s’è teso nella lancinante accoglienza di Dio fino a raccogliersi, tenero e quieto, nel Suo abbraccio santo
Raffaele Ibba |
Postato il 12:13, 11/2/2009 |
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Chi ti conobbe solo, tra i sepolcri col tuo grande cappello di zanzare e la mano di raffica, la morte da te uccisa. Chi disse: la tartaruga non è ancor annegata tra le lance del pettine, ma vibra come un esile treno per bambini seppellendo orologi, albi, lunari, primi piani di zinco sulle croci. Chi vide l’angelo gridare e subito simile a un arco tendersi la cetra e scoccare colombe rosso fuoco, sa che il buio tracciò sulla tua bocca la tazza vuota del sorriso. Sa che sei il tempo: l’albero spezzato, l’usignolo e la scure, l’arco immenso dove la notte intirizzisce. Tutto sa di te chi trascorre sul tuo riso, verticalmente vivo, tra le pietre.
Cristina Sparagana, inedito
Vi fu un giorno
Vi fu un giorno in cui il cardo prese fuoco al bulbo chiaro dei rondoni. Un giorno in cui il lieve sepolcro palpitò come la mano di una madre chiusa su nervoso tramonto. Vi fu un giorno. Un’alba verde di balene, un giorno di segugi solcati da sorriso e da furente incrinatura, un giorno in cui l’esile filo verticale azzurrava l’abisso della culla penzolando fra brevi mezzi toni e arlecchini paonazzi, quando infine lentamente, nel sangue si compose il tuo fragile stasimo di sabbia e il coltello di Dio ti punse gli occhi e il tuo cuore d’arcangelo sputò sulla penna più gelida, piombò nell’incavo del tendine e poi, cieco, come piccola fiera si staccò, si spiccò dalla forca delicata del cordone di porpora. Ed allora si annebbiarono i crotali, lo specchio risucchiò le tue guance, la guerriera sfida alla piccola corona. L’oro seppellì l’albicocca. Poi il terremoto t’evocò piangendo in stremata farandola e t’incise nel legno delle nozze. Un giorno. Un giorno, mentre la bufera rimpiccioliva contro il segnavento e, dura, la lamiera balzava verso il sole.
Il tuo ciuffo di volpe sventolò, lampeggiò sullo stame di colostro. E fu allora. Fu allora che la creta essiccò nella bocca del Signore e lentamente folgorò la donna. Lucciola e femore nel buio. Grido d’usignolo invisibile. Un giocattolo fisso nella testa, una bambola a carica, una sedia, lo spruzzo e l’albero snudato, il grido nuovamente conchiuso, la precisa vacuità delle vene, l’estenuante volteggiare dell’ovulo, la stella che s’accigliò cupa fra gli occhi, il vuoto della tua solida radice, e infine l’esausto, tenue pigolio del tempo.
Cristina Sparagana
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Postato il 11:00, 10/29/2009 |
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“Sono morta una mattina d’ottobre, ma non d’autunno tra foglie rosse pioggia cielo plumbeo, piuttosto luce rasoterra ovunque il sole (un’assoluta sospensione di gravità spazio-temporale) filtrata ogni mia cellula nella parola (in) divenire me ne sono andata, era d’ottobre, ma non d’autunno e non per sempre perché per sempre è solo il ritornare indietro immobile aspettare è l’assenza di te, il vuoto del tuo nome che mette rami secchi ad ogni lettera che muore…”
Silvia Rosa da Scatti per voci sole, VDBD
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Postato il 05:08, 10/20/2009 |
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Se un giorno tornerò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.
Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.
Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.
La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.
Marcos Ana
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Postato il 12:11, 10/12/2009 |
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Aurec’ mio dolce, amaro miele appeso d’inverno i grappoli più maturi e vellutati ho legato in un mazzo pesante e lo porto e ti porto figlia mia nella morte per bianche strade che si dissolvono abbandonate dalla ragione. Essere con te che più non ci sei è tanto di più che il vivere tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro quella pace che occorre per essere dannati alla mia maniera. Essere con te sempre granello per granello aurec’ mio appeso alla mia trave sottile in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta dove un bambino pieno di fame non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani perché i granelli sono contati ...
(1). Aurec è un mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva ( e viene ancora ) appeso alle travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome corrispondente in italiano. Qui, l’Aurec è mia nonna morta.
Ida Valleruga
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Postato il 05:55, 10/8/2009 |
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io l'aspettavo, ti aspettavo nell'urlo bianco dell'alba e dell'inverno, un brusio fitto prima, poi una litania che cresceva come una marea. aspettavo nel sangue che scivolava via dalle pareti del mio corpo e macchiava le pareti del tempo. aspettavo e aspetto. ferma decisa con un'ansia terrigna la bocca spalancata per comunione, per lasciarti entrare anche attraverso i denti la lingua il respiro
Blumy |
Postato il 11:23, 9/24/2009 |
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e allora dove mi porterà questo flusso di notte e di silenzio, di vuoto, dove cercheranno riparo le braccia le mani, riparo e approdo e la bocca serrata lancerà il suo urlo muto verso chi non c'è e non ascolta. resterà un'impronta un segno, forse un balbettio, qualcosa che rimane anche dopo, quando parla l'Assenza.
Blumy |
Postato il 11:20, 9/24/2009 |
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un bambino dagli occhi celesti un bambino senza mani un bambino senza piedi un bambino è scappato dalla pancia di sua madre, dove corri bambino mio senza scarpe e senza guanti? dammi una mano che te la scaldo, dammi un piede che te lo calzo, un bambino senza piedi un bambino senza mani è scappato dalla pancia di sua madre ma dove vai bambino mio? fermati un attimo voltati indietro potrò mai smettere di correrti dietro?
Dacia Maraini |
Postato il 01:14, 9/14/2009 |
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raccoglimi come un oggetto smarrito
perchè davvero mi sono persa
sono stata persa dimenticata caduta
dalle mani di Dio quando distrattamente
con il fango rimasto ha fatto una creatura
piccola che subito gli è scivolata via
dalle dita si è incrinata
è rimasta per terra tra le pietre
le foglie secche i passi veloci della gente
chiunque tu sia, raccoglimi,
sana quella frattura originaria ,
se puoi, mettimi le ali d'un insetto
poggiami su un ramo altissimo
lì mi confonderò tra il fogliame
mi nutrirò d'aria e di luce
Blumy |
Postato il 05:24, 9/5/2009 |
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i bambini che inseguono l'inverno
hanno voci d'argento e cuori
chiusi dentro gabbie
camminano per mano
dentro le loro nuvole
di tanto in tanto ridono forte
hanno occhi tristi mani
che non conoscono carezze
i bambini tristi dell'inverno
non sanno come corre il tempo
le loro strade sono grovigli
inestricabili oscuri labirinti
Blumy |
Postato il 05:22, 9/5/2009 |
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Da anni più nessuno si è occupato del giardino. Eppure quest’anno – maggio, giugno – è rifiorito da solo, è divampato tutto fino all’inferriata, – mille rose, mille garofani, mille gerani, mille piselli odorosi – viola, arancione, verde, rosso e giallo, colori – colori-ali; – tanto che la donna uscì di nuovo a dare l’acqua col suo vecchio annaffiatoio – di nuovo bella, serena, con una convinzione indefinibile. E il giardino la nascose fino alle spalle, l’abbracciò, la conquistò tutta; la sollevò tra le sue braccia. E allora, a mezzogiorno in punto, vedemmo il giardino e la donna con l’annaffiatoio ascendere al cielo – e mentre guardavamo in alto, alcune gocce dell’annaffiatoio ci caddero dolcemente sulle guance, sul mento, sulle labbra.
Jannis Ritsos
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Postato il 11:45, 9/1/2009 |
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[...] le sue unghie hanno il colore di mela e l’odore preciso, elastico e anulare del suo … – si – …
[...]
si può morire volando intorno a una luce.
[...] sto ripensando alla tua verginità. quell’argine, per me - come di neve, che la nottua gialla e velenosa minava nel cotone
[...]
vieni. solo di notte le mie falene nere tengono sospesa la luce come colibrì. solo di notte ai fiori di pesco le mie falene nere tengono le ali aperte, s’estinguono in rami d’inchiostro, ospiti dello stelo.
a me
tutto quello che sapeva era appeso al muro: pendenze a frammenti e baci schiaffi fughe per ritornare piccolo a masticare elastici…” bon voyage. bonne nuit.
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Postato il 12:50, 8/25/2009 |
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è di rugiada è un mondo di rugiada eppure eppure
tra dio e il mendicante sboccia il fiore di u
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Postato il 12:28, 8/14/2009 |
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E', credo, il brano più bello e più intenso del libro, il brano che mi ha fatto piangere.
Penso che i libri abbiano proprio la funzione di far sì che noi ci ritroviamo nelle parole scritte, come ci appartenessero, come se facessero parte di noi. Leggiamo se non le cose che ci somigliano, entriamo dentro le storie per entrare dentro di noi e le lacrime sono per noi stessi.

Ero immobile al sole su quel marciapiede anonimo in un quartiere sperduto.Fumavo il mio sigaro. Non avevo nessun posto dove andare. Avevo l'impressione che i passanti si domandassero che cosa ci facevo là. Ero in una vaga vertigine di parole e di luce. Le parole che dicevo facevano una piccola litania assurda che non rivolgevo a nessuno. Allora mi sono reso conto che in realtà era pauline che io pregavo. A lei parlavo mossessivamente nel recinto d'echi del mio cranio. Pensavo mi ascoltasse. Dicevo parole stupide e inutili: |
Postato il 01:01, 7/31/2009 |
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Ho avuto difficoltà a fare una scelta tra tutti i testi del bellissimo libro di Livia Candiani 'Bevendo il te con i morti'. Non è facile raccontare i sentimenti - i nostri - verso la morte e verso le persone che se ne sono andate, lasciandoci buchi e sogni per riempirli.
Quella madre 'polverosa' di Livia Candiani è spesso presente in questo tavolo dove i vivi parlano con quelli che non ci sono più ed i morti paiono più vivi di noi; ma c'è una mano leggera leggera, una parola a volte apparentemente dura e un cuore tenero per far rivivere accanto a noi questi morti con il cappello in mano o con la gonna rossa (La morta con la gonna rossa /sui campi ghiacciati/ va incerca di fiori / solo quando rivoltano le zolle - dice - / quando luccicano le lame e la terra /esausta si gira dall'altra parte / solo allora i fiori/ passano il confine.)

In forma di prefazione
Mia madre è un passero cattivo urla prima di mangiare urla prima di dormire nel cuore della notte urla, ma il suo corpo sta nel palmo di una mano e se si affaccia al davanzale le lanciano molliche di pane.
Livia 'Chandra' Candiani |
Postato il 03:35, 7/28/2009 |
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(versione di Martha Canfield)
perché ti ho alimentato con questa realtà cotta male da tanti e tanto poveri fiori del male per questo assurdo volo a fior di pantano ego te absolvo di me labirinto figlio mio
non è tua la colpa né mia povero piccolo mio di cui ho fatto questo impeccabile ritratto forzando l'oscurità del giorno palpebre di miele e guancia costellata chiusa a ogni sfioramento e la bellissima distanza del tuo corpo la tua nausea è mia l'hai ereditata come ereditano i pesci l'asfissia e il colore dei tuoi occhi è inoltre il colore della mia cecità sotto il quale ombre tessono ombre e tentazioni ed è pure mia l'orma del tuo tallone stretto d'arcangelo appena passato dalla finestra semichiusa e nostra per sempre la musica straniera dei cieli battenti adesso leoncino incarnazione del mio amore giochi con le mie ossa e ti nascondi dentro la tua bellezza cieco sordo irredento quasi appagato e libero con il tuo sangue che ormai non lascia spazio per niente e per nessuno
eccomi qua come al solito disposta alla sorpresa dei tuoi passi a tutte le primavere che ti inventi e che distruggi a distendermi quale nulla infinito sopra il mondo erba cenere peste fuoco a qualunque cosa tu voglia per un tuo sguardo che illumini la mia salma perché è così questo amore che non capisce niente che non può niente bevi il filtro e ti addormenti in quell'abisso pieno di te musica che non vedi colori detti a lungo spiegati nel silenzio mescolati come si mescolano i sogni fino a quel goffo grigio che è il risveglio sul grande palmo di dio testa rasata vuota senza estremi e lì ti ritrovi sola e perduta nella tua anima senza altro ostacolo che il tuo corpo senza altra porta che il tuo corpo così questo amore uno solo e lo stesso con tanti nomi che a nessuno risponde e tu guardandomi come se non mi conoscessi andandotene come se ne va la luce del mondo senza promesse e ancora questo prato questo prato di nero fuoco abbandonato ancora questa casa vuota che è il mio corpo dove tu non tornerai
Blanca Varela
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Postato il 01:39, 7/20/2009 |
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'Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita'. Una frase così, la può dire solo un padre: un padre sfacciatamente innamorato, arrogante, disperato, esibizionista, inerme, sarcastico, corazzato di tutta l'eloquenza della lingua francese. Philippe Forest racconta la vita e la morte di Pauline dal primo all'ultimo giorno. La intreccia e la fonde con la storia della letteratura: lascia che venga sbranata dalla letteratura proprio perché ha imparato che i corpi amati scompaiono, mentre le parole che verranno fabbricate dopo la morte non salvano e non abbelliscono nulla.
Tutti i bambini tranne uno, Philippe Forest
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Postato il 04:42, 7/19/2009 |
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A Kostas Kulufakos
Sul tamburo teso del cielo lo scalpiccío del tempo non si ferma. Una luna bianchissima tramonta. E i nostri corpi restano il confine che di continuo cambia tra le cose andate e quelle che vengono.
Titos Patrikios
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Postato il 11:56, 7/15/2009 |
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Grandi stanze di vecchie case avite di provincia piene di fischi di navi lontane, piene di spenti rintocchi di campane e di battiti profondi d’orologi antichissimi. Nessuno abita piú qui dentro eccetto le ombre, e un violino appeso al muro, e le banconote fuori corso sparse sulle poltrone e sul letto largo con la coperta gialla. Di notte scende la luna, passa davanti agli specchi esanimi e coi gesti piú lenti rassetta dietro i vetri i fischi d’addio delle navi affondate.
Jannis Ritsos |
Postato il 12:01, 7/15/2009 |
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Lo sapevi, mamma, che da vecchi le ossa fanno fiori?
Mente che non poteva mentire , un tempo lattiginoso
sospeso nel tempo, parole che annegavano nel vuoto.
Sono qui, piccola mia, dammi le mani, camminiamo
piano lungo il corridoio, il corridoio lungo.
Sono qui, sono io, mamma, vieni, ti metto il nastro tra i capelli.
Quanto pesi!, mamma, figlia, mamma.
Ti son cresciuti fiori dentro le ginocchia ? Non sai dirlo.
Cammini con le gambe piegate, come me,
sembri trascinare con te le mattonelle, sembra che i muri
seguano il tuo cammino lento; e la casa.
Ha cominciato a fare crepe quando hai cominciato tu,
improvvise, a volerti accompagnare nel declino tuo.
Elsa! Ti voltavi, una lucina s’era accesa, un filo tremolante,
un’intermittenza vaga , una lucciola dentro la tua testa.
Mamma con le lucciole, mamma con i fiori dentro le ginocchia,
ti seguo come allora, ti accompagno nel silenzio
di un angolo nascosto, fresco di felci e ombra chiara,
dove limpido scorre un ruscello d’acqua, e canta.
Blumy
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Postato il 12:44, 7/8/2009 |
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Canzone della lontananza

Seduti nel parco
i muti tessono l'aria
con il loro linguaggio silenzioso
con quali gotiche parole
raccontano una storia
una canzone di lontananza.
Bisogna vederli appena entrata la notte
lanciare al vento le loro mani
come un mulino
come una frotta di colombe
o guardare il linguaggio silenzioso dello stagno.
Vola, vola a portare le tue mani
per parlare della notte.
Juan Manuel Roca
trad. di Blumy |
Postato il 11:48, 7/4/2009 |
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Ci sono versi – a volte poesie intere – che neanch’io so cosa voglion dire. Quello
che non so mi trattiene ancora. E tu hai ragione a chiedere.
Ma non chiedere a me. Ti ho detto che non so.
Due luci parallele dallo stesso centro. Il rumore dell’acqua che cade, d’inverno, dalla grondaia colma o il rumore di una goccia che stilla da una rosa nel giardino annaffiato lentamente, lentamente, una sera primaverile come il singhiozzo di un uccello. Non so cosa vuol dire questo rumore; e tuttavia l’accetto. Le cose che so te le spiego. Non mi dimentico. Ma anche queste cose aggiungono qualcosa
alla nostra vita. La guardavo mentre dormiva, il ginocchio piegato ad angolo
sul lenzuolo – Non era solo l’amore. Questo angolo era il crinale della tenerezza, e il profumo del lenzuolo, di pulito e di primavera completavano quell’inspiegabile che ho tentato, ancora inutilmente, di spiegarti.
Jannis Ritsos |
Postato il 09:34, 6/30/2009 |
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da Solo andata

Era una finestrella, sbarrata da una tavola di legno, l'unica presa d'aria della cella, L'uomo si abitua all'ombra. a mezzogiorno, in piedi sulla branda, s' allunga la fessura della luce, meno di un rigo, un verso breve passa sulle palpebre degli occhi.
C'è un nodo nel legno che lui tocca con l'unghia e con il tempo, con la punta dell'unghia e del temp,o all'uomo serve un gioco, nella cella.
Un giorno il nodo cede pregato dall'unghia amica del tempo che ricresce ogni giorno, il nodo cede. Si toglie come un tappo di bottiglia, e nel suo collo passa uno zampillo di luce liscia e dritta, s'allarga a terra, allaga il pavimento. Il prigioniero Ante si mette scalzo e ci si bagna i piedi. E' un anno che non esce di cella, niente cortile, aria un anno che la porta è uguale al muro, che la porta non porta da nessuna parte un anno, strizza gli occhi, il sole dentro il buco è un'arancia, tonda, nella mano i piedi si strofinano fra loro sono due bambini, la prima volta al mare i piedi di Ante Zemljar comandante di molti partigiani, congedato col merito della vittoria in guerra, adesso chiuso dagli stessi compagni : nemico della patria. Nemico lui, che l'ha agguantata al collo l'ha scrollata di eserciti invasori fiume per fiume, da Neretva a Drina, coi calci della fame senza nemmeno portar via una cipolla a un contadino perché così è la guerra partigiana. Nemico lui: l'hanno tolto da casa da Sonia, di due anni, che sa gridare già: "Lasciate il mio papà, lasciatelo, è mio padre". Adesso, sì, voi siete i suoi nemici.
Ante sa le percosse, sa che un pugno da destra lascia sangue sul muro di sinistra e viceversa e un pugno dritto in faccia lascia sangue per terra, ma c'è la novità qui le botte riescono a lasciare il sangue sul soffitto. C'è da imparare sempre circa le vie del sangue e dei colpi ingegnosi dei gendarmi.
Ante conserva il nodo, lo rimette nel legno la guardia non saprà, il sole non è spia,
s'infila svelto e poi non lascia impronte, pure se perquisisce la guardia non può dire: qui c'è stato il sole, sento il suo odore. Il sole non è un topo, pure se ne finisce molto in una cella nessuno s' accorge che fuori manca un raggio, che la sua conduttura ha un buco e perde luce da un nodo di legno.
Ancora un po' di mesi, poi glielo daranno il sole, tutto in una volta sulla schiena, peggio dei colpi di bastonatura sopra l'Isola Nuda, a spaccar pietre. Il prigioniero Ante ha conservato il nodo, qualche volta lontano dalla guardia lo punta contro il sole e si procura un'ombra sopra l'Isola Nuda a spaccare pietre bianche e poi gettarle a mare, all' Adriatico, perché la pena è pura, non ha valore pratico, e il mare non si riempirà.
Erri De Luca |
Postato il 05:06, 6/25/2009 |
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Forse è vero, sarei una lama a farmi solco, innondarmi rughe e figli adulti al male in queste vene senza pudore.
Lascio maturare piano la vite sul tronco delle gambe, nell'incavo delle tue mani al collo dentro un'estate asciutta di fame lunga a chiamare il passo del condannato quel colpo che lo strappa (la voce che salva nell'addio).
Ti regalo quest'infanzia persa nelle lenzuola e un salto a quelle mie radici nella testa. Tu respirami pesce di acqua buia.
Gabriela Fantato
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Postato il 05:21, 6/19/2009 |
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Fuori il sole è limpidissima Grecia guardo un sereno di luglio delle dieci di mattina il verde lo trattiene tutto dentro le foglioline di lauro i giardini ben pettinati gli azzurri, quanti dentro la parola azzurro a immaginare come, con il come a marcare distanze erano così, come questo così diversi i mari grandi degli idrovolanti con uomini vestiti da marinai l'azzurro alto del cielo e del mare che tenevo negli occhi bambino Croix du sud, Arc-en-ciel Bristol Bombay, Short Calcutta la cerimonia dell'alba sull'argento delle carenature perché a sud è sempre mattina a sud è sempre sereno e le figure negli occhi camminano su calcagni scalzi e stinchi sporchi ma alati a pensarle così a pensarmi così, farmi bambino che dentro la testa tengo per me come uno spicciolo nuovo un fischio da dietro una siepe adesso che fumo che nessun mare si alza dalla parola mare e dietro le siepi passano macchine che conto passare
Pierluigi Cappello
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Postato il 10:15, 6/18/2009 |
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Dunque, si era appurato che l'oro della radice dell'ulivo gli si era
infiltrato in fondo al cuore.
E per le numerose veglie, accanto al candeliere, in attesa dell'alba,
uno strano rossore gli aveva invaso le viscere.
Appena sotto la pelle, la linea azzurrina dell'orizzonte intensamente
colorata.E abbondanti tracce di glauco nel sangue.
Le voci degli uccelli, che nei momenti di profonda solitudine aveva impa-
rato a memoria sembra che si siano riversate tutte quante insieme
tanto che non fu possibile al coltello procedere in profondtà.
Piuttosto fu sufficiente l'intenzione a compiere il Male.
Che affrontò - è evidente - nel terribile atteggiamento dell'innocen-
te. Sgranati , orgogliosi i suoi occhi, con tutto il bosco che anco-
ra si agitava sulla retina immacolata.
Nel cervello nulla, se non un'eco distorta di cielo.
E solo nella conca dell'orecchio sinistro, un po' di sabbia, sottile,
finissima come nelle conchiglie. Il che significa che spesso aveva
camminato lungo il mare, da solo, con lo struggimento d'amore
e il sibilo del vento.
Quanto ai segni di fuoco sul pube, mostrano che andava avanti per
molte ore, ogni volta che incontrava una donna.
Avremo frutti precoci quest'anno.
Odysseas Elytis |
Postato il 12:22, 6/14/2009 |
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Il vecchio siede sulla soglia. Notte. È solo. Tiene in mano una mela. Gli altri lasciarono la loro vita alla competenza delle stelle. Che cosa dire loro? La notte è notte. Né sappiamo che cosa viene dopo. La luna finge di divertirsi in qualche modo scintillando infinitamente sul mare. Tuttavia in questo splendore si distingue nitidamente la barca nera a due remi col barcaiolo tenebroso
che si allontana.
Jannis Ritsos
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Postato il 12:27, 6/9/2009 |
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Per la tua gioia accetta dalle palme di queste mani un po’ di sole e miele: ce l’hanno ingiunto le api di Persefone.
Non si può udire l’ombra calzata di pelliccia, o staccare da riva la barca senza ormeggi, o vincere il timore nel folto della vita.
Tutto quel che ci resta sono baci villosi come le giovani api che muoiono, volate via dall’arnia.
Frusciano nella giungla diafana della notte, gli è patria il fitto bosco del Taigeto, si nutrono di tempo, polmonaria, mentastro.
Per la tua gioia accetta il mio dono barbarico: un’arida dimessa collana di api morte
Osip Maldel'stam |
Postato il 01:10, 6/6/2009 |
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Si legano basso sugli occhi il fazzoletto nero. Hanno una madia, una pignatta; i figli non li hanno. La sera cenano da sole. Non parlano. Sentono il vento che agita il granoturco secco o l'acqua ch scava buche nel campo abbandonato risciacquando le ossa dei morti. Sentono anche la luna che tutta notte abbaia alla civetta antica e ogni cosa è così docile come se mancasse da secoli.
Jannis Ritsos |
Postato il 11:11, 6/5/2009 |
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Though they sink though the sea they shall rise again: Though lovers be lost love shall not. DYLAN THOMAS, And death shall have no dominion

Giuseppe era il mio nome di cristiano, ora non ho più nome: sono api e lucertole, pietre e mimose, il mare: lei non mi potrà riconoscere.
Lei non mi potrà più dire: amore. Potremo volare insieme all'alveare del sole, vicini e sconosciuti, rovinare in frane da sentieri scoscesi sulle spiagge
rocciose, essere due conchiglie nel silenzio
del fondale.
Giuseppe Conte
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Postato il 11:02, 6/3/2009 |
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Città che ricordano città come una canzone ne ricorda un'altra un profumo che ricorda una città come una città fa ricordare una persona
città che ricordano un bacio città che ci fanno presenti a noi stessi città che ci dimenticano e città che ci ricordano ci son città che abitano in noi e città che abitiamo città che ci mettono in carcere e città che rompono le tue catene ci son città per vivere
e città per sognare città che ci danno la vita e città per la nostra ultima morte
Maram al-Masri
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Postato il 12:28, 6/1/2009 |
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Una stella mi attraversa con la sua orbita.
Sorgeva sopra il cielo di un bambino, le sere, in una via di finestre cieche, in salita, lui correva, era l'arciere che doveva bucare gli scalini di lavagna, scuotere dai cortili nascosti le nespole. Stella di corse azzurre, giù dai monti e dai tetti lo chiamava. Giuseppe, figlio di Anita e di Franco vieni, non hai più casa, nessuno, seguimi. Uscivano dai portoni gatti bianchi, di scatto, come dopo un crimine.
Ritorno dove sono già stato alle mura di una città calamitata dalle costellazioni diserbata, macigna, mare immobile eterno volo di pavoni di pietra e luce. Il sogno che io so di sognare l'unico, il primo, mi conduce là.
Giuseppe Conte |
Postato il 10:39, 5/18/2009 |
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In te sono stato albume, uovo, pesce, le ere sconfinate della terra ho attraversato nella tua placenta, fuori di te sono contato a giorni.
In te sono passato da cellula a scheletro un milione di volte mi sono ingrandito, fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.
Sono sgusciato dalla tua pienezza senza lasciarti vuota perché il vuoto l’ho portato con me.
Sono venuto nudo, mi hai coperto così ho imparato nudità e pudore il latte e la sua assenza.
Mi hai messo in bocca tutte le parole a cucchiaini, tranne una: mamma. Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra quella l’insegna il figlio.
Da te ho preso le voci del mio luogo, le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri, da te ho ascoltato il primo libro dietro la febbre della scarlattina.
Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze, a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco, a finire le parole crociate, ti ho versato il vino e ho macchiato la tavola, non ti ho messo un nipote sulle gambe non ti ho fatto bussare a una prigione non ancora, da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo, a tuo padre somiglio, a tuo fratello, non sono stato figlio. Da te ho preso gli occhi chiari Non il loro peso A te ho nascosto tutto.
Ho promesso di bruciare il tuo corpo di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco fratello vulcano che ci orientava il sonno.
Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone all’ora dell’arcobaleno che ti faceva spalancare gli occhi.
Erri De Luca
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Postato il 01:34, 5/16/2009 |
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Dove posso conservare le feste (Chiamò donna la lingua non ancora morte? e la scrittura amore e come liberare le ali che piangono si mise a cercare le conchiglie nelle gabbie della lingua? degli oceani nelle parole dell’upupa come posso abitare il cenno qui è a qualcos’altro la memoria, golfo di non a Balqis e nemmeno a Salomone) rottami galleggianti? Cresce tra le mie spalle una pietra o la radice del papavero? gli animali prigionieri dentro di me possono finalmente conoscere una via di fuga? Dovrei forse entrare nel torpore e tradire le mie membra? far della sabbia tappi per i polmoni e giacere come nera pietra in un’eternità d’obbedienza? Dovrei cospargere il mio corpo con olio da macchina e riempire la gola di sì si, no no? No, non ho patria fuori da queste nubi evaporate dai laghi della poesia. Accoglimi, veglia tu su di me lingua mia, casa mia ti appendo come amuleto al collo di questo tempo, sgorgano in tuo nome i miei desideri non perché sei la struttura, il padre e la madre, ma perché sogno di ridere e di piangere dentro di te, di tradurre le mie viscere, di aderire a te, tremare e sbattere le mie membra come finestre in preda a un vento uscito ora dalle dita di Dio – Così mi trasformo in un sospiro sceso dalla bocca del cielo che soffia nell’utero della terra, così ti abbraccio dicendo – di nuovo sei il corpo che dà nome al domani e su questo corpo viene gettato il dado della storia.
Adonis |
Postato il 05:20, 5/7/2009 |
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Nell'ora in cui il sogno scivola come un ladro per sentieri di feltro i poeti bevono acque rumorose mentre parlano dell'oscurità, dell'oscura età che ci circonda. Nell'ora in cui il treno annerisce la luna e l'angelo del bordello si abbandona alla sua sorte l'orchestra suona un'aria lamentosa. Una cavalla del colore degli specchi affonda nella notte agitando la sua coda di cometa. Quale invisibile cavaliere la cavalca?
Juan Manuel Roca
trad. di Blumy |
Postato il 10:51, 5/6/2009 |
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Parto con ogni nave di questo porto, con ogni goccia azzurra di ossigeno tra rauchi fischi.
Vado a Rotterdam, dove ora cade spessa la neve, e i gabbiani olandesi frugando tra le merci si posano sugli alberi delle navi.
Una cabina mi attende in ogni nave, un libro di Li Po per la mia traversata; – cercatemi a Rotterdam, scrivetemi anche se non partissi.
Se non parto a quest’ora lo farò in un’altra; le navi cambieranno, non il mio desiderio; il mio desiderio è a Rotterdam: da qui lo intravedo assieme alla neve tra le sue case.
Non c’è una sola via sul mare che non abbia il suo contrario, non ci sono modi di stare e di non stare dove si viaggia. Se scegliessi un’altra via piú semplice, piú umana, partirei senza assentarmi, toccandola la neve mi parrebbe calda.
In ogni nave di questo porto ho noleggiato il mio bagaglio; se anche mi vedessero domani qui nei moli, sono a bordo; le navi cambieranno, non il mio desiderio; cercatemi a Rotterdam, scrivetemi, il mio desiderio ha il volo del gabbiano e neve tra le sue ali.
Eugenio Montejo
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Postato il 12:14, 5/4/2009 |
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I
Ecco, tu sgorghi a un tratto, voce e fiamma, e sei bianca e flessibile, e mi guardi, ferma, io voglio sospingerti e tu, ferma, mi guardi, come me, candidi entrambi, e si fa rossa la marea, mi bacia con le tue labbra, è inverno e io m’inoltro in un porto con te, dentro la notte.
E non v’è telo ove giacere, nulla v’è, neanche il sole, in nessun luogo e non v’è stella da strappare ai cieli, e noi, smarriti, non sappiamo nulla di ciò che accade, perché mai l’immensa nudità ci divori, perché il vento gema nel buio come una donna folle dimenticata, contro la bufera.
È ora, ora – concedi – che ti stagli chiara, che più ti voglio, che mi assale la tua profonda voce di sorgente, ora, permettimi la congiunzione del mio bacio al tuo bacio, di toccarti come il sole, concedi, e di morire.
Toccarti, unirti al giorno del mio corpo, strapparti i più alti cieli dell’amore,
in queste vette dove regnai un giorno, sollevarti tra raffiche d’aurora, volare, diecimila diecimila anni con te volare, solo un attimo, ma eternamente, prolungare il volo.
Gonzalo Rojas
Traduzione di Cristina Sparagana
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Postato il 10:59, 4/30/2009 |
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Prigioni
Attenti ai segnali luminosi le prigioni i furgoni della posta (fruste nere che tagliano la notte in due squarci di silenzio) disegnano oscuri tratti segrete scritture.
Villaggio
Ancora legano le barche agli occhi di mandorla di quelle donne dannatrici.
Una lampada, il suo occhio di ciclope decapitato, illumina i suoi passi nell'erba.
Si ode soltanto un fruscio di piante che cresce nella notte.
E il vento che secerne lontananze.
Arte del tempo
Il tempo rimane intrappolato dentro i libri. A causa di questa prodigiosa cattura Eraclito continua a bagnarsi nello stesso fiume nella stessa pagina. Tu continuerai per sempre ad essere nuda
nella mia poesia.
Juan Manuel Roca
traduz. di Blumy |
Postato il 12:47, 4/29/2009 |
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2
Sei tornata ridendo dal mercato, carica di pane, frutta e un’infinità di fiori. Sui tuoi capelli,
vedo, ha passato le dita il vento. Non lo amo il vento; te lo ripeto. E poi, che te ne fai di tanti fiori? Quali
fra tutti, tra l’altro, ti regalò il fiorista? E magari nello specchio del suo negozio è rimasta la tua immagine illuminata
di lato con una macchia blu sul mento. Non li amo i fiori.
Sul tuo seno un fiore grande quanto un giorno intero. Siedi dunque
di fronte a me; voglio guardare solo come pieghi il ginocchio, e star
lí a fumare finché cada la notte misteriosa e s’alzi magnetica sul
nostro letto una luna popolare da sabato sera, col violino, il salterio
e un clarinetto.
Jannis Ritsos |
Postato il 10:59, 4/28/2009 |
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I prati fanno nodo in gola oggi che è ancora inverno. I campi aperti dalla neve stanno fermi dove il fiato cede al fare lento delle cose. Nel tempo immobile tutto trova posto meno il cuore che si muove a balzi fra l’uno e l’altro istante. E fiero arriva il buio come un uomo grande – spaventoso - a dire che il pensiero è sempre troppo svelto, corre come fa un temporale estivo scroscia dentro i solchi cercando rese valli aperte, nomi dove spezzare il seme come un pane.
Fragile natura che non mi posi aiutami a restare salda al passo quieto degli abeti e sopra e sotto l’orto abbandonare il peso lasciare che l’amore mi addolori e poi mi superi come un miracolo possibile.
Iole Toini |
Postato il 08:16, 4/25/2009 |
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SOFFIATA-QUI con il saluto dell'avena delle dune, tutta sventagliata, io non ci sarò, quando tu fai la ruota del rendere felice, sotto il cielo, la ruota verso il cielo, che io da impensabile lontananza afferro ai mozzi, io un solitario, che scrive.
Paul Celan |
Postato il 11:24, 4/19/2009 |
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Figlia aperta corolla del possibile
Se le parole fossero le grandi code sognate dai cavalli e non già vuote sentinelle o i memoriali sbiaditi di una confusa partecipazione Se nel silenzio dei partiti presi i profeti non ingiallissero nel remigante astuccio di una mano
No, non è certo l’odore di lavagna dei sogni smessi è la serietà della vita col suo limaccioso ardire coi campi lunghi i segnali di stop a cui s’arresta la piccola musa detronizzata da due piccole orecchie di peonia in rodaggio.
Vittorio Bodini
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Postato il 09:58, 4/17/2009 |
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Che la vediate oppure no questa parvenza di poca forma è mia figlia tenero corpo breve di giorni e trema nell'ultimo gesto compiendosi raccolto interamente nelle mie braccia ogni piccolo sangue e dolore e balzo del cuore (volano come uccelli le pietre vettore di moto cancella il centro)
e questo è il mio respiro chino a un residuo sguardo lo senti come intreccia ciglia e carezze mio piccolo fiore minuscola eternità favola senza fate nessun colore alla tua voce mentre si accampa tra i voli il poco azzurro nessun calore alla tua pelle se pure il sole matura sui tetti divampa case ostile fuoco
divide il tempo una ferita perfetta
resta ai miei baci mio dolce frutto vita che trema e dura resta solo una notte questa.
Franca Maria Catri |
Postato il 01:17, 4/16/2009 |
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I
Chiunque non sa potrebbe sapere se lasciasse il suo nome al vento e un occhio all'onda, ritirando solo nocche fossili e un tumore alla fine del creato. Chiunque è stato creato per esserci fino alla fine della mano, del mare, della vista, come se tutto raddoppiando nascesse morisse, morisse e nascesse. Oh stupido, ingrato, uomo quasi vecchio, pensi ancora di disertare? E cantare come un gufo o l'allodola, confondendo il Bosco e il Campo? Come sei stato possibile, fattibile, ora che stai perdendo il vero amore? Se avessi cercato prima il tuo respiro nell'altra, il tuo labbro nell'altro labbro e detto a lei, a lettere capitali: Io sono la Nostalgia Continua, la Terra Vivente, l'Alveare, l'Ape Morta e senza il tuo miele Morto senza rinascita. Oh ignoto e quasi vecchio, pronto alla Fuga, dove viaggerai senza corpi, occhi, nel mare ritirato, lei il tuo Tsunami sulla guancia occipitale? e tu Vento che non fosti mai? Dove, no?
Roberto Agostini |
Postato il 12:15, 4/15/2009 |
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Tu arrivasti alla mia anima quando era dimenticata: le porte divelte, le sedie nel canale, le tende cadute, il letto sradicato, la tristezza curata come un vaso di fiori. Con le tue piccole mani di donna laboriosa ponesti tutte le cose in fila: lo sguardo al suo posto, al suo posto la rosa, al suo posto la vita, al suo posto la stuoia. Lavasti le pareti con uno straccio bagnato nella tua chiara allegria, nella tua fresca dolcezza, collocasti la radio nel luogo appropriato e pulisti la stanza di sangue e spazzatura. Ordinasti tutti i libri dispersi e stendesti il letto nel tuo enorme sguardo, accendesti le povere lampade spente e lucidasti i pavimenti di legno consumato. Fosti d'un tratto enorme, ampia, potente, forte: sudasti grandi fatiche lavando arnesi vecchi. Apprendesti che nella mia anima d' avanzo era la morte e la tirasti all' orto con pezzi di specchio.
Jorge Debravo
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Postato il 01:16, 4/14/2009 |
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C'e un tempo in cui l'amore inizia e un tempo in cui finisce. Come la pila di una radio senza filo elettrico. C'è il corto circuito fra due corpi. parole profonde. Grandi come ponti che uniscono una parte della città con l'altra. Una camicia azzurra che una donna bionda indossa sorridendo e sotto niente. La morte legata stretta a una sedia con un tovagliolo alla bocca e il volto nel vuoto. C'è il conto segreto che ognuno deve saldare non so neanch'io quando. Il sudore sulla fronte. La freschezza sulla pelle. La pupilla appannata, calda. Sulla base di ciò (e di altro ancora) potrei esattamente dire cos'è l'amore. Due paia di scarpe rovesciate. Un po' di affetto. E il cigolio della rete.
Nasos Vaghenas trad. di Caterina Carpinato
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Postato il 01:58, 4/11/2009 |
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quanto avrei conservato di te, quanto avrei tenuto te con la tua lingua balbettante, mugugni quasi, come fossi down e non camminare , non da sola, ma per le mani una bambina coi capelli bianchi pesante senza più parole nè pensieri (forse confusi, intrecciati come quando si agita una boule e dentro ci sono nomi lettere cifre misteriose)
che ha bisogno di una madre (ero io, piccola magra senza forze,
ero io la tua nuova madre, e tu mia figlia, in uno scambio magico miracoloso inverosimile) che ti raccontasse fiabe prima di dormire come l'ultima notte, l'ultima prima che in silenzio piano piano senza far rumore per non svegliarmi, te ne andasti via, madre mia
santa, madre mia.
Blumy |
Postato il 11:54, 4/6/2009 |
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A Vitebsk tutto vola: un vecchio ebreo col giaccone nero, una capanna aerostatica, un cavallo fuggito dalle stalle di Giotto. Volano le vacche, gli sposi, i giorni e un violinista sul tetto.
Cosa suona nella notte in mezzo alla pianura di neve?
Con quale musica culla il villaggio e spegne icone e fantasmi?
Non permettete che cada il violino, testimone di nozze e di funerali. Non permettete che taccia.
È forse un violino zingaro inventato dal diavolo?
È forse un violino per guidare i viaggiatori delle grandi steppe?
Violino rotto della tragica Russia?
Nessuno sa cosa porta dentro il suo sacco, il suo rozzo sacco, il vecchio ebreo dal giaccone. Forse nasconde un libro che racconta la lotta di Giacobbe con l'angelo?
Se è un violino, meglio che cada nelle mani di Chagall.
Allora tutto vola, i tetti rossi, i candelieri, le mani cerate del rabbino, la luce intermittente della sinagoga.
Juan Manuel Roca |
Postato il 01:20, 4/4/2009 |
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Lavo l'acqua, che è come lavare la liquidità del tempo sotto i ponti. Fontaniera sono della segreta rubinetteria del fiume. Lavo l'acqua, che è come suonare l'arpa della pioggia, come far esplodere le chiuse del tempo. Lavo l'acqua perché l'albero raddoppi i suoi frutti nello specchio che si dilegua. Perché la ragazza nuda o il bimbo che mangia pesche polpose lavino la loro pelle con pelle di nuvola. Lavo l'acqua perché gli annegati del mondo realizzino la loro danza muta in mezzo a un banco di pesci. Perché il ragno cammini come un piccolo profeta sopra il lago, tocco le acque come la chioma di un violino. Sono la piccola adoratrice, idolatra dal bastone di madreperla. Sono fatta di tempo, come l'acqua nel prato, come l'acqua nell'acqua, come l'acqua.
Juan Manuel Roca
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Postato il 12:31, 3/28/2009 |
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Mi faceva male vivere oh quanto faticai a trovare il mio cammino tra rovi e cespugli tutti quei frutti rossi che io coglievo con eleganza prima di affidare loro schiacciata nel mio palmo la mia disperazione di bambino
Franck Venaille traduzione dal francese di Blumy
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Postato il 01:16, 3/25/2009 |
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Un uccello di carta nel petto dice che il tempo dei baci non è giunto; vivere, sì, fruscia il sole invisibile, uccelli o baci, tardi o presto mai. Un lieve suono basta per morire, quello di un altro cuore che tace, o il grembo estraneo che sopra la terra è una nave dorata per i biondi capelli. Testa dolente, tempie d’oro, sole che tramonta; giaccio nell’ombra sognando di un fiume, giunchi di verde sangue che ora nasce, sogno chino su te calore o vita.
Vicente Aleixandre
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Postato il 09:43, 3/24/2009 |
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A cosa mi è servito correre per tutto il mondo, trascinare, di città in città, un amore che pesava più di mille valige; mostrare a mille uomini il tuo nome scritto in mille alfabeti e un’immagine del tuo volto che io giudicavo felice? A cosa mi è servito
respingere questi mille uomini, e gli altri mille che fecero di tutto perché mi fermassi, mille volte pettinando le pieghe del mio vestito stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome così bello in mille lingue che io mai avrei compreso? Perché era solo dietro te
che correvo il mondo, era con la tua voce nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello dell’amore di città in città, il tuo volto nei miei occhi durante tutto il viaggio,
ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo.
Maria Do Rosario Pedreira
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Postato il 12:45, 3/19/2009 |
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Prima di essere re e pane e flauto e barca fui uccello dei cieli, fiamma che guizza, vento: io che il giorno degli ansimi che la notte dei sogni, mai non conosco quiete, né mai smetto l'inganno - uomo dai piedi lenti- di ridurre la fine dei mondi rotolanti, delle stelle infinite, alle poche stagioni della mia voce esile.
Elio Pecora
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Postato il 11:39, 3/17/2009 |
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non è l'amore che va via
Vai vai tanto non è l'amore che va via Vai vai l'amore resta sveglio anche se è tardi e piove ma vai tu vai rimangono candele e vino e lampi sulla strada per Destino
Vai vai conosco queste sere senza te lo so, lo sai il silenzio fa il rumore de tuoi passi andati ma vai, tu vai conosco le mie lettere d'amore e il gusto amaro del mattino
Ma non è l'amore che va via il tempo sì ci ruba e poi ci asciuga il cuor sorridimi ancor non ho più niente da aspettar soltanto il petto da uccello di te... soltanto un sonno di quiete domani...
Ma vai, tu vai conosco le mie lettere d'amore e il gusto amaro del mattino
lo so lo sai immaginare come un cieco e poi inciampare in due parole a che serve poi parlare per spiegare e intanto, intanto noi corriamo sopra un filo, una stagione, un'inquietudine sottile.
Ma, non è l'amore che va via il tempo sì, ci ruba e poi ci asciuga il cuor sorridimi ancor non ho più niente da aspettar soltanto il petto da uccello di te... soltanto un sonno di quiete domani...
Vinicio Capossela |
Postato il 12:08, 3/14/2009 |
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anch’io sono stata la neve ho sfiorato gli alberi con piccole mani, le dita dei pini, gli abeti che fanno inverno e fanno Natale
sentivo che c’era un mistero oltre la sdraio della terrazza o dentro il silenzio dei monti; era in me
o era mia madre lontana, giovane ancora, caduta alla prima stazione -
sulla sua schiena la valigia o una croce io, in bianco e nero, sorridente leggera come la neve
Debussy, Claire de lune
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Postato il 09:11, 3/5/2009 |
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Chiusaforte è le tue mani rovinate, le sue case in fila lungo una strada che
conduce al nord e le sue pietre e gli azzurri, sottilissimi dopo
che è nevicato Chiusaforte è tutti i ritorni che mi allontanano mentre nevica il tempo sulla neve che sei
stato sui passi contati e poi coperti dal bianco e c’è un piangere nascosto nel celeste nelle pigne ai piedi degli abeti nel silenzio che sgretola gli animi e qualche
volta ci spinge in alto, in alto dove ci sono parole che erano sassi dette di punto in bianco, nel freddo lasciate alla confidenza delle nuvole;
ho fatto un buon tratto di strada, ormai, e sono stato tuo figlio e sono stato tuo padre e conosco i gesti che non si spezzano davanti
al dolore l’incandescenza dell’istante che li ha generati la tua mano sulla mia fronte il palmo della mia sul dorso della tua che non so come, non so dove mi portano ancora con te.
Pierluigi Cappello
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Postato il 06:08, 3/3/2009 |
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Io, riconosciuto nudo, risalito lungo le cicatrici dalla conoscenza della tua bocca, ti schiudo alla mia come un’alba, un riparo nel respiro della forza deposta; ogni giorno aggiungo una morte alla mia vita e ogni giorno il tuo nome ha più significato duttile sulla mia lingua e l’ombra versata la sera sulla soglia il minuto posato nell’attesa ci libera dalla morte ereditata;
era aprile e pensavo di essere più piccolo del firmamento, che non sei tu, non sono io lo splendore di un sentiero tracciato dentro il mio nome e il tuo.
Pierluigi Cappello
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Postato il 10:45, 3/1/2009 |
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Ascoltate! Se accendono le stelle, vuol dire che qualcuno ne ha bisogno? Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano? Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi? E tutto trafelato, fra le burrasche di polvere meridiana, si precipita verso Dio, teme d’essere in ritardo, piange, gli bacia la mano nodosa, supplica che ci sia assolutamente una stella, giura che non può sopportare questa tortura senza stelle! E poi cammina inquieto, fingendosi calmo. Dice ad un altro: “Ora va meglio, è vero? Non hai più paura? Si?!” Ascoltate! Se accendono le stelle, vuol dire che qualcuno ne ha bisogno? Vuol dire che è indispensabile che ogni sera al di sopra dei tetti risplenda almeno una stella?
Vladimir Majakovskij
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Postato il 08:19, 2/23/2009 |
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Ho un acero, fuori casa, e tutto è lontano qualche volta tutto passa nelle cose senza contorno ho un acero misterioso come una città sommersa e guardare diventa le sue foglie, l’ombra premuta metà sulla strada metà nel giardino la luce di ciascun giorno dove le voci si appuntano e si disperdono. Siamo l’acqua versata sulle pietre dei morti sul filo teso tra la preghiera e il canto siamo la neve dentro le cose l’occhio cui tutto allucina, tutto separa e vivere è un minuscolo posto nel mondo dove stare in giardino.
Pierluigi Cappello |
Postato il 05:34, 2/16/2009 |
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Sei un lontano passo di danza mentre saluti tra i corridoi, un ventaglio di grazia che il male non ha ucciso, diagonale tra i quattro cantoni, silenzio di fate e di foglie, finché il giallo si fa scuro, si fa minaccia nel cielo, il sorriso fragile e la gola resta lì, sospesa e selvaggia.
Milo De Angelis
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Postato il 12:55, 2/15/2009 |
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 Non sempre la tua assenza è un lunghissimo black-out. Spesso riemergi dal buio in piccole intermittenze, baluginii, vicino al lumino sopra la consolle. - Non è che si ricavi molto con le preghiere - dico agli altri mentre sgranano la corona e attendo un tuo segnale - tremolio o luccichio -, brevi notizie dal tuo mondo. A quest'ora, - essenza o crisalide - probabilmente già in un'altra dimensione, dovrebbe soccorrerti un Dio di pace e non di guerra
Mario M.Gabriele
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Postato il 08:13, 2/11/2009 |
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La ceramica chiara ove squillò il tuo colpo di tazza come la folgore di una campana piccola e azzurra, chiusa in un tempio di tortore. Le parole d’amore, il feltro, i passi, le brevissime nozze. Il perpetuo frusciare dei garofani sull’occhiello assonnato, il volto chino, i bicchieri posati fra le guance.
Cristina Sparagana |
Postato il 10:24, 2/5/2009 |
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immàginati implosioni e poco dopo l’esplosione, tu splendi, ma come ti raffreddi veloce, carissima, te ne vuoi andare, come sei lucente nell’ultimo giorno, poi ti afferra il vento, la più buia delle accelerazioni, una nuvola, no, una scia di gas e altrove lontano lontano lontano se ne sta uno col cannocchiale e calcola dalla tua fine la distanza di galassie remotissime. nel frattempo tu come una supernova precipiti in un risucchio dove non c’è luce, dove non c’è nulla, né la possibilita di fuga e neanche più sogni, come devo io, ti chiedo, come devo io, devo forse
Monika Rinck
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Postato il 01:25, 2/1/2009 |
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A Kostas Kulufakos XIV Sul tamburo teso del cielo lo scalpiccío del tempo non si ferma. Una luna bianchissima tramonta. E i nostri corpi restano il confine che di continuo cambia tra le cose andate e quelle che vengono. Titos Patrikios
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Postato il 01:05, 1/31/2009 |
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Ladro, – davvero, un ladro dappoco, pregiudicato;
faceva la posta a donne e uomini, vecchi e bambini, a foglie, finestre,
lampadine, a vecchie chitarre, macchine per cucire, rami secchi,
a se stesso. Rubava sempre un loro atteggiamento, una loro espressione, le cicche
che gettavano per strada, i loro vestiti, quando si spogliavano nell’ora dell’amore,
i loro pensieri, le loro forme sconosciute, le loro e le sue, e ne faceva grandi, strani mazzi di fiori o li piantava nei vasi.
Adesso, dal fioraio all’angolo, lo vedevamo dietro i vetri aspergere con la pompa le grandi rose, le dalie,
i garofani, non li vendeva né li regalava; – un ladro singolare, un principe decaduto dentro la sua serra. Solo il suo
viso, esangue, si distingueva in mezzo ai gigli altissimi, come un morto nel feretro di vetro. Tuttavia, nel freddo dell’inverno, questo fiorista coi suoi fiori
invenduti ci dava sempre l’impressione di un’eterna primavera;
anche se in seguito apprendemmo che tutti quei fiori erano di carta, colorati con tinte rosse e gialle – ma soprattutto rosse –
in sfumature varie. Jannis Ritsos
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Postato il 01:15, 1/26/2009 |
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Lo seguo, lo precedo nella voce perché ho, come il fumo spopolato, vocazione di acquerello.
Raccontami come sono lì le cose di consumo:
libri, rose, tintinnii di rondini.
A parte tutto questo gli domando
dei manghi geologici che lo bordeggiano di polpa,
e di un nuovo fiume, senza guardarlo,
con popoli di suono e longitudine di Arcangelo.
Dimmi anche qualcosa del piccolo litorale dove recentemente il giorno, come un celeste animale bifronte, si accampò in due acquari e si colmò di pesci.
O se lo ricevettero unanimi gli alberi come quando elessero la prima allodola dell'anno e il giorno della fioritura.
Riassumimi ora che tremo benignamente dietro una rondine, ora che mi propongono pubblicamente per nudo di farfalla
e sto come le rose disordinando l'aria.
Eunice Odio
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Postato il 12:39, 1/23/2009 |
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 ma se io se io mi chiudo a chiave dentro me stessa, non rispondo a nessuno (attaccato alla porta un cartello: lei non c’è dorme è andata via), se io taccio non respiro, fingo di non essere o essere altrove, qualcuno viene e urla il mio nome per cancellare la mia assenza, violare il mio solipsismo solitario se io schiudo le mani per liberare i miei uccelli di carta e le mie farfalle ballerine, se mi nascondo dentro un armadio e tendo le braccia come un appendiabiti, se poi scivolo via come un geco dalla porta-finestra, se io mi faccio un mucchietto di vestiti colorati, se io, se io ... Blumy
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Postato il 01:11, 1/14/2009 |
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Sto dentro una tristezza di foglie secche,
lumache e acquitrini.
Era meglio quando c’era la pioggia. Era meglio perché potevo nascondermi tra gli sputi cavernosi del cielo e dentro il suo rumore e diventare una cosa piccola, che fa parte del temporale, una foglia o un uccellino che si chiude nel suo nido, al riparo dalla pioggia e dall’Uomo Cattivo. L’Uomo Cattivo mi ha chiamata al telefono. Quando chiama lui sul display compaiono dei trattini, non un numero, perché non vuole farsi identificare, forse anche lui vuole nascondersi. Mi chiama e mi guarda con quegli occhi rotondi come palline che mi fissano intimidatori e parla severo infilando una citazione latina dietro l’altra. E ‘verba volant, scripta manent’ . ‘In illo tempore’ (io zitta: in non ce lo devi mettere, asino!). E una terza citazione che non ricordo.
Mi guarda minaccioso e parla con quel residuo di napoletano nella bocca, il cappellino in testa e sta seduto dietro il bancone del negozio dove non si vede quant’è alto.
Arriva sua moglie in silenzio e lui diventa ancora più minaccioso, mi vuol fare arrestare, perché scripta manent e in illo tempore.
Io zitta, quasi non respiro e vorrei scappare , devo andare dal medico per una ricetta e lui continua torvo la sua filippica mentre le palline che ha come occhi sembrano voler uscire fuori e colpirmi come proiettili.
Vorrei che la pioggia continuasse e nascondermi fino ad annullarmi, non sentirlo più al telefono, non andare al citofono quando è lui che parla, non aprirgli la porta quando vuol salire con il ragazzo che butta tutto o con quell’uomo che è entrato con lui e hanno attraversato il corridoio come se fossero stati i padroni di casa, i requisitori; e io dietro.
Apre il rubinetto del bagno e dà disposizioni al ragazzo che butta tutto, credo che pensi: butta anche lei, è vecchia,non serve più, è un catorcio,non la vedi? Se la tocchi si rompe, se alzi la voce va in frantumi.
Una volta buttata via non mi perseguiterebbe più, lui e le sue citazioni in latino, gli occhi come palline, il cappellino sulla punta della testa piccola perché deve contenere davvero poco cervello.
Era meglio quando c’era la pioggia? Era meglio quando anche nella mia stanza trovavo infiltrazioni d’acqua che venivano dal balcone sovrastante?
Era meglio che io mi nascondessi come una ladra e camminassi piano per non farmi sentire e non accendessi la luce finchè lui non aveva abbassato le saracinesche del negozio?
Che crolli tutto, io mi attaccherò agli stipiti di una porta come fossero le colonne di un tempio (la mia casa è un tempio !) e come Sansone griderò: muoiano con me tutti i filistei !
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Postato il 01:09, 1/14/2009 |
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Anch’io conosco una favola. La favola di una bimba piccolissima. Si chiamava Mar di Celestina.
Era una bimba alta un metro e un quadretto. Di cioccolato. Un faccino da pulcino, un fiocco rosa in testa, tra i ricci di marzapane. Più che una bimba sembrava una bambolina da tenere sul comò, per guardarla ogni tanto, pettinarle il capelli, prenderla in braccio e sciogliersi di tenerezza. Quando abbracciava metteva le braccia paffute attorno al collo. Rosea. Ti carezzava il viso con mani minuscole carezzevoli di neve. La pelle un petalo di gelsomino. Aveva un vestito color di melanzana, che le stava d’incanto, s’apriva a ventaglio sotto il petto svasando onde morbide di trine fino all’orlo e tra i merletti sbucavano due gambette buffe da mangiarsele di baci.
Oltre che bella Mar di Celestina era anche brava, giocava volentieri e le piaceva giocare con tutti, inventava giochi nuovi, così nuovi che scrocchiavano di nuovo come scarpe nuove, la carta regalo da scartare, un falda di finocchio. I bimbi giocavano volentieri con lei. Erano felici anche solo di starle vicino. E lei inventava ogni giorno un gioco nuovo: la piuma chiocciola, il bruco bolla, la nuvola pecora, il pino martino erano solo alcune delle sue fantastiche invenzioni. Instancabile ed entusiasta desiderava che tutti andassero d’accordo e giocassero con rispetto delle cose, delle persone, dei fiori, degli animali e delle regole del gioco.
Quando Mar di Celestina e suoi amici giocavano le risa dei bimbi echeggiavano per le strade del paese e il paese sorrideva, ma non è che si vedesse proprio un sorriso, è che tutto sembrava bello e pulito come un giorno di vento leggero, come primavera, come un respiro che allarga i polmoni, come il sereno che arriva dopo la pioggia.
Poi pian piano le cose cambiarono. I bimbi si stancarono delle invenzioni di Mar di Celestina, forse volevano tornare ai vecchi giochi, forse volevano inventarne loro di nuovi, fatto sta che l’invidia aveva avvelenato i loro cuori, avevano perduto anche la voglia di giocare.
La piuma chiocciola appassì, il bruco bolla seccò, il pino si fece panchetta, la nuvola belando svaporò. I compagni di gioco si rinchiusero nelle loro case, si annoiavano, ma non riuscivano più neanche a giocare, quando ci provavano si finiva sempre per litigare. Senza i bambini che ridevano e scherzavano per le strade, il paese si fece grigio e triste. Il sole dall’alto vide tutto questo e si rabbuiò. Ed appena il sole si oscurò scese sul paese un buio nero, un buio così pesto che non si vedeva ad un palmo dal proprio naso.
Matrona Confusione appollaiata da secoli sulla poltrona vedendo che Buio Pesto aveva invaso ogni spazio alzò le ali e le scrollò: “Ora” disse “ è il mio turno. Scendo e regno”.
Buio e Confusione si insediarono nel paese. Sporchi, grassi e gradassi, lo misero a sacco e pasticcio.
Anche gli adulti ormai non sapevano più che fare, quando pescavano non sapevano che pesci pigliare, quando uscivano si scontravano, lavorando friggevano l’aria, ognuno correva di qua e di là senza conclusione. Tra loro non riuscivano più neanche a parlare, per comunicare gridavano sempre, aumentando la confusione.
Ogni porta di casa al paese si chiuse, ogni buco finestra s’intasò, ogni pertugio apertura si serrò. La stretta di chiusura aumentò a dismisura.
In questo caos intricato Buio la faceva da padrone, mangiò e mangiò e s’ingrassò fino a debordare verso i prati, i boschi, i campi, il fiume, alla fine colmò tutta la valle.
Una tragedia. Anche le piante ed i fiori morirono. E Mar di Celestina, chiusa in casa a piangere su questa rovina, divenne così triste che si mise a scrivere poesie.
Ne scriveva di tutti i colori: gialle, rosse, azzurre, le soffiava nel vuoto come bolle, le teneva sospese a mezz’aria, le mischiava tra loro e dipingeva la parete del muro.
Scrivendo poesie non pensava, e non pensava di scrivere poesie, ma scrivendo le lacrime seccarono e la tristezza si fece compassione.
In questa confusione almeno una persona era felice. Lei. L’ineffabile Strega Gallina sguazzava nera nella melma nera di una pozzanghera nera in cortile. Sbatteva le ali senza volare, solo goffi balzi dalla pozzanghera alla staccionata del cancello di casa Celestina. E starnazzava ovviamente, perché così facendo credeva di dominare la confusione. Con la testa piegata, tendendo l’occhio destro, spiava dalla finestra Mar di Celestina per scoprire cosa stesse scrivendo, ma Mar di Celestina, almeno questo, a qualunque prezzo non l’avrebbe permesso. E nascondeva le poesie strette strette in uno spazio bugigattolo segreto. La Strega Gallina allora girava la testa dall’altro lato, piegava il collo, guardava con l’occhio fisso sinistro e poi saltava.
Questo stato di cose non poteva durare, ne andava della sopravvivenza del paese, se ne rese conto anche il conte Abelardo Picansasso dal suo castello in cima alla collina. Stanco di brancolare, il conte decise d’intervenire, mandò al paese la pattuglia speciale dei Succhiabuio, istruiti a dovere affinché, usando le torce elettriche, non guardassero in faccia nessuno.
I Succhiabuio si misero all’opera e con macchine, raspe, spazzole e ramazze ripulirono ogni incavo e angolino.
Al paese tornò a splendere un sole blando, lontano, tiepidino, ma, anche se poco, ai paesani, dopo anni d’oscurità, già bastava. I compagni di gioco di Mar di Celestina uscirono fuori con la bocca spalancata, affamati di luce e di giochi. Ridevano, correvano, tornarono a giocare, ma ben presto s’accorsero che Mar di Celestina non era tra loro. Preoccupati andarono a cercarla.
Arrivarono alla sua casa e bussarono, ma nessuno rispondeva. Bussarono ancora. Silenzio. Poi sentirono che qualcuno a passi lenti s’avvicinava, la porta s’aprì, nel riquadro dello stipite comparvero due vecchietti curvi e stanchi. Erano i signori Celestina, i genitori di Mar di Celestina, invecchiati di cent’anni. Dissero ai ragazzi: “Ci dispiace, non sappiamo dove sia andata la nostra bambina” Raccontarono solo che scriveva e scriveva e ad un certo punto non l’avevano più vista. Era sparita come inghiottita dal buio.
I ragazzi la cercarono in ogni angolo della casa, del giardino, del paese ma niente, nessuna traccia di Mar di Celestina.
Loro non sapevano che Mar di Celestina s’era nascosta nel bugigattolo. Aveva chiuso la porta e s’era addormentata. Tra le braccia un fascio di fogli. Sui fogli tutte le poesie.
Quando finalmente capirono genitori ed amici corsero al nascondiglio e dietro la porta chiamarono a gran voce: “Mar di Celestina apri! Esci! E’ tutto finito, vieni fuori” Ma dal bugigattolo neanche un alito. Mar di Celestina dormiva, neanche li sentiva.
A spallate i ragazzi più robusti buttarono giù la porta e ansimanti entrarono nello stanzino. Dentro un deserto di vuoto. Nessuna traccia d’anima viva, né dei fogli, né della bambina. Al loro posto sul pavimento vetro in frantumi in una pozza d’argento.
Alivento |
Postato il 01:44, 1/12/2009 |
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Perchè Dio esista un pò di più - malgrado se stesso - i poeti custodiscono il centro della terra. Perchè sia sempre a portata di mano la quantità di Dio che ciascuno nega quotidianamente e possano essere infine atei gli uomini , le nubi, le stelle, i poeti in veglia fino a notte fonda si aggrappano a vecchi quaderni.
Sono poche le luci accese che tremolano in quest'ora all'aperto, sono poche, ma quanto resistono per inventare la quantità di Dio che ciascuno chiede in sogno.
Eugenio Montejo
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Postato il 11:35, 1/10/2009 |
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Ogni pietra degna di questo nome porta la luce in sè
la luce fabbrica un occhio là dove non c'è niente l'occhio morde il niente e il niente grida
patina di silenzio farina di lacrime la pietra abitata dal grido scopre il cuore della scintilla in mezzo alla sua pazienza
a calci a morsi fuori dentro là dove non c'è niente c'è qualcosa che brilla
grani di bellezza macchie di rossore rughe del primo cielo carezze del primo sorriso del neonato nel forno d'un leone dorato farò un pane di grida e un pane di risa perchè non amo che i sogni che si possono dividere
VI
Il nostro segreto è la sorpresa del sale nella bocca il gusto dell'incendio il cammino che traccia nel cielo il cervo volante la carezza del cocomero innamorato
io lecco il pizzo arrugginito d'una medusa bacio la bocca del silenzio
l'orizzone protetto del colibrì parola e soffio addomesticato lui si nutre nella mia mano becca piccole parole spezzate nel minuscolo giardino del mare
il grido del gabbiano si trasforma in punto interrogativo
in mezzo al mio silenzio un mormorio è venuto a cercarmi mi aspetta sulla spiaggia m'aspetta anche sulla montagna blu come la genealogia della luce o un amico seduto vicino al mare davanti ad un bicchiere d'acquavite
Luis Mizon
traduzione dal francese di Blumy
da La maison du souffle |
Postato il 08:49, 1/8/2009 |
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le trottole nella mia testa hanno ripreso a vorticare ancora sono fiorenti i lampioni nel mattino dopo la notte di plenilunio. ho dormito oltre il tempo e mia lode è il sogno con rabbia. dalle croci delle vette lungo le finestre abbaglianti delle fattorie più alte la luce solare che brucia la neve scala lentamente la conca di valle ancora fioriscono i lampioni le trottole nella mia testa hanno ripreso a vorticare
Norbert C. Kaser
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Postato il 05:15, 1/8/2009 |
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 La bambina ha un filo di memoria, un ragno che le cammina sulla testa, una partitura bianca e le orecchie vuote se non fosse per quel ronzio di api e calabroni, e il nulla dentro gli occhi. Se le domandi schiude appena le labbra e parla di un paese lontano, d’una valle dove l’erba era uno scivolo e il cielo alto color cielo. Improvvisamente tace (non ha altri ricordi) e, se non fosse per quegli occhi così vivi e carichi di nulla, la diresti felice. O lontana. Invece è qui, con la sua testolina nuda, un gomitolo di dolore, che non sa più raccontare. Blumy
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Postato il 01:06, 12/29/2008 |
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Prima che l'inverno giunga e riduca gli alberi in croci, o le gru oltrepassino rare il resto dei vigneti, fa che io possa prestarti fino in fondo la mia gola.
Prima che mi vuoti, fa che il mio sangue si trasformi in un rogo di pampini appassiti, in un ritrovo d'uccelli perduti sotto il tiro di chi, risalendo la collina, guardingo li cattura e in mille occhi li mostra appesi alla cintura.
Luigi Manzi |
Postato il 07:31, 12/18/2008 |
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Le colline dell'estate tardiva sono verdi.
Il cielo azzurro. Il paesaggio è percorso
dagli effluvi del giorno,dell'oscurità, dell'ombra luminosa.
Nei campi, i corpi chini delle donne che cercano pietre. Il suolo fangoso della terra rossa si copre con il soffio della sera d'autunno, aspettando di riposarsi.
I contadini hanno finito la loro giornata con il latte
e la preghiera. E' colto, dissotterrato, resta una radura.
Nel campanile trema la silhouette del mondo. L'Onnnipotente da' e riprende.
Vorrei averti tra le mie dita, in fondo ai miei stivali,dappertutto sul corpo. Vorrei averti nella bocca, nella gola, nei polmoni, una pienezza di te, tutta rossa,
che ti cullerai per tornare bambina ,
prima che arrivi e lo divenga,
per tornare tra le mura dell'antica casa, prima che sia scritto:
come copri gli occhi e offri la cecità, come io ti porto verso una vallata, bianca di nubi,
e ti colgo come l'uva folle dei silenzi. Tu che sei
delimitata dalle pietre, ma illimitata in realtà.
Profonda fino all'acqua, ma in realtà più profonda, impregnata della lava che in realtà è un diamante.
Copri la pianura, copri il paese, metti il coperto per la tavola, metti gli uomini a letto. Che si addormentino in una notte piena di cure. Che siano pronti; pronti per la pace, per la preghiera, la gratitudine.
Perchè per me sei la disperazione e una consolazione segreta.
E io sono per te colui che sta per seccare nei seccatoi del fieno , colui che fermenta e che si travasa in vino. Sono il cedro in piena trasformazione. Sono io che divento invulnerabile .
E so che rientrerò e vorrò restare. Là dove non ho utensili, dove sono impotente e straniero,
ma dove tu combatti per me, mentre mi lascio lavare dalla pioggia.
Tu mi inviti a tacere e ti accordi con la foresta in quel momento, come e dove io cambierò i contorni da cui sono sigillato, cosicchè nessuno mi riconosca più.
Primoz Cucnik
Traduzione dallo sloveno al francese di
Barbara Pogacnik.
traduzione dal francese di Blumy
Primoz Cucnik, poeta, traduttore e critico, è nato a Ljubljana nel 1971, ha studiato filosofia, psicologia e sociologia della cultura all'Università di Ljubljana. Le sue poesie sono apparse in alcune riviste letterarie in Slovenia e all’estero. La sua prima raccolta di poesie, Due inverni, è stata pubblicata nel 1999 e ha ricevuto il premio come Prima raccolta. Ha tradotto dal polacco ed è co-editore della rivista letteraria Letteratura. Il suo secondo libro è Ritmo nelle mani (2002). (trad. dall'inglese di Blumy)
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Postato il 10:39, 12/13/2008 |
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Il tuo seno mi riempie giusto il cavo della mano
oggi ho le dita tagliate e piene di schegge di legno e c’è un complimento che mi spaventa e non posso dirti: il tuo corpo ha la forma del mio dolore
Francesco Tomada
poesia inserita il 9.12.2008 su VDBD (silloge da Ogni cosa ha il suo nome) |
Postato il 09:36, 12/10/2008 |
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Signore non credo non credo eppure sono qui davanti inginocchiato Ah se sapessi mi piacciono le contraddizioni per poter restare me stesso Sono uno stupido non occorre che te lo dica il meno riuscito dei tuoi figli Sono brutto sono un fallito eppure non ho nulla da chiederti, non voglio miracoli per me, mi accontento che il sole mi dica buongiorno. Signore, non sono qui per fare la ruota come un pavone ma neanche per battermi il petto domandando perdono. Io sono solo un bambino che piange e arranca e fatica. Io muoio su una croce diversa mordendo i chiodi e spingendo i piedi verso il basso a sentire l’erba che cresce.
Federico Tavan
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Postato il 01:30, 12/9/2008 |
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due maschere dentro due maschere giapponesi perduti ci dissolviamo puoi capire per calli e ci diamo la mano e per ponti che il grigio avvolge Venezia unico splendido per sorrisi sommersi andiamo che senso ha senza toccarci questo carnevale cercare la risata dove si offre il sorriso appena ti fai ingoiare dall'esigua onda lagunare io ancora dentro al cantiere costruisco impossibili azzurri grattacieli di giorno nelle tue mani crollano
Antonietta dell'Arte
da "Lettera" - 1989 |
Postato il 01:39, 11/29/2008 |
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Niente è come prima.
Gli inverni attraversano la casa
in mezzo a un silenzio di nuvole
- hanno trasalimenti perfino i vecchi muri -
Fuori hanno divelto i grandi pini,
aperto la terra che li conteneva,
i nuovi alberi puntano a fatica verso il cielo
dimessi e scarni da sembrare finti.
Ma è il cuore che si è fatto piccolo,
che sta all’addiaccio dentro il corpo,
come chi non ha nessuno che lo curi
e dorme solo, sopra una panchina.
Blumy |
Postato il 01:17, 11/26/2008 |
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Oramai ero solo inchiostro, penna stilografica. I miei capelli davano un rumore secco, come di carta. I giorni frantumavano il loro guscio in minuti calcinacci bianchi. Lo scoiattolo non mi guardava più, le foglie m’avevano nascosto il loro viso, avevo dimenticato come freme una stella e l’intima carezza della nebbia.
Ma il tuo sguardo mi ha scoperta e avvolta col suo verde, col suo grigio profondo. Brucia d’oro la polvere spenta come per un’antica alchimia.
Tutte le cose sono in me e in tutte io sono, sono nello scoiattolo, nella foglia, nella stella. Mi sento una statua di sale come la moglie di Lot, mi ero riconciliata con la neve…
Ma il tuo sguardo m’ha scoperta e avvolta col suo verde, col suo grigio profondo. Lacrime di sale dalla statua stillano e marzo nelle lacrime rinasce.
Maria Banus
poesia tratta dall'articolo di Sandra Palombo nel 2° numero della rivista quadrimestrale Viadellebelledonne : http://nuke.viadellebelledonne.it/Portals/0/vdbd-novembre2008.pdf |
Postato il 11:20, 11/24/2008 |
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Esco, sogno di uscire nella notte di neve. Sogno di portare con me, lontano, fuori, senza ritorno, lo specchio della camera in alto, quello delle estati di una volta, la barca sulla prua della quale, semplici, andavamo, ci interrogavamo, nel sonno di estati che furono brevi come la vita.
A quel tempo era attraverso il cielo che splendeva nella sua acqua che i magi dei nostri sonni, ritirandosi, spargevano i loro tesori nella stanza buia.
Yves Bonnefoy |
Postato il 01:13, 11/21/2008 |
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mi sono svegliata nel mio letto di temporale, scrosciavano le piogge,
l’aria il vento mi trascinava via come un ramo divelto in mezzo al fango
non avevo più bocca per gridare -non ho più bocca, non ho più parole-
(bolle mute di un pesce nell’acquario)
e poi dentro la bufera ho perso tutto, scarpe libri i miei rossetti le chiavi doppie,
.la bussola del vero.
dentro una marea di mota cose perdute vengono portate via lontano
fino a scomparire, o vanno in fondo.
era questo? questo avevo pensato, costruito piano nella testa, con le mani
con la bocca con le gambe che adesso sono legno, quasi inerti,
per un po’ galleggiano, mi consentono di non andare a fondo.
non c’è luna, non una candela, una piccola luce, un miraggio lontano
una finestra accesa come un faro.
son le ossa che dolgono, sono le mie mani che tremano,
o non sono piuttosto, io, un sogno dentro il sogno?
ero già morta, affogata dal buio, e non me n’ero accorta?
Blumy |
Postato il 08:45, 11/12/2008 |
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Di colpo mio padre ha tirato su la camiciola d’ospedale. Ho girato la testa ma lui ha urlato il mio nomignolo: Shar!, così mi sono voltata e ho guardato. Stava seduto sul suo letto d’ospedale rialzato a manovella, la camiciola sollevata intorno al collo, per mostrarmi tutto il peso che aveva perso. Ho guardato dove una volta c’era il suo stomaco solido e possente e ho visto le pieghe delle pelle cadere verso il basso del suo addome, dentro una pozza di increspature soffici e pelose, il torso ossuto di un colosso che presto morirà. Ho subito notato quanto i suoi fianchi fossero simili ai miei, i lunghi angoli bianchi, e poi come la sua pelvi sia fatta come quella di mia figlia, l’interno di un guscio svuotato dal mollusco, ho visto le pieghe della pelle come un qualcosa versato, un burro denso, ho visto il sorriso desolato, gli occhi rivolti al cielo, mentre mi mostra quel suo vecchio corpo, sa di suscitare il mio interesse, sa che lo troverò affascinante. Se qualcuno mi avesse detto che mi sarei seduta accanto a lui, e che avrebbe sollevato la camiciola d’ospedale e avrei guardato il suo corpo nudo, il grosso bocciolo del glande, il sesso in mezzo a tutto quel pelo, che lo avrei guardato con affetto, e imbarazzata meraviglia, non lo avrei mai creduto. Ma ora posso ancora vedere i piccoli fiocchi di neve, bianchi e blu come la notte, sul cotone della camiciola, che si solleva come ci fu promesso il mistero si solleverà alla nostra morte il velo cadrà dai nostri occhi e tutto ci sarà rivelato.
Sharon Olds, trad. di Viola Amarelli |
Postato il 09:00, 11/8/2008 |
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che strano tratto paradisiaco è o il contrario le ali della farfalla, nell’eliso nel giallo cristallizzato sopra i prati giacciono pesantemente gettati pelli di scarpa dalla terra grassa un dito del piede uscito dal nero della carta una scarpetta da ballo, un dito dalla terra e lo splendore dei cerchi nel solco da cappotti scuri, l’umido della lana sudario abbracciati con le bocche sul terriccio e su di loro piene di terra e il rosso sulla strada tra boschi, campi e gridi acuti
d’allarme degli uccelli si giace fuori sui prati nella scura radice dei campi
del mondo
Katarina Frostenson
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Postato il 08:32, 11/4/2008 |
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Dunque, che abbiamo avuto? Il dolce odore dell’ontano, il sole arancione, dipinto, che si svela all’improvviso nella prima raffica di luce quando si taglia un caco per il largo, un azzurro mattutino dei fiori di cicoria, il campo intero, un grappolo di chioccioline su uno stelo di scilla e poi c’è stata anche la parola “cutrettola”. Che altro poi? Un requiem di cicale, pecore rosa sul declivio del cielo, e la tenera, baciata peluria sotto l’orecchio del gatto ed è, direi, tutto quello che abbiamo avuto oggi.
Agi Mishol
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Postato il 08:54, 11/1/2008 |
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Quando si spense la lucerna, era forse un segno, sotto venne a mancare. Era lo specchio a cui ero abituato, non potei guardare. Era l'ora, non potei misurarla. Non potei vedere intorno: le mura cieche, il deserto che era sceso sulla città, il candido silenzio che dal gior_ no separava la notte. Nel serbatoio in cui mi ero ritira_ to credetti di non poter ritornare. Ne ne sarei andato attraversando il vuoto dentro me. Il sonno m'ha vinto. Qualche Ouverture per un'Opera, dopo essere entrato nel sogno, prima di uscirne, il tempo è un filo a piom_ bo, scritto verso due estremità.
Enis Batur
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Postato il 09:47, 10/29/2008 |
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Che diremo stanotte all'amico che dorme? La parola più tenue ci sale alle labbra dalla pena più atroce.
Guarderemo l'amico, le sue inutili labbra che non dicono nulla. Parleremo sommesso.
La notte avrà il volto dell'antico dolore che riemerge ogni sera, impassibile e vivo.
Il remoto silenzio soffrirà come un'anima, muto nel buio.
Parleremo alla notte che fiata, sommessa. Udiremo gli istanti stillare nel buio, al di là delle cose, nell'ansia dell'alba che verrà d'improvviso incidendo le cose contro il morto silenzio.
L'inutile luce svelerà il volto assorto del giorno. Gli istanti taceranno e le cose parleranno sommesso
Cesare Pavese |
Postato il 12:57, 10/27/2008 |
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Sordo per il gran vento che nel castello vola e grida è divenuto il cane.
Sopra gli spalti - in lago protesi - corre, senza sussulti: né il muschio sulle pietre a grande altezza lo insidia, né un tegolo rimosso.
Tanto chiusa e intera è in lui la forza da che non ha nome più per nessuno e va per una sua segreta linea libero.
Antonia Pozzi |
Postato il 06:00, 10/21/2008 |
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A mio padre Stevan

Una lettera. Da un vecchio libro è caduta. Le tue parole inesauribili. Dicono che stai per arrivare.
Ed ecco apro le finestre. Le strade degli anni spazzo dalle foglie.
Sono trascinati dal peso del desiderio. Da un cavallo cieco. Con la pioggia nel cuore. Conoscendo la via.
Perché sono figlia del tuo occhio. Mi vedi in ogni distanza. Sto crescendo. Sempre figlia.
Io igloo. Capanna sotterranea di neve. Stanzetta di rose congelate.
Dove l’abbraccio di ciò che è esistito e consunto è possibile. E caldo.
E il dolore così tante volte più grande di me senza firma in ognuno sta.
Supera il tempo. E non ha mai fine.
Tanja Kragujvic
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Postato il 04:36, 10/18/2008 |
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D'improvviso torno
alla notte con le mie scarpe d’acqua.
Mi spoglio nel lento esercizio delle mie mani e cerco solamente un oggetto mio, una piccola barca, una cometa, un circo di cose inventate, figure quotidiane, tue e mie, che amo.
Ma so che d’improvviso mi ritrovo inaccessibile e torno a essere silenzio e fiamma oscura, dove la mia barca fugge dalla tua riva.
Mia Gallegos
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Postato il 11:37, 10/16/2008 |
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Hai l’incanto d’un fiume sotto cieli tranquilli. Ci sono cose imperfette
ma vi si stende una musica.
E dice che per letto di tenebre si spinge la corrente a che smagliante mare che increspa la mia mente.
William Carlos Williams |
Postato il 05:28, 10/9/2008 in Blumy |
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Il corpo sta alla terra come il cuore all’addio bestie intrecciate che si appartengono per destino nonostante la lotta. Prima si perde il sonno, poi i capelli, poi tante parole fino a io, quella che tiene tutto. Dopo dilaga l’urlo che stava quieto per educazione, si rende l’anima al cielo da cui cadde - sei animale, sei pronto. C’è un ordine, in ogni morire, che conquista.
Di che cosa ragiono? più di nulla, prevedo i temporali, lascio che l’autunno mi riguardi, resto fuori, faccio equazioni fino all’alba tra un’aquila e uno specchio, scommetto di tramutare un sasso nel sasso di sempre sotto gli occhi degli altri, che ogni cosa sia la cosa stessa se la guardo. Sento che è poco, voglio che sia meno. Sognare un ago immenso che cuce inutilmente il cielo.
Silvia Bre |
Postato il 12:56, 10/7/2008 |
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Seduto nell’autunno di questa spiaggia quasi deserta sto contando i granelli di sabbia intorno, e sono tutti granelli di sabbia nei quali sta fusa una lava sempre più fredda. Le mani nella terra, il pensiero nelle nuvole che si perdono al sapore del vento. Sempre più freddo. Lo stesso che agita i miei capelli bianchi.
Casimiro De Brito |
Postato il 05:20, 10/6/2008 |
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«Non avvicinatevi al fiume quando il sole tramonta non avvicinatevi al fiume perché c'è Yara che vi invita coi capelli verdi colore delle pietre miraquitãs».
L'oro del fiume li bagnava di luce - «State attenti, figli miei - diceva la vecchia india - vi trascina all'incontro col suo canto e la sua magia il suo canto che non finisce mai e i suoi occhi e i suoi capelli fanno parte del suo canto State attenti figli miei, se Yara vi chiama, perché Yara è fuoco dentro l'acqua, è luna, è un canto che non finisce, guardatevi da Yara quando vi chiama per nome sono abissi evocazioni per le quali non si è mai preparati guardatevi da Yara quando vi chiama per nome il ritmo del suo cantare produce ondulazioni che modificano l'aria portano tempeste da luoghi sconosciuti, da mari sconosciuti, evocazioni, non avvicinatevi al fiume quando il sole tramonta Guanumbì, ascolta bene io sono vecchia, così vecchia che già non si contano le lune della mia età.»
«Ma gli dei dissero: "Avrai un nipote e bello quanto un giaguaro e vibrerà l'arco e la freccia con la rapidità e l'effetto del fulmine le tribù lo chiameranno 'figlio del fuoco e del sole: Guanumbí. Ma tutta la sua energia sparirà quando vedrà Yara non lasciatelo, quando arriverà all'adolescenza, vicino alle acque profonde del fiume-mare."» Gli uccelli cessano di cantare e sorge Yara alla superficie dell'acqua: Guanumbí affascinato guarda profondamente questa visione «- Attenti, figli miei, non avvicinatevi al fiume-mare non avvicinatevi al fiume quando il sole tramonta che Yara vi invita.» E Guanumbí, affascinato, continua a guardare la visione e vede quella figura che emerge i capelli di Yara arrivano al fondo delle acque e là si radicano Yací prova ad aiutare Guanumbí: - «Guanumbí, torna da me, è Yara che ti invita, Guanumbí». Le braccia di Guanumbí si lasciano trasportare leggere come il vento i capelli di Yara, ora vermigli ora verde intenso, confondendosi in tutti i colori capelli nuvole dentro l'acqua chiamando ondulati e ondulanti come il suo canto due gocce brillanti i suoi occhi si espandono. Guanumbí sente dentro l'ultimo calore del sole e sente il freddo del profondo delle acque: Yara il suo corpo era una foglia cadendo soavemente nelle braccia di Yara allucinato si immerge negli abissi visione di Yara. Mai Guanumbí, mai potrai sapere chi è Yara: I suoi capelli verdi di alghe e il suo corpo scuro, fatto di ombre, si illuminano quando il sole tramonta. Guanumbí amava Yací il suo affetto gli dava sicurezza e partirono risoluti pensando che il loro amore era più forte di Yara e dimenticò quello che aveva detto la vecchia india - «Non ho timore di niente vicino a te, Yací» con le mani unite e assorte per la magia dei suoi occhi innamorati sfida Yara e la profezia. La luce appare e scompare nel fondo delle acque l'odore dei frutti è più intenso quando arriva la notte gli animali cominciano ad azzittirsi e dalle acque emerge un canto.
- «Attenti quando Yara vi chiama per nome sono abissi» - chi diceva questo era una vecchia india così vecchia che già non si contavano le lune della sua età.
Márcia Theóphilo
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Postato il 05:45, 9/26/2008 |
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un uomo va nel suo corpo e all'improvviso cade in uno stagno rosso - una ragazza. La mano sta nel posto del cuore, la notte vacilla. Un uomo crollato perchè la borsa del tempo non smette di cadere. Porto sulla retina la triste immagine di una ragazza che si muove lentamente con una gonna rossa. O è una ferita? Triste come il dolore d'argento ormai convertito in cenere. Soltanto una ragazza di cui ho peso il volto ma non ho perso la fiamma della gonna rossa. Al poeta che ruba cristalli del giorno e il piacere nascosto che nel sangue dei piccoli crimini brilla il tempo non perdona, il fossile fluttua nella ferita. E lei che è stata ragazza è adesso solo una gonna di luce, un colore sulla retina. Per il momento non so più alcuna verità - ho dormito con lei e lei non sa che ha dormito con me. Poi ho dimenticato. La dimenticanza è una barca molto alta, un albero di fico stanco al quale sto appoggiato. Sarà che sono ormai invecchiato? Chissà che io non possa cadere in un altro stagno rosso.
Casimiro De Brito
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Postato il 11:56, 9/23/2008 |
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Lascia che altri si facciano colomba o digrignino i denti come tigri. Mi basta essere un sasso. All’esterno è un enigma: nessuno sa come rispondere. Ma fresco e quiete dev’esserci all’interno. Anche se una mucca lo calca col suo peso, anche se un bambino lo getta dentro un fiume; il sasso affonda, lento, imperturbato, fino al fondo, dove i pesci bussano alla sua soglia e vengono a origliare. Ho visto scintille schizzar via quando due sassi sono strofinati forse là dentro non fa così buio; forse c’è una luna che brilla da chissà dove, spuntando magari dietro un colle, un chiarore appena sufficiente a decifrare quelle strane scritte, mappe stellari sui muri interiori.
Charles Simic |
Postato il 12:06, 9/19/2008 |
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A mia madre I. Il tuo sorriso è una riga sul foglio a quadretti dell’infanzia e si spalanca la richiesta - vieni domani?- verrò come la pioggia che si annuncia nell’odore del cielo, ma la terra l’aspetta per lavare il secco che la taglia al centro. La pioggia altera la combinazione, gli atomi si lanciano dentro la tua gola in cerca del mio abbraccio e la pazienza lo coltiva dietro la spalla di donna, dentro il tuo cuore che invecchia e sale di corsa alla cima - ti prenderò in tempo per il nostro girotondo?-
II. Ti stringi i giorni alle caviglie, tocchi la ferita dove il camion ti ha schiantato ai fianchi, dove la polio ti ha preso la corsa e ha dettato la sua legge nell’osso troppo bianco per vincere. Non smetti di sognare i campi d’acqua a est della casa - una fattoria con le stanze per il cibo a piano terra - sopra dove si dormiva insieme per non scordare il giallo dentro i primi anni, i primi aerei di una guerra. E’ stata corta la tua infanzia di geloni e una primavera senza le calze non bastava a tenere la morte lontana - il fronte un buco nel camino - e svanivano tutti i racconti.
III. Sono nata quando il destino ti voleva ripiegata, come una storia che nessuno vuole portare con sé. Ero il gelso nel cortile, tu una radura dietro il campo e una gran voglia di scappare. La strada del gallaratese passa ancora tra i fossi, slitta oltre il cemento delle case cresciute di fretta nel Settanta, come un albero nel bianco d’autunno. Adesso mi dici - la domenica è il giorno più lungo dentro la testa - lo so, si fa fatica quando le ore sono un conto che si tira dritto tra la sedia e un’altra.
IV. La porta di casa adesso è solo una linea nel perimetro - soglia non più aperta - e il tempo coltiva la sua liturgia, ordine esatto tra quaggiù e il cielo. Dentro lo spazio non è metri e angoli, ma una piega dove ti siedi la mattina e resti. La stanza, un salto a occhi chiusi - c’è sempre un altro gesto da fare - ma non lo conosci, sei ancora la bambina dell’incanto, i piedi insicuri nel disegno. Nella notte ti fai tenace, come il gufo sgomento della brevità dei sogni. Le ore stanno chiuse nel fazzoletto e non cresce più l’infanzia nemmeno nei ricordi. Nemmeno se la chiamo per nome. Lavori a maglia, cuci la colpa alla tua gioia e punti l’ago dritto nelle mie tasche. Io siedo ostinata a far girare il mondo dove crescevano le rose della nostra promessa.
Gabriela Fantato
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Postato il 01:08, 9/17/2008 |
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Dentro di me c'è un falco che spruzza il cielo di sangue Specchio contro specchio: l'infinito è così largo come la lama di una spada e mi lascio consumare mentre le nubi passano trascinando animali, esseri annegati, uccelli di un diavolo che ride voltando la schiena a me e alla mia terra, alla mia terra natale che con la sua luce mi divora
Le costellazioni sono mosse dal vento dall'acqua di molti cieli e da un urlo, nero e trasparente come l'intensa bellezza che non conosco: perdo la vita e mi allontano e nelle mie mani cade il deserto e le sue notti, e la Luna che tanto ricordo: 'Ho consumato la mia vita aspettando te'
Santiago Mutis Durán |
Postato il 01:58, 9/16/2008 |
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Me lo ricordano spesso che devo andarmene, come se io volessi per forza restare appesa o inchiodata a questo letto dove non arrivano i voli delle rondini dove l'eco dei vulcani è nel fondo delle mie orecchie. Me ne andrò, ma tanto, lo sai, un po' di me è entrato nella terra attraverso i tubi del cesso e attraverso le nuvole alle quali ho prestato i miei capezzoli per abbeverarsi prima di sciogliersi in pioggia. Non possono più cancellarmi fare a meno di me, qualcosa è entrato nel circuito eternamente, sono furba, io.
Dante Maffia |
Postato il 12:52, 9/13/2008 |
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Nella fessura del presente restiamo appesi a un ricordo. Dentro la testa un mare, senza data e il nome
resta la ninna nanna di mia madre nel bianco, come fosse una notte senza luna
E’ stretta la mattina dove si perde, dove è più scuro il giorno sopra le pagine e la fuga nella pelle.
resta il segno nella mano di mio padre, la nostalgia, un balzo senza fine
Gabriela Fantato |
Postato il 12:27, 9/13/2008 |
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La porta s’apre su un sentiero sconnesso, arido, disseminato di sassi appuntiti su cui piove una bava di luna malata. Non ci sono cartelli indicatori, ma sembrerebbe, a guardarlo, affossarsi in un inferno di tenebre e solitudine.
Un vento invisibile ha chiuso la porta, sbattendola, dunque non c’è possibilità di ritorno. Sola andata. Verso questo nulla gelido e tenebroso in cui il respiro fatica a trovare il suo ritmo normale e si fa affanno, cedimento.
Le mani lungo il corpo sono due ombre chiare con vita propria e mostrano i rigagnoli viola delle vene , la contrattura delle dita.
L’acqua è una visione lontana, un desiderio appeso ai rami scarnificati dei pochi alberi, tra un lato e l’altro della strada. La gola, le labbra bruciano d’arsura.
C’è un miraggio di colline lontane, nel buio, e non si sente altro che il calpestio leggero dei passi.
Blumy |
Postato il 12:12, 9/12/2008 |
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Sagome vacillano sulla linea
del bagnasciuga, adesso le ombre
si accorciano sotto il sole
a perpendicolo, gesti
impercettibili in una spiaggia
in piena luce. C'era l'attesa
di qualcosa che le potesse
definire, attendevano un
compimento, come sottrarre
un granello di sabbia e poi
un vento leggero riga la sabbia
che si alza come un velo sui corpi
e li accudisce nel principio
di ogni fine. Forse
non sarà mai come adesso, queste
mani che si stringono sono
una volta e per sempre: chiederanno
un'apertura, qualcosa che giunga
in riva ai piedi, atteso da sempre
e inaspettato, l'eco di ogni luce, raccogliere
gusci portati dalla risacca,
come un incontro, niente
era previsto, tutto avviene
in una distrazione. Poi ci sono
attimi in cui anche nel marcire
c'è qualcosa
che aprendosi sboccia
inavvertito, questi denti che affondano
lentissimi nella polpa
di un riccio di mare e giungono vicini
…eppure qualcosa sfugge
a due passi da un dono.
Francesco Filia
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Postato il 05:05, 9/8/2008 |
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Padre, è tempo d'incontrarci nella veglia.
Tu fatto interamente di ricordi. Io...
Mi riconoscerai facilmente.
Ho i tuoi occhi, il tuo mento, il tuo destino
inciso nella pelle.
Padre, è tempo di riconoscere l'esistenza
della scure conficcata nel nocchio.
Non ti chiedo un miracolo.
Non ti prego di estrarre la lama.
Mi rassegno all'idea che
il nostro focolare resterà freddo per sempre.
Ti prego semplicemente di ammettere che
non abbiamo rispettato le leggi della crescita.
E accetto la scusa:
faceva freddo,
perciò il manico tra le dita si è messo a tremare.
Padre, è tutto ciò che ti chiedo.
Lo so, me lo dicevi sempre che
gli uccelli sono solo ospiti degli alberi.
Che il vento agita le foglie solo per sé.
Ma io non riesco a vivere diversamente.
Come posso gettare nel fuoco della
memoria la mia agile giovinezza, se in
essa è piantato l'acciaio mai pronunciato?
Riconosciamo la sua esistenza, padre.
Affinché la morte sia per te più leggera
e per me la vita meno faticosa.
Peter Semolic |
Postato il 09:36, 9/6/2008 |
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Davanti al direttore di banca mia madre impugnava la penna e tremante scriveva: Bernardini Iole. Io vidi che non c'era firma, ella, aveva, scusandosi scritto il suo nome, prima cognome e poi nome come se avesse scritto scarpa, sasso, malva per la sera. Di là da lei, dal suo tempo educato, si alzavano firme alate, nomi scritti per non esser visti nomi scritti per dire arte, individualità, spirito.
Ma io proporrei, se questa marcia di pace volessimo davvero farla e se volessimo scrivere NOT IN MY NAME ora e sempre, ecco, io proporrei di scrivere i nostri nomi così come sono, come se avessimo scritto: mi porti un caffè per favore? Posso iniziare? O, me lo dai questo bacio, insomma! Insomma nomi tutti uguali, non privati ma collegiali, nomi da scambiare come se io stessi scrivendo il tuo nome e tu quello di mia madre, mentre lei, esitante, scrive il suo sulla cedola degli investimenti a medio termine.
Alba Donati |
Postato il 12:28, 9/4/2008 |
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L'attesa dell'ombra
I Da quaggiù, da questa terra lontana, dove l’orizzonte è un pensiero che passa. La luna cade sulle nostre figure, sui sentieri tra l’erba o lungo la riva del lago. Siamo in un tempo fermo e perduto, in un grembo antico. Aspettiamo il vento sopra di noi, la vera storia e l’ultima morte…
II
L’acqua trema nel buio. Ci sfiorano i vapori di nuvole basse attorno alle rocce. Cerchiamo tra la polvere e il cielo (e più in là, dove l’universo tace) le immagini di un sogno interrotto. “C’è una scrittura d’acqua e di pietra” “L’abita un’anima sconosciuta, orfana e sola. Vive nell’oblio del tempo, nel suo silenzio…” “E’ qui, in quest’anfiteatro di macerie, di antichi rifugi, di arcate superstiti e templi diroccati…”
Mauro Germani
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Postato il 12:31, 9/2/2008 |
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(Oil on canvas)
E’ sempre l’ombra che trafigge la luce. Dolorosa e materna sui bulbi delle viole da gamba.
Orchestre d’archi a sesto acuto eseguivano i suoi seni.
Lei, nuda di bianca pelle e pudica di poco lino posava in segreto, all’insaputa dei suoi pittori prediletti. Viveva come sussistenza ed intuizione; era contorni sbiaditi su tele incompiute e desiderio sottratto alla liquida fertilità delle parole. Posava per l’eternità di un solo istante e per la memoria del sempre.
I capelli come canto terrestre di dolore viandante. Le mani come sonno errante tra neve e respiro.
Voce di foglie in canto.
Stava, monocromatica modella in attesa di nulla, solo la forma della luce mentre trafigge l’ombra.
In sogno.
Une dimanche après-midi à l’Ile de la Grande Jatte.
Dell’amore che sparse non si conservano che pochi fiori.
Andrea Rossetti
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Postato il 12:43, 8/29/2008 |
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 Una donna si spoglia nella mia memoria mentre fuori risplende la città o piove e fa freddo
Una donna lava i suoi capelli neri con l'acqua della mia infanzia una distanza va formandosi
La sua pelle è lenta e fresca come il mattino che accarezza la sua voce si fa lontana
Una donna mi raggiunge il primo seno scoperto il primo seno accarezzato
Mentre dentro risplende la memoria
Rodolfo Alonso
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Postato il 12:56, 8/26/2008 |
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Sono stata : questo lo so bene
(e so di boschi e di cespugli dove inciampava l’anima)
Sono: questo lo so bene
(e so di sabbia di deserto, di sete inestinguibile)
Sarò: no, di questo non so niente.
(Come se fossi cieca e sorda, come se non sapessi
leggere né scrivere, come se un sipario nero
mi occludesse il susseguirsi delle scene
io sono qui, dentro la mia carne muta,
dentro il ruscello del mio sangue)
Come potrò mutare tutto questo,
senza un avviso da lontano,
senza una lettera che mi dica addio?
Blumy
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Postato il 12:22, 8/25/2008 |
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La bambina apre il baule e una mano le getta la terra negli occhi. Lei dice: che bel paesaggio! Ora mischia colori, rimescola i vestiti di zie adornati di giochi di parole. Illividisce, si mostra angelicata, mangusta che ruota, fidanzata cerotto, si guarda negli specchi che lavorano senza che nessuno li osservi. In quest'ultimo riquadro la bambina si trucca e si strucca, appare e scompare. Chiudo il libro di racconti infantili pensando che la mia lingua è questa bambina Sordomuta, che si prova vestiti nell'ora in cui gli altri dormono.
Jorge Boccanera |
Postato il 04:02, 8/24/2008 |
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in fondo che importa, madre, che tu sia uscita dall'andare prima dei miei figli? a chi importa quel nostro stupore che anticamente ci spingeva in avanti facendoci credere di venire?
ora di ciascuna parola resta una piattaforma sull'acqua, quel galleggiare di rami nell'aria, una modesta certezza che non tutto è andato perduto
obbligati dal testo uscirne fuori infine, sporgere la testa di nuovo oltre la fessura, escogitare un luogo che ci venga incontro, porre fine alla parola andare, e noi, svanendo a non finire, durare
Pier Maria Galli |
Postato il 12:29, 8/23/2008 |
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Katarina, una piccola sparita vita, lievemente diverso nome dal nome, lievemente diverso come entri o esci lievemente come ascolti diversa da chi ascolta, fatalmente come parti da chi parte.
Tomaso Franco |
Postato il 01:18, 8/20/2008 |
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Quella donna è solo macerie : s’intravedono attraverso gli occhi trasparenti limpidissimi, non sono rimaste più che spoglie. Se ne vanta, con un sorriso tenero e sfrontato da bambina, le labbra che si torcono si disfanno lentamente e lei si dissolve come fosse rugiada nei colori più tenui dell’arcobaleno. Blumy
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Postato il 11:55, 8/19/2008 |
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Nel mio levante,
come la luna mi consumo e mi assottiglio
e, come accade quando il mito si fa cielo,
sono la luna nera.
Lenta, con voce impercettibile,
un feto che piano smuove
liquidi caldi rasserenanti,
mi affaccio pigra a una finestra che dà sul mondo
e cresco, nel mio ponente cresco,
bianca, lattiginosa madreperla ,
illumino la notte
e silenziosa rido.
Blumy |
Postato il 06:04, 8/17/2008 |
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Ines è stata ragazza e bambina con riccioli neri
la Persia e quell’uomo di Urbino che le sta sempre accanto
ormai nonni a volte stanno per mano
lui va a fare la spesa con un taglio alla gola.
Ma Ines si porta fantasmi di plastica dentro la borsa
a volte diventa cattiva (ma lei non lo sa
e pensa che siano gli altri a farle del male)
e siede sdegnosa regina sul bordo del muro.
Lontano è una macchia scura con gesti meccanici
(formica, fatina di legno?) parla e il tempo
le si schianta addosso disfacendole i ricci .
Le ballano attorno fantasmi di agosto,
lei gioca con loro e talvolta uccide qualcuno.
Blumy |
Postato il 12:21, 8/17/2008 |
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Casa nostra era un punto di confine tra il vuoto e la tempesta ma una scia di rose saliva le scale su per la ringhiera una siepe tra il nulla e l’infinito come sempre ne ha il cuore.
Era una casa come tutte prigione hotel isola nido perché le nostre case devono decidere se diventare nave o tomba se partire aperte ai venti o concludere il passato in una fossa di parole e anche lì un angelo lottava la vittoria in bilico.
Gianfranco Lauretano |
Postato il 12:36, 8/15/2008 |
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[…] ciò che è non è futuro, ma presente,e
così, allorché si dice di vedere il futuro,
non si vedono le cose ancora inesistenti
cioè future, ma forse le loro cause o
i segni già esistenti. […]
Sant’Agostino, Le Confessioni
Tu, così irrequieta perché cercavi il tuo luogo, partivi e ti perdevi spesso, non sapevi, avevi solo un sentore, e quell’impulso, quella tensione ad andare lontano. Ma poi tornavi, tornavi sempre dentro te e ci son voluti quegli incontri continui con la morte, quel parlottio a voce bassa, l’ossigeno sulla bocca e poi sentire freddo, sentire che non c’è confine tra il dentro e il fuori. Oggi lo sai, oggi che, anche senza guardarti il viso o le mani, lo sai, come lo sapevi prima, ma era lontano, sembrava essere lontano.
‘Come stai?’ Tu zitta, con il cordless che raccoglie l’amarezza e poi tutto chiuso, quasi buio, con quel peso invisibile e tutto tuo, e l’aria , fuori, le strade, ciò che continua ti appartiene sempre meno. E’ come se fosse cessato il vento, come se la pioggia rimanesse lì, ferma dentro la sua nuvola, come se i fiori l’erba nuova fossero di plastica.
Blumy
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Postato il 01:05, 7/31/2008 |
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Oggi la sera sopra Ingeniero White è dolce come mio nonno che mi pettina da bambino. Le strade che inghiottono le sue parole di polvere, ammiccano con timide luci. Il molo evapora come il mio corpo di sei anni infagottato nel cappotto di mio nonno. E nei miei sogni la tua casa, i muri sbucciati della tua casa, il profumo dei fiori della tua casa, le risate della tua casa e fuori la tua bicicletta, sulla parete bianca.
Jorge Boccanera
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Postato il 12:11, 7/30/2008 |
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Non ho avuto tempo di guardarti, Dubrovnik, spero che non sparirai. Non ho avuto tempo di guardare i tuoi occhi e di leggere le tue poesie, Dubrovnik! Immagino una bellezza severa un po' grigia mani passate e dolcezze di anticipi passatopresenteconvivente, non ho avuto tempo, Dubrovnik, ma sono innocente. Correvo al di là del mio pensiero inseguendo farfalle e papaveri. Volevo insegnarti una canzone tenera. Non ho avuto tempo, Dubrovnik, ma non è colpa mia. Altri uomini ed altre donne cammineranno sulle tue strade. Il passo lieve non ti scalfirà, non un segno, niente pietà. Le pietre ammucchiate di grigio resteranno per chi avrà tempo di riammassarle. Le nostre fauci ammalate hanno bevuto troppo. Quando l'ultima sete sarà estinta nulla avrà importanza. Solo noia ed invidia sapranno sterminarci. E tutto questo senza poterti vedere, Dubrovnik!
Lucia Dell'Anno
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Postato il 11:46, 7/22/2008 |
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Quale strada scegliere che non sia già scelta
che non frani nel buio di un precipizio
dove tutto si perde e si confonde e le porte
i sogni dell’alba gli alberi dell’infanzia
sono immagini stravolte confuse,
senza la mano della madre
senza il suo altare nel bosco delle resurrezioni
dove canta l’uccello azzurro della speranza ?
Si spacca l’osso vecchio del sogno
e zoppichiamo cadiamo e nessuno
nessuno ci raccoglie
Blumy |
Postato il 11:13, 7/19/2008 |
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Essere matita è segreta ambizione. Bruciare sulla carta lentamente e nella carta restare in altra nuova forma suscitato. Diventare così da carne segno, da strumento ossatura esile del pensiero. Ma questa dolce eclissi della materia non sempre è concessa. C’è chi tramonta solo col suo corpo: allora più doloroso ne è il distacco.
Valerio Magrelli |
Postato il 01:34, 7/17/2008 |
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prima condanna: portare le spoglie di questo pomeriggio, trascinarlo fuori dal tempo, seppellirlo dove non ci sia possibilità di fuga.
come quelli che cercano nella bisaccia, fra serpi, l'alimento dei loro morti, anch'io offrirò il mio corpo alle figurazioni della pioggia e del tropico, anch'io potrò ungere le cartilagini nulle del suo nome.
e sul deserto e sulle spoglie di tutto quel che restò del pomeriggio nel suo impeto rimane la stessa ricerca, incessante, di una terra più profonda e consumata, ogni giorno più distante.
Iacyr Anderson Freitas |
Postato il 11:24, 7/10/2008 |
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Una panchina tra i tigli, un’età saggia e nessun metafisico azzurro. Magari la pioggia, le nuvole che passano, l’acqua sul viso. Il pane buono dei giorni.
Come qualcuno che ha visto tanto e sogna un quartetto d’archi nel tramonto, una viola nella neve.
Liliana Zinetti |
Postato il 12:35, 7/8/2008 |
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e ppure c’era qualcosa in mezzo al n iente che avvolgeva come un manto le c ose e mi portava lontano, forse cullata a mmaliata forse da una musica strana da un n odo che sciogliendosi nell’aria la faceva t remare di dolcezza e mi sentivo sollevata creatura a lata in mezzo al catrame all’odore cupo d elle ciminiere, delle fabbriche che sputavano o rrore e tutto questo ora non c’era più c’erano r eti su cui si arrampicavano i fiori della passione a desso mi arrampicavo anch’io, passione e fiore
Blumy |
Postato il 12:33, 7/2/2008 |
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C'è questo muro bianco, sopra il quale il cielo crea se stesso - infinito , verde, assolutamente intoccabile. Vi nuotano angeli, e le stelle, anch'essi nell'indifferenza. Sono il mio elemento. Il sole si dissolve su questo muro, colando le sue luci.
Un muro grigio ora, artigliato e insanguinato. Non c'è via d'uscita dalla mente? Alle mie spalle gradini scendono a spirale dentro un pozzo. Non ci sono alberi o uccelli in questo mondo, c'è solo acredine.
Questo muro rosso sussulta in continuazione: un pugno rosso, che si apre e si chiude, due grigi sacchetti di carta - è di questo che son fatta, di questo e del terrore di essere portata via distesa sotto croci e una pioggia di pietà.
Su un muro nero, uccelli senza nome ruotano il capo e gridano. Non si parla di immortalità fra costoro? Freddi vuoti ci muovono incontro; avanzano frettolosi.
Sylvia Plath
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Postato il 12:09, 6/26/2008 |
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Ci sono vele senza barche finestre senza case
radici frutti senza alberi specchi senza volti
e il mare
il mare che rideva al soffio al mormorio del vento
tace oscuro
e non si fa più riflesso dell’alto azzurro
Datemi un’acqua nuova un respiro un seme
una luce che non sia ingannevole
una musica che non mi racconti fiabe d’immortalità
datemi una preghiera
sommessa e fiduciosa come quando
si sta dentro la madre e il mondo è lì
Blumy |
Postato il 06:36, 6/19/2008 |
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Io sono parente della Morte, amo l'amore che svanisce, amo baciare chi se ne va.
Amo le rose malate, bramose quando sfiorite, le donne, i lucenti, i malinconici tempi d'autunno.
Amo delle ore tristi lo spettrale, monitorio richiamo della grande Morte, della santa Morte il sosia giocoso.
Amo chi è in partenza, chi piange e chi si sveglia, e nei freddi mattini brinati i campi.
Amo la stanca rinuncia, il pianto senza lacrime e la pace, di saggi, poeti, malati il rifugio.
Amo chi è deluso, chi è invalido, chi si è fermato, chi non crede, chi è malinconico: il mondo.
Io sono parente della Morte, amo l'amore che svanisce, amo baciare chi se ne va.
Ady Endre |
Postato il 10:17, 6/17/2008 |
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Ci sono poesie che mi commuovono profondamente, perchè racchiudono, in poche parole, il senso della vita, dell'amore, della morte. E Milo De Angelis sa concentrare nelle sue poesie, peraltro esteticamente perfette, tutto questo. 
Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti i respiri si riunivano nella collana. Le ombre di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza, assorta, diventò il primo battito. Il nero dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio. Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate. Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era già in cammino, da allora, tutto era qui, unico e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.
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Postato il 12:25, 6/13/2008 |
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Il mio campo ha spighe bruciate, polloni che mai esploderanno, rami che si spezzano e cercano un’alba esangue senza fiato nè attesa se non quella di chiudersi su se stessa
- una porta consumata dal tempo, dagli insetti e dal tempo -
un no una sconfitta una genuflessione obbligata e il peso è una croce di granito e non c’è rinascita solo i corpi addormentati nella terra e le bende che trasudano sangue.
Blumy |
Postato il 05:30, 6/2/2008 |
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da Notti di pace occidentale, forse il libro più bello (escludendo i saggi) di Antonella Anedda, che considero una delle voci più alte della poesia italiana contemporanea.

per la morte di A.R.
Se non fosse che questo: giungere a un luogo esattamente pronunciarne il nome, essere a casa. Felice inverno adesso che il nuovo inverno è passato da un inizio per noi ancora senza nome non diverso dal varco estivo di reti forse, un cerchio debole di lumi. Intorno, solo piante che non avresti fatto in tempo a scansare acqua soffiata sulle pietre - grandine che mai sapremo se è arrivata col suono che faceva sui tetti là nel tuo tempo nella bianca, umana pulizia dei bagni. Finora solo passi recisi che forse ascolti con ardente silenzio e aria tra gli aranci mossi piano dai vivi. Vedi qui nulla per la prima volta si perde. Stamattina hanno battuto la terra fredda - colma della gioia dell'acqua ha dimenticato per te la sbarra della sedia, la nuca rovesciata il vento del cortile. Così felice notte ora che di nuovo è notte e non è vero che il gelo resti e abbassi piano il pensiero forse uno scatto invece schiude qualcosa in alto molto in alto una nota oltre il becco oltre gli occhi lucenti di un uccello una scheggia di collina - quella laggiù serrata al tetto verde-bronzo della chiesa. Felice notte a te per sempre priva di abisso, una steppa dell'anima-sommessa dove l'ulivo si piega senza suono Gerusalemme della quiete della quiete e del tronco che cerchia e incide la morte che la succhia nel vuoto e nel vuoto la getta e la macera piano. Non ho voce, né canto ma una lingua intrecciata di paglia una lingua di corda e sale chiuso nel pugno e fitto in ogni fessura nel cancello di casa che batte sul tumulo duro dell'alba dal buio al buio per chi resta, per chi ruota.
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Postato il 10:46, 5/30/2008 |
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Resteranno i violini di Dvorak
- suoneranno nell’aria come fossero eterni -
e le formiche del tempo vuoto
le orme di un passaggio leggère
percettibili appena
una chiave che non seppe aprire una porta
gli specchi abitati dal silenzio
le pagine del tempo malamente voltate
come un libro non letto
Blumy 2001
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Postato il 01:14, 5/26/2008 |
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L’albero era cresciuto nella parte superiore del giardino, alto, solitario, slanciato – la sua altezza forse tradiva un’idea segreta d’intrusione. Non diede mai fiori né frutti, solo un’ombra lunga che divideva in due
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