Lettere senza destinatario
Crea il tuo BLOG su Mr.Webmaster è facile, veloce e gratuito!


Menu

Home
My Profilo
Archivio Articoli
Amici

Link

Terres de femmes
Vico Acitillo
Poetilandia
Adriana Novello
Marina Raccanelli
Francesco Ballero
Swan
Viadellebelledonne
La casa del the
La Rivista di VDBD
Lilana Zinetti
filidaquilone
Sagarana
Poesia
Chiara De Luca
A media voz
Luigi Romolo Carrino
Andrea Rossetti
Fahrenheit
Diario di poesia
Poesia
ferni
Libri e dintorni
Blog&nuvole
Altra Musa
Iole Toini
Nerina Garofalo
Mr.Webmaster

Categorie

Blumy


Cerca

L'insonnia






   L'insonnia copre ciò che accade davvero con uno
spesso strato rigido di grigio ghiaccio tenace.
La crosta è grigia e dura. L'aria grigio-vetro.
Non riesco proprio a ricordare. La comunicazione
è interrotta.
   La donna in fiamme con il bambino in fiamme tra
le braccia. Come la palpebra di lei fonde e si tra-
sforma in polpa nuda, ciò che è nudo soltanto guar-
da e fissa, un urlo nero-blu. Io non voglio vederla,
Io non voglio vederla.



Brigitta Trotzig

Postato il 05:21, 2/3/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Il vino


Un artista di cui non mi ricordo (forse come autore?). E me ne dispiaccio, perchè era grande.


Postato il 01:09, 2/3/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Valzer con Bashir





Postato il 05:16, 2/2/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

L'apparizione







Vestita di bianco
la bambina entrò nell'ospedale
correndo dietro il suo cerchio
come se entrasse in uno specchio.
Gli uomini con le loro magre
braccia all'aria
guardavano gli aghi ipodermici
con aria di fachiri.
Lei era come un mughetto
dentro un mattatoio.

J.M. Roca   trad. Blumy



Canzone della lontananza

Seduti nel parco
i muti tessono l'aria
con il loro linguaggio silenzioso
nelle cui gotiche parole
raccontano una storia
una canzone della lontananza.

Bisogna vederli, appena entra la notte
gettare al vento le loro mani
come un mulino
come una frotta di colombe
o guardare il linguaggio silenzioso
dello stagno.

Vola, vola a portare le tue mani
per parlare della notte.


J.M. Roca, trad.  Blumy
 


Postato il 11:39, 2/2/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Gemma





Che ti mormora il sangue negli orecchi
e alle tempie
quando è là di febbraio che nel bosco
ancora rinsecchito corre voce
d’una vita che ricomincia e oscura
geme negli animali insonni, s’agita
nel mare e oltre il mare nei paesi
ricchi e strani ove a tempo il fachiro
nella bara di vetro tra vipere si sveglia?

Nei mesi alterni, nella primavera scontrosa
un vento cupo chiama alla fatica
per la notte piovigginosa i semi
e le radici esauste e le ceppaie. È il tempo
che soffia nelle ceneri, ravviva
le faville sopite, dalle antiche
ferite spiccia sangue. Tutt’intorno
gli alberi consueti mettono fiori strani.

Rivedo le mie donne, i miei cari,
tra l’uno e l’altro il tempo, il vento, l’uggia.


Mario Luzi


Postato il 01:30, 2/1/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Canzone per Haiti (Toto Bissainthe)






Postato il 08:02, 1/31/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

A Ida C.

A Ida C., che amavo perchè                               
somigliava a mia madre






C'è stato qualcosa prima,
come una musica sconosciuta,
aliena , di strumenti invisibili,
un'eco persa dentro il sonno,
un brivido improvviso nel giardino,
una parola appena balbettata,
un ricordo indistinto, in quell'attimo
 - solo in quello -
che ha preso forma e colore,
un desiderio, un sogno
come quelli dei bambini,
un film di cose che hai vissuto
(strade luci la nascita dei figli,
il tuo primo incespicare nei ricordi),
qualcosa, Ida, prima che il silenzio
entrasse come un ladro dentro la tua bocca,
prima che il buio ti chiudesse gli occhi?



9 dicembre 2008


Blumy

Postato il 01:02, 1/28/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Haiti

 

 

 

La terra era un coltello
di furente miseria e pietra dura.
Noi troppo tardi ne avvertimmo il fischio
sotto l’amaca verde della luce.
I bambini intrecciavano le ossa:
un gigante piegò nella sua mano
un gran fuoco d’aironi.
(Hanno contato il numero dei morti,
A ogni passo un ciliegio senza viso
Infilato nel buio dei cortili.
Tra tuono e culla il pianto è cominciato,
In un cielo di mosche. Poi, la sete).
Mani di quarzo, mani d’antracite
allacciate alla notte. Donne nere
con sirene essiccate fra le braccia.
Humus, canta una fiaba ai nostri figli
Atterriti e dispersi. Fa’ che il sole
Introduca una cetra negli abissi.
Taci come gli uccisi, tuono oscuro.
I perduti ti ascoltano, smarriti.


 

Cristina Sparagana, inedito


Postato il 01:17, 1/21/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

A Valentine

 

 

 



Non una rosa rossa o un cuore di satin.
Ti do una cipolla.
È una luna avvolta in carta marrone.
Promette luce
come il cauto denudarsi dell'amore.
Ecco.
Ti accecherà di lacrime
come un’amante.
Renderà il tuo riflesso una foto tremolante di pianto
Cerco di essere vera
Non un biglietto carino o un baciogramma.
Ti do una cipolla.
Il suo fiero bacio ti starà sulle labbra,
possessivo e fedele
come siamo noi,
per tutto il tempo in cui lo siamo.
Prendila.
I suoi cerchi di platino si stringono in un anello nuziale,
se lo vuoi.
Letale.
Il cui profumo si attaccherà alle tue dita,
si attaccherà al tuo coltello.


 

Carol Ann Duffy


Postato il 11:48, 1/13/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Dentro

 

 

 

Dentro la scatola chiamata tempo

c'è una scatola chiamata stanza

e dentro la scatola chiamata stanza.

c'è una scatola chiamata tempo.

Dentro di esse io abito

e ascolto il fruscio delle scatole

sbattute

l'una contro l'altra.

 

 

Hezy Leskly


Postato il 12:29, 1/11/2010
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Acrostici

 

 

 

Febbraio

 

Funamboli nella notte

e giocolieri del sogno

bevemmo allo stesso bicchiere

bocche che si baciavano senza unirsi

ravvisammo in quel gesto un assenso

arabeschi nel buio i nostri corpi

inganni e sortilegi perfetti

o tu il mago o io la strega

 

              ***

 

Giugno

 

Già scivola la sera

in mezzo all'uvaspina

una cicala stanca ci sorveglia

giù giù in fondo ai nostri corpi

niente di più sublime si compì

o mio sangue mio pane mio niente

 

                ***

 

Encantadora

 

eppure c’era qualcosa in mezzo al
niente che avvolgeva come un manto le
cose e mi portava lontano, forse cullata
ammaliata forse da una musica strana da un
nodo che sciogliendosi nell’aria la faceva
tremare di dolcezza e mi sentivo sollevata creatura
alata in mezzo al catrame all’odore cupo
delle ciminiere, delle fabbriche che sputavano
orrore e tutto questo ora non c’era più c’erano
reti su cui si arrampicavano i fiori della passione
adesso mi arrampicavo anch’io, passione e fiore

 

 

 

Blumy

 

 

 

 

 


Postato il 01:22, 1/10/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Scongiuro fra erbe senza nome

 

 

 

Va bene per Juana,
Juana Torres;
colei che faceva crescere la ruta e il mistero.

La nemica di Dio e dell’Inferno.

Lei ebbe il fior fiore degli amanti.
Il castello in aria.

E se ne infischiava della morte, con la sua veste d’angoscia.

Questa è la mia Juana Torres, da capo a piedi;
con la sua padella d’argilla nuova nuova
per bruciare sei peperoncini di venerdì notte
mentre cade la sua voce acre di tabacco,
dicendo un Padre Nostro al rovescio e uno al diritto.
Mentre cade la sua voce d’angelo perso
con quattro Ave Maria al diritto e un Credo al rovescio…

 

Salve, Juana, il tuo spazio smisurato e pieno di occhi,
i tuoi spilli penetrati di origano e tempate.

La tua voce,
che esce tonante
da vecchie ciotole con aroma d’incenso,
chiamando l’amata del vicino.
Le tue mani che sistemano su sciupate fotografie di ragazze silvestri
gli spilli magici
prima vissuti in sigari miracolosi…
Non facevi niente dell’altro mondo, niente dell’altro mondo
piuttosto hai salvato cuori,
reputazioni e ragazze ingannate.

Juana Torres. Che nome da dire con grazia!

Come deve fare Izalco senza il tuo nome!
Senza il tuo nome che corre di bocca in bocca
come un raro amuleto di presagi.

Come si deve vivere laggiù a Izalco, la tua morte che non vive!
Il tuo silenzio senza fine, le cose che hai fatto, il vuoto che lasci.
La tua grande cordialità con il mistero!
Il tuo incedere su quelle strade sassose
con la voglia di rendere felice il mondo.

Juana Torres, come vivo la tua morte che non vive.

Qui, dove esisto, mi chiedono di te, Juana cara,
se sono vere le cose che si dicono di te, della nostra terra…
Dubitano della tua lotta per trovare un senso al cuore,
non credono che hai fatto ardere verdi erbe e peperoncini rossi…
Però vogliono sapere
com’è questa cosa del sigaro e dello scongiuro, la preghiera del patto col diavolo
e altre cose
come trovare una fidanzata, far sì che non deluda il marito,
che la moglie non vada a letto con un altro in assenza dell’uomo,
come fare soldi o vincere la lotteria.

Juana, domandano
e non posso dire certe cose, non le devo dire…

Come posso spiegare che interrogavi la ruta e i segni
e cresceva la pace e toglievi il malocchio?
Come posso dire che col tuo olio d’iguana ungevi l’aria
e l’amaro beverone della vita veniva dimenticato?

Juana, non faceva le carte giusto per farle.
Lei, non costruiva fantocci giusto per costruirli.

Quando lei usava spilli e tabacco e capelvenere e santi a pancia sotto
era perché i fidanzati si ritrovassero.

Questa è la mia Juana Torres, da capo a piedi.
E mai fece passare il gatto per lepre.
E se ne fregava delle dicerie.
E piangeva come una Maddalena.

 

 

 

José Roberto Cea


Postato il 01:10, 1/4/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Trovate nell'agenda del 2009

 

 

 

una ferita mi attraversa il corpo,

una spada lacera le stanze in cui abito,

d'ossa e di sangue.

arriva da lontano, dalle memorie dei giochi

e delle fiabe, ha percorso strade d'innocenza

per arrivare fino a qui, ora,

un bisturi impazzito che va oltre la carne,

in altre stanze più segrete

 

                     ***

 

qui non ci sono fiumi

e vorrei poter dire

che il fiume scorre lento

 

lenta è la vita le parole

lento il respiro quando da un dito

nascono segni arcani

 

sul vetro sporco

lenta è la vita

che è corsa tutta via

 

nei dolorosi click

d'ogni giorno

 

                     ***

 

dovrei  svegliarmi, invece dormo ancora

mentre la primavera ha fatto il nido nell'autunno.

potrei stare qui, obbedire al bisogno,

tenere chiusa la finestra,

con un battito di ciglia salutare il giorno

e continuare il sonno che mi dà riposo

ed è così vicino - basta star qui, come

una foglia sul selciato -  così vicino

a tutte le anteprime di morte che ho vissuto.

 

                    ***

 

se avessi voce canterei la radice nera della tua follia,

il dente nascosto del fulmine che lacera la notte.

 

se avessi voce  canterei l'odore dei ricordi, il silenzio

che, scivolando piano sulla terra,  si fa musica

di spighe d'erba di campane immobili nel tempo.

 

se avessi voce canterei i fazzoletti  neri della morte,

le preghiere senza voce, il passo lento verso casa

verso una porta chiusa a chiave

 

se avessi voce canterei gli occhi bui della mia sera,

il pettine che, per districarla, rompo, tutte le stelle

 

che si sono spente, tutti i fremiti nuovi, sotto

la terra umida, e tra i rami.

 

            ***

 

Terremoto In Abruzzo: parla la vecchia che lavorava all'uncinetto mentre tutto,  intorno a lei , crollava:

 

e io sono rimasta lì,

vestita di polvere e speranza,

il pensiero a quel cielo alto

che vedo nelle mie preghiere,

le mani indaffarate ad intrecciare

fili all'uncinetto.

pensavo: 'lassù  Qualcuno

mi farà  da tetto'

poi gli uomini buoni

mi hanno portata via

in salvo e ho domandato,

col mio sorriso senza denti:

almeno, posso pettinarmi?

 

 

Blumy


Postato il 12:04, 1/1/2010
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Il tuo corpo tagliato

 

 

Il tuo corpo tagliato
da una lama di luce –
per metà carne,
per metà ricordo.

Illuminazione obliqua,
il grande letto
intero,
il tepore lontano,
e la coperta rossa.

Chiudo la porta,
chiudo le finestre.
Vento con vento.
Unione inespugnabile.

Con la bocca piena
di un boccone di notte.
Ahi, l’amore.


 

Jannis Ritsos  


Postato il 11:41, 1/1/2010
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

La ballata del tardo amore


 

 

Amore che vieni tardi
portami almeno la pace:
amore del tramonto, su quali vie errate
vieni nella mia solitudine?
Amore che mi hai cercato senza cercare,
non so cosa vale di più:
la parola che mi dirai
o quella che io non dirò più…

Amore…non senti il freddo? Sono la luna:
ho la morte bianca e la verità
lontana… Non mi dare le tue rose fresche,
sono troppo grave per le rose. Dammi il mare…

Amore che vieni tardi, non mi hai visto ieri
quando cantavo nel campo di grano…
Amore del mio silenzio e della mia stanchezza,
non farmi piangere oggi.

 

 

Dulce Maria Loynaz

da  La Poesia  lo Spirito


Postato il 01:02, 12/31/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Un amore dal passato

 

 

 

a Francesco I

 

 

ancora ti conosco nella ruga
a dirmi le tue motociclette
e il muro crolla sul bianco
dentro al torso della mela 
(invoco l'abbraccio che monda
  quel fiume non più asciutto)

 

ascolto la tristezza farsi stoffa 
molle, nel cassetto di cucina
dove la fuga è fuga e nient'altro
e il coltello separa i pezzi, i corpi
(il tuo sorriso sa l'ombra umida
 dove la ferita apre castelli)

 

carezzo la pazienza del buio
nei tuoi racconti lunghi, rosario
appeso dentro le nostre ore
di un viaggio che non faremo
(la preghiera si consuma
 in questo addio del sole)

 

la sera chiamo ancora l'abbraccio
quelle labbra non più magre
ad aprire tutte le finestre
(ci sono chilometri tra piedi e mani
 anni prima di capire 
 la solitudine che saremo)

 


Gabriela Fantato


Postato il 01:56, 12/29/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Le cirque du soleil

 

 

Le cirque du soleil: una delle meraviglie del mondo, in cui spettacolo, magia, arte, fantasia e poesia si sposano per dar luogo a una visione indimenticabile.  Dove i saltimbanchi, i clown, gli atleti sono anche attori, muiscisti, ballerini .  Dove i protagonisti principali sono la magia e l'incanto.

 

 


Postato il 01:07, 12/28/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

La vita dei dettagli

 

 

"Gli storici dell'arte conoscono bene, ahiloro, quel gioco che consiste nel riconoscere un'opera a partire da un suo minimo dettaglio. Più in generale si sa come Carlo Ginzburg abbia potuto accostare la pratica dell'attribuzione ai «paradigmi indiziari» di Conan Doyle e Sigmund Freud.
In quest'aureo libretto che direi il suo capolavoro - La vita dei dettagli (Donzelli) - Antonella Anedda (la quale, nella sua favolosa giovinezza, studiò alla scuola di Augusto Gentili) sceglie di fare il percorso inverso. Invertendo il circolo ermeneutico, isola trentadue dettagli da immagini più o meno celebri (dall'iconografia tardoantica alla videoarte di oggi) «usando lo sguardo come coltello». Così dando vita a uno straniamento assoluto, «una nuova consapevolezza dell'alterità misteriosa del mondo», quasi un senso di minaccia (la suspense di Hopper!). Prose brevissime, descrittive o narrative (come nei precedenti libri «saggistici» della poetessa romana d'origine sarda: il magnifico Cosa sono gli anni del '97 e La luce delle cose del 2000), commentano i frammenti. È un gioco (la premessa s'intitola Istruzioni per l'uso; le «attribuzioni» sono definite Soluzioni), ma quanto mai serio: ogni prosa rinvia all'altra sogni, ossessioni, coazioni a ripetere.
Per questo sono in numero di trentadue: come le Goldberg di Bach, variazioni su un medesimo tema. Come le poesie più belle, in sardo, nell'ultima raccolta Dal balcone del corpo (Mondadori, 2007) rinviano a una storia taciuta, troppo bruciante per essere narrata («tutto è reticenza» è detto sempre a proposito di Hopper). Una storia di lutto, più in generale di perdita. Non a caso in explicit Anedda pone una voce da dizionario, appunto Perdita. E questo breve testo - come nell'altro suo splendido libro segreto, Nomi distanti (Empirìa, 1998) - a sua volta è «variazione» di una poesia celebre, Un'arte di Elizabeth Bishop («L'arte di perdere non è una disciplina dura»). Fra i trentadue «ritagli» quello chiave è il quindicesimo, con gli occhi del più celebre ritratto del Fayum (II sec. d.C.): «la ragazza è morta». L'ultimo, poi, è davvero inconfondibile: i piedi del Cristo morto del Mantegna ovvero «il ritratto della nostra vertigine davanti a ogni morte». Non si pensi però a una contemplazione della morte macabro-dannunziana; inquieta semmai che, com'è evidente negli occhi di Fayum, ad essere risvegliato sia lo sguardo dei morti. Sono loro che ci guardano, come poi in certo senso (quello del Barthes della Camera chiara) è connaturato alle immagini. Ci interpellano, ci mettono in questione. (Come nel Torso di Rilke: «non c'è punto che non veda / te, la tua vita. Tu devi mutarla».) Ne consegue che chi dice «io» (per esempio nel diario di una visita ad Arles, nei bellissimi saggi su figure sacrificali come Nicolas de Staël e Mark Rothko, o nel fuoriformato conclusivo di frasi e fotografie) lo fa solo «per curarsi dallo spavento » che incutono, sempre, le visite dei «fantasmi». La sua è «una passione di spossessamento».
Riprendeva una lunga tradizione Aby Warburg quando diceva che nei dettagli, appunto, si nasconde «il buon Dio». Si potrebbe simmetricamente argomentare che sia piuttosto, questa, una pratica perversa (e dunque diabolica); ma senza dubbio il cortocircuito descritto redime la materia più feriale, «totalmente terrena, non mistica», nella sfera del trascendente, diciamo pure del religioso (nel senso più ampio possibile: dove, dice Anedda commentando Dostoevskij, può venir meno «la distinzione tra credere e non credere»).
Non a caso tale spossessamento viene un paio di volte definito da Anedda «esicasmo», una pratica ascetica dei Padri del deserto e in genere degli asceti orientali: una preghiera ossessivamente ripetuta in condizioni di totale isolamento - ad esempio al chiuso di una cella - per lo più di fronte a un'icona. Quel che conta per l'esicasta, comunque, è la pratica dell'attenzione. Si comprende allora la lezione di «stoicismo» (come viene detto a proposito di un'impietosa poesia di Zbigniew Herbert) che con risolutezza Anedda trae da questi esercizi di contemplazione.
Per questo - credenti e non - possiamo commuoverci con lei per perdite, magari, meno tragiche delle sue. Lo ha detto una volta per tutte Walter Benjamin: «se Kafka non ha pregato - ciò che non sappiamo - gli era propria, in altissima misura, ciò che Malebranche definisce "la preghiera naturale dell'anima": l'attenzione. E in essa, come i santi nelle loro preghiere, egli ha compreso ogni creatura»." (da Andrea Cortellessa, Gli occhi a coltello dentro un quadro, "TuttoLibri", "La Stampa", 07/11/'09)


Postato il 01:39, 12/27/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

May Goulding

 

 

La madre di Stephen , emaciata, sorge rigida dal pavimento in veste grigio lebbra, con una ghirlanda di fiori d'arancio appassiti e un velo nuziale lacerato, il volto consunto e senza naso, verde di muffa sepolcrale. I capelli sono radi e lenti.
Fissa le occhiaie cave cerchiate d'azzurro su Stephen e apre la bocca sdentata emettendo una parola silenziosa. Un coro di vergini e di confessori canta senza voce
.


LA MADRE (col sorriso sottile della follia di morte):  Ero un tempo la bella May Goulding.
Ora sono morta.

 

 

 

James Joyce
(da Antologia della Letteratura fantastica)

 


Postato il 01:13, 12/24/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Un appunto

 

 

 

La vita è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla
nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

 

 

Wislawa Symborska


Postato il 12:25, 12/22/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

El viaje definitivo




... Y yo me iré. Y se quedarán los pájaros cantando:
y se quedará mi huerto, con su verde árbol,
y con su pozo blanco.
Todas las tardes, el cielo será azul y plácido;
y tocarán, como esta tarde están tocando,
las campanas del campanario.
Se morirán aquellos que me amaron;
y el pueblo se hará nuevo cada año;
y en el rincón aquel de mi huerto florido y encalado,
mi espíritu errará, nostáljico...
Y yo me iré; y estaré solo, sin hogar, sin árbol
verde, sin pozo blanco,
sin cielo azul y plácido...
Y se quedarán los pájaros cantando.



Juan Ramon Jmenez


Postato il 01:37, 12/9/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Da Buio dei miei occhi




Le parole parlano una lingua muta
non nascono nel fondo della gola
nel filo perso del fiato
nella grana di una voce dovuta —
vengono dalla conca della mano
solchi come linee di pronuncia
o dalla pianura degli occhi
abitano un’opera notturna, un ingegno
la casa di un angelo minuta
ho bussato e ha risposto un disegno


Adriano D'Aloia


Postato il 12:04, 11/30/2009
Commenti (4) | Scrivi Commento | Link

13 giugno 1981




Intrufolato ecco com’ero
Come caduto giù dall’albero
E conficcato spina improvvisa
Nel fianco della terra

Cieco alla luce
Solo battito e il filo delle voci
Mentre prima battuta è la certezza
Che la sua mano tiri fuori
Il corpicino dal suo guanto umido e freddo

E sono inquieto ed impaziente
MI assesto nel mio varco
E scalcio

E poi passa di qua
Il signore del tempo
E mi rammenta che ho una dimensione
A me che ho solo 7 anni

E non ci sono dita per le dita
Né cavi tesi sopra un ponte
Fra la mia solitudine e lo stento

Dio che spavento.

Non posso, non ho strumenti, non ho protesi né ganci
Passeggio in affannoso solco
E guardo solo sbieco
Quello che mi riguarda sottolinea
La ferocia della mia impotenza
Figlio comprendo Padre accolgo
Persino la ferocia di lasciar andare

E’ buio piano senza note
Le voci si confondono
C’è una stanchezza che mi rode

Sono lo scricciolo senz’ossa
Il corpicino
Son l’ombra di un bambino

Passan le ore e sento il vento sulla pelle
Si apre questo spazio intorno all’epidermide
Non ho ferite sono aperto
Alla consegna della voce e della mente

Vedo le ombre farsi gialle e arancio
I suoni dell’esterno confondersi ad un pianto
Che non è mio e non odo

Mentre voi fuori mi tenete al filo della modernissima potenza
Mi lascio scender leggerissimo
Nella bellezza — Non è niente

Precipito rallento infine plano
C’è il cielo sotto il mondo
E tu che ascolti
dillo al Padre e dillo piano.


Nerina Garofalo
da  VDBD


Postato il 12:12, 11/22/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

 

 

 

 

 

Ghostly Remnant of an Explosive Past

 

 

 

sono  fatta di vento, questa dimora confusa

è la mia abitazione provvisoria

gli dei  avevano concepito per me una storia luminosa

ma qualcosa non andò per il verso giusto;

spenta e piegata come un vecchio albero

seguo il vento che mi abita

e cerco di tenere accesa la lanterna

ma la piccola fiamma si spegne

rimane il buio  l’oscurità

dentro cui ho fatto il nido

a cui mi aggrappo con le mie zampe consumate

e scivolo    scivolo     cado

come cadono tutte le cose , cado

appassita come l’erba,

erba    insetto    vento,

cicatrice sulla mia mano

che indicava la luce

di Vega e delle sette stelle dell’Orsa,

io       stella morta       buco nero   

  precipizio                   silenzio

 

 

 

 

Blumy

 


Postato il 11:01, 11/10/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

 

 

 

 

io sto dentro un cassetto

 

(imparo il linguaggio dei tarli)

 

in un armadio vuoto

 

in una stanza chiusa

 

in una casa abbandonata

 

 

 

 

Blumy


Postato il 10:54, 11/10/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Famiglie





Dall’alto mia madre gestisce le maree,
è madreluna, madre che io non sono stata,
io che m’ingravido di nuvole
e mi rovescio sopra il mondo

mi disfaccio in pioggia in pianto
sono fiume senz’alveo
che s’infogna  si perde  trascina con sé
memorie intatte, e il tempo ch’è franato.

Indisturbata, quasi  dea, da trent’anni
mia figlia sta sopra la credenza
mi guarda assente  imperturbabile,
marmellata di fragole e lamponi.


Blumy


Postato il 05:05, 11/7/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Torno alla notte




D’improvviso torno
alla notte
con le mie scarpe d’acqua.

Mi spoglio
nel lento
esercizio delle mie mani
e cerco
solamente
un oggetto mio,
una piccola barca,
una cometa,
un circo di cose inventate,
figure quotidiane,
tue e mie,
che amo.

Ma so
che d’improvviso
mi ritrovo inaccessibile
e torno a essere silenzio
e fiamma oscura,
dove la mia barca
fugge dalla tua riva.


Mia Gallegos



Postato il 11:56, 11/4/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Per Alda Merini

 

 

Stare dentro quel tuo tenderti
e ferirti nel gesto ultimo
con cui sempre s’inizia,
sentire che ti diverti del tuo corpo:
dolori della tua carne,
ossa del tuo cuore.
Adesso, finalmente, sei solo tempo di canti
e gioie di luci fuori dal buio
oltre i fari infuocati di san Siro,
ma dentro tutti i gesti che ti hanno
ferita e commossa.

 

Io resto qui, a sperare la tua acqua,
e cerco di circoncidere il mio cuore
nel sangue degli sguardi
puri di cuore come il tuo,
per esser vicino al coltello
che mi fà ferita e follia,
errore ed amore oggi,
oggi che più nessuno è i nomi
per farsi riconoscere, e farsi trovare.

 

E così sei viva, adesso che
sempre di più sai il gusto del verso,
la dolcezza del farlo gioire di musica,
di filarlo a maglie fitte di dritto e rovescio
fino a rincorrervi di verità e luce.
Adesso,
che il tuo arco di vita s’è teso
nella lancinante accoglienza di Dio
fino a raccogliersi,
tenero e quieto,
nel Suo abbraccio santo

 

 

Raffaele Ibba


Postato il 12:13, 11/2/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Ritratto




Chi ti conobbe solo, tra i sepolcri

col tuo grande cappello di zanzare
e la mano di raffica, la morte
da te uccisa. Chi disse:
la tartaruga non è ancor annegata
tra le lance del pettine, ma vibra
come un esile treno per bambini
seppellendo orologi, albi, lunari,
primi piani di zinco sulle croci.
Chi vide l’angelo gridare e subito
simile a un arco tendersi la cetra
e scoccare colombe rosso fuoco,
sa che il buio tracciò sulla tua bocca
la tazza vuota del sorriso. Sa
che sei il tempo: l’albero spezzato,
l’usignolo e la scure, l’arco immenso
dove la notte intirizzisce. Tutto
sa di te chi trascorre sul tuo riso,
verticalmente vivo, tra le pietre.



Cristina Sparagana, inedito



Vi  fu un giorno


Vi fu un giorno in cui il cardo prese fuoco
al bulbo chiaro dei rondoni. Un giorno
in cui il lieve sepolcro palpitò
come la mano di una madre chiusa
su nervoso tramonto. Vi fu un giorno.
Un’alba verde di balene, un giorno
di segugi solcati da sorriso
e da furente incrinatura, un giorno
in cui l’esile filo verticale
azzurrava l’abisso della culla
penzolando fra brevi mezzi toni
e arlecchini paonazzi, quando infine
lentamente, nel sangue si compose
il tuo fragile stasimo di sabbia
e il coltello di Dio ti punse gli occhi
e il tuo cuore d’arcangelo sputò
sulla penna più gelida, piombò
nell’incavo del tendine e poi, cieco,
come piccola fiera si staccò,
si spiccò dalla forca delicata
del cordone di porpora. Ed allora
si annebbiarono i crotali, lo specchio
risucchiò le tue guance, la guerriera
sfida alla piccola corona. L’oro
seppellì l’albicocca.
Poi il terremoto t’evocò piangendo
in stremata farandola
e t’incise nel legno delle nozze.
Un giorno. Un giorno, mentre la bufera
rimpiccioliva contro il segnavento e, dura,
la lamiera balzava verso il sole.

Il tuo ciuffo di volpe sventolò,
lampeggiò sullo stame di colostro.
E fu allora. Fu allora che la creta
essiccò nella bocca del Signore
e lentamente folgorò la donna.
Lucciola e femore nel buio. Grido
d’usignolo invisibile.
Un giocattolo fisso nella testa,
una bambola a carica, una sedia,
lo spruzzo e l’albero snudato, il grido
nuovamente conchiuso, la precisa
vacuità delle vene, l’estenuante
volteggiare dell’ovulo, la stella
che s’accigliò cupa fra gli occhi, il vuoto
della tua solida radice, e infine
l’esausto, tenue pigolio del tempo.
   


 Cristina Sparagana
   

 

 




Postato il 11:00, 10/29/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Sono morta una mattina d'ottobre


uelsmann


Sono morta una mattina d’ottobre,
ma non d’autunno
tra foglie rosse pioggia cielo plumbeo,
piuttosto luce rasoterra ovunque il sole
(un’assoluta sospensione di gravità spazio-temporale)
filtrata ogni mia cellula nella parola (in) divenire
me ne sono andata,
era d’ottobre, ma non d’autunno e non per sempre
perché per sempre è solo il ritornare
indietro immobile aspettare
è l’assenza di te, il vuoto del tuo nome
che mette rami secchi ad ogni lettera
che muore…”



Silvia Rosa   da  Scatti per voci sole, VDBD


Postato il 05:08, 10/20/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

La mia casa e il mio cuore (sogno di libertà)




Se un giorno tornerò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.



Marcos Ana


Postato il 12:11, 10/12/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

L' aurec





Aurec’ mio dolce, amaro

miele appeso d’inverno
i grappoli più maturi e vellutati
ho legato in un mazzo pesante
e lo porto e ti porto
figlia mia nella morte
per bianche strade che si dissolvono
abbandonate dalla ragione.
Essere con te che più non ci sei

è tanto di più che il vivere
tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro
quella pace che occorre
per essere dannati alla mia maniera.
Essere con te sempre granello per granello
aurec’ mio
appeso alla mia trave sottile
in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta
dove un bambino pieno di fame
non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani
perché i granelli sono contati ...



(1). Aurec è un mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva ( e viene ancora ) appeso alle
travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome
corrispondente in italiano.
Qui, l’Aurec è mia nonna morta.



Ida Valleruga

Postato il 05:55, 10/8/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

nella vecchia fattoria

 


 


Postato il 01:27, 9/27/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

ti aspettavo

 

 

io l'aspettavo, ti aspettavo
nell'urlo bianco dell'alba e dell'inverno,
un brusio fitto prima,
poi una litania che cresceva come una marea.
aspettavo nel sangue
che scivolava via dalle pareti del mio corpo
e macchiava le pareti del tempo.
aspettavo e aspetto.
ferma decisa con un'ansia terrigna
la bocca spalancata per comunione,
per lasciarti entrare anche attraverso i denti
la lingua  il respiro

 

Blumy


Postato il 11:23, 9/24/2009
Commenti (4) | Scrivi Commento | Link

dove mi porterà questo flusso di notte e di silenzio

 

 

e allora dove mi porterà questo flusso
di notte e di silenzio, di vuoto,
dove cercheranno riparo le braccia
le mani, riparo e approdo e la bocca serrata lancerà il suo urlo muto
verso chi non c'è     e non ascolta.
resterà un'impronta un segno,
forse un balbettio, qualcosa che rimane
anche dopo, quando parla l'Assenza.

 

Blumy


Postato il 11:20, 9/24/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

bambino senza piedi e senza mani

 

 

 

un bambino dagli occhi celesti
un bambino senza mani
un bambino senza piedi
un bambino è scappato
dalla pancia di sua madre,
dove corri bambino mio
senza scarpe e senza guanti?
dammi una mano che te la scaldo,
dammi un piede che te lo calzo,
un bambino senza piedi
un bambino senza mani
è scappato dalla pancia
di sua madre
ma dove vai bambino mio?
fermati un attimo
voltati indietro
potrò mai smettere
di correrti dietro?

 

 

Dacia Maraini


Postato il 01:14, 9/14/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Raccoglimi

 

 

raccoglimi come un oggetto smarrito

perchè  davvero mi sono persa


sono stata persa dimenticata caduta

dalle mani di Dio quando distrattamente


con il fango rimasto ha fatto una creatura

piccola che subito gli è  scivolata via


dalle dita si è  incrinata

è  rimasta per terra tra le pietre

le foglie secche i passi veloci della gente


chiunque tu sia, raccoglimi,

sana quella frattura originaria ,


se puoi, mettimi le ali d'un insetto

poggiami su un ramo altissimo


lì mi confonderò  tra il fogliame

mi nutrirò  d'aria e di luce

 

 

 

Blumy


Postato il 05:24, 9/5/2009
Commenti (8) | Scrivi Commento | Link

I bambini dell'inverno

 

 

 

i bambini che inseguono l'inverno

hanno voci d'argento e cuori

chiusi dentro gabbie


camminano per mano

dentro le loro nuvole

di tanto in tanto ridono forte


hanno occhi tristi mani

che non conoscono carezze

i bambini tristi dell'inverno


non sanno come corre il tempo

le loro strade sono grovigli

inestricabili oscuri labirinti

 

 

Blumy


Postato il 05:22, 9/5/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Rinascita

 

 

 

Da anni più nessuno si è occupato del giardino.
Eppure
quest’anno – maggio, giugno – è rifiorito da solo,
è divampato tutto fino all’inferriata, – mille rose,
mille garofani, mille gerani, mille piselli odorosi –
viola, arancione, verde, rosso e giallo,
colori – colori-ali; – tanto che la donna uscì
di nuovo
a dare l’acqua col suo vecchio annaffiatoio –
di nuovo bella,
serena, con una convinzione indefinibile.
E il giardino
la nascose fino alle spalle, l’abbracciò,
la conquistò tutta;
la sollevò tra le sue braccia. E allora, a mezzogiorno
in punto, vedemmo
il giardino e la donna con l’annaffiatoio
ascendere al cielo –
e mentre guardavamo in alto, alcune gocce
dell’annaffiatoio
ci caddero dolcemente sulle guance, sul mento,
sulle labbra.


Jannis Ritsos

 


Postato il 11:45, 9/1/2009
Commenti (3) | Scrivi Commento | Link

Elena Ledda

 

Pesa

 


Postato il 01:01, 8/26/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Paola Lovisolo da s-bandolo

 

[...]
le sue unghie hanno il colore di mela
e l’odore preciso, elastico e anulare
del suo … – si – …

 

[...]

si può morire volando intorno a una luce.

 

[...]
sto ripensando alla tua verginità.
quell’argine, per me -  come di neve,
che la nottua gialla e velenosa
minava nel cotone

 

[...]

vieni.
solo di notte le mie falene nere
tengono sospesa la luce come colibrì.
solo di notte
ai fiori di pesco
le mie falene nere tengono le ali aperte,
s’estinguono in rami d’inchiostro,  ospiti
dello stelo.

 

a me

tutto quello che sapeva era appeso al muro:
pendenze a frammenti e baci schiaffi fughe
per ritornare piccolo a masticare elastici…”
bon voyage.
bonne nuit.

 


 


Postato il 12:50, 8/25/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

La mia terra

 

 


Postato il 01:22, 8/20/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Kobayashi Issa - Sarinagara

 

 

 

 

è di rugiada
è un mondo di rugiada
eppure eppure

 

 

 

tra dio
e il mendicante sboccia
il fiore di u

 


Postato il 12:28, 8/14/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Ancora su Tutti i bambini tranne uno

 

 

E', credo, il brano più bello e più intenso del libro, il brano che mi ha fatto piangere.

Penso che i libri abbiano proprio la funzione di far sì che noi ci ritroviamo nelle parole scritte, come ci appartenessero, come se facessero parte di noi.  Leggiamo se non le cose che ci somigliano, entriamo dentro le storie per entrare dentro di noi e le lacrime sono per noi stessi. 

 

 

Ero immobile al sole su quel marciapiede anonimo in un quartiere sperduto.Fumavo il mio sigaro. Non avevo nessun posto dove andare. Avevo l'impressione che i passanti si domandassero che cosa ci facevo là. Ero in una vaga vertigine di parole e di luce. Le parole che dicevo facevano una piccola litania assurda che non rivolgevo a nessuno.   Allora mi sono reso conto che in realtà era pauline che io pregavo.  A lei parlavo mossessivamente nel recinto d'echi del mio cranio.  Pensavo mi ascoltasse. Dicevo parole stupide e inutili:


Postato il 01:01, 7/31/2009
Commenti (5) | Scrivi Commento | Link

Ho avuto difficoltà a fare una scelta tra tutti i testi del bellissimo libro di Livia Candiani   'Bevendo il te con i morti'.  Non è facile raccontare i sentimenti - i nostri - verso la morte e verso le persone che se ne sono andate, lasciandoci buchi e sogni per riempirli.

Quella madre 'polverosa' di Livia Candiani è spesso presente in questo tavolo dove i vivi parlano con quelli che non ci sono più ed i morti paiono più vivi di noi; ma c'è una mano leggera leggera, una parola a volte apparentemente dura e un cuore tenero per far rivivere accanto a noi questi morti con il cappello in mano o con la gonna rossa   (La morta con la gonna rossa /sui campi ghiacciati/ va incerca di fiori / solo quando rivoltano le zolle - dice - / quando luccicano le lame e la terra /esausta si gira dall'altra parte / solo allora i fiori/ passano il confine.)

 

 

 

In forma di prefazione

 

Mia madre è un passero cattivo
urla prima di mangiare
urla prima di dormire
nel cuore della notte
urla,
ma il suo corpo
sta nel palmo di una mano
e se si affaccia al davanzale
le lanciano molliche di pane.

 

 

Livia 'Chandra' Candiani


Postato il 03:35, 7/28/2009
Commenti (6) | Scrivi Commento | Link

Casa di corvi


 

(versione di Martha Canfield)

 

perché ti ho alimentato con questa realtà
cotta male
da tanti e tanto poveri fiori del male
per questo assurdo volo a fior di pantano
ego te absolvo di me
labirinto figlio mio

non è tua la colpa
né mia
povero piccolo mio
di cui ho fatto questo impeccabile ritratto
forzando l'oscurità del giorno
palpebre di miele
e guancia costellata
chiusa a ogni sfioramento
e la bellissima distanza
del tuo corpo
la tua nausea è mia
l'hai ereditata come ereditano i pesci
l'asfissia
e il colore dei tuoi occhi
è inoltre il colore della mia cecità
sotto il quale ombre tessono
ombre e tentazioni
ed è pure mia l'orma
del tuo tallone stretto
d'arcangelo
appena passato dalla finestra semichiusa
e nostra
per sempre
la musica straniera
dei cieli battenti
adesso leoncino
incarnazione del mio amore
giochi con le mie ossa
e ti nascondi dentro la tua bellezza
cieco sordo irredento
quasi appagato e libero
con il tuo sangue che ormai non lascia spazio
per niente e per nessuno

eccomi qua come al solito
disposta alla sorpresa
dei tuoi passi
a tutte le primavere che ti inventi
e che distruggi
a distendermi quale nulla infinito
sopra il mondo
erba cenere peste fuoco
a qualunque cosa tu voglia per un tuo sguardo
che illumini la mia salma
perché è così questo amore
che non capisce niente
che non può niente
bevi il filtro e ti addormenti
in quell'abisso pieno di te
musica che non vedi
colori detti
a lungo spiegati nel silenzio
mescolati come si mescolano i sogni
fino a quel goffo grigio
che è il risveglio
sul grande palmo di dio
testa rasata vuota senza estremi
e lì ti ritrovi
sola e perduta nella tua anima
senza altro ostacolo che il tuo corpo
senza altra porta che il tuo corpo
così questo amore
uno solo e lo stesso
con tanti nomi
che a nessuno risponde
e tu guardandomi
come se non mi conoscessi
andandotene
come se ne va la luce del mondo
senza promesse
e ancora questo prato
questo prato di nero fuoco abbandonato
ancora questa casa vuota
che è il mio corpo
dove tu non tornerai


Blanca Varela

 

 


Postato il 01:39, 7/20/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Ho fatto di mia figlia un essere di carta

 

 

 

 

'Il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita'. Una frase così, la può dire solo un padre: un padre sfacciatamente innamorato, arrogante, disperato, esibizionista, inerme, sarcastico, corazzato di tutta l'eloquenza della lingua francese. Philippe Forest racconta la vita e la morte di Pauline dal primo all'ultimo giorno. La intreccia e la fonde con la storia della letteratura: lascia che venga sbranata dalla letteratura proprio perché ha imparato che i corpi amati scompaiono, mentre le parole che verranno fabbricate dopo la morte non salvano e non abbelliscono nulla.

 

 

 

Tutti i bambini tranne uno,  Philippe Forest  

 


Postato il 04:42, 7/19/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

XIV

          

Luna al tramonto sopra Tashkorgan

                                   

 

A Kostas Kulufakos

 

Sul tamburo teso del cielo
lo scalpiccío del tempo non si ferma.
Una luna bianchissima tramonta.
E i nostri corpi
restano il confine che di continuo cambia
tra le cose andate
e quelle che vengono.

 

 

Titos Patrikios


Postato il 11:56, 7/15/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Addii

 

 

Grandi stanze di vecchie case avite di provincia
piene di fischi di navi lontane, piene
di spenti rintocchi di campane e di battiti profondi
d’orologi antichissimi. Nessuno abita piú qui dentro
eccetto le ombre, e un violino appeso al muro,
e le banconote fuori corso sparse sulle poltrone
e sul letto largo con la coperta gialla. Di notte
scende la luna, passa davanti agli specchi esanimi
e coi gesti piú lenti rassetta dietro i vetri
i fischi d’addio delle navi affondate.

 

 

Jannis Ritsos


Postato il 12:01, 7/15/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Ti son cresciuti fiori dentro le ginocchia?

 

 

 

 

 

  

Lo sapevi, mamma, che da vecchi le ossa fanno fiori?

Mente che non poteva mentire , un tempo lattiginoso

sospeso nel tempo, parole che annegavano nel vuoto.

Sono qui, piccola mia, dammi le mani, camminiamo

piano lungo il corridoio, il corridoio lungo.

Sono qui, sono io, mamma, vieni, ti metto il nastro tra i capelli.

Quanto pesi!, mamma, figlia, mamma.

Ti son cresciuti fiori dentro le  ginocchia ? Non sai dirlo.

Cammini con le gambe piegate, come me,

sembri trascinare con te le mattonelle, sembra che i muri

seguano il tuo cammino lento; e la casa.

Ha cominciato a fare crepe quando hai cominciato tu,

improvvise,  a volerti accompagnare nel declino tuo.

Elsa!  Ti voltavi, una lucina s’era accesa, un filo tremolante,

un’intermittenza vaga , una lucciola dentro la tua testa.

Mamma con le lucciole, mamma con i fiori dentro le ginocchia,

ti seguo come allora, ti accompagno nel silenzio

di un angolo nascosto, fresco di felci e ombra chiara,

dove limpido scorre un ruscello d’acqua,  e canta.

 

 

Blumy

 

 


Postato il 12:44, 7/8/2009
Commenti (5) | Scrivi Commento | Link

Cantar de lejania

 

Canzone della lontananza

 

 

Seduti nel parco

i muti tessono l'aria

con il loro linguaggio silenzioso

con quali gotiche parole

raccontano una storia

una canzone di lontananza.

Bisogna vederli appena entrata la notte

lanciare al vento le loro mani

come un mulino

come una frotta di colombe

o guardare il linguaggio silenzioso dello stagno.

 

Vola, vola a portare le tue mani

per parlare della notte.

 

Juan Manuel Roca

trad.  di Blumy


Postato il 11:48, 7/4/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Spiegazione necessaria



Ci sono versi – a volte poesie intere –
che neanch’io so cosa voglion dire. Quello
che non so
mi trattiene ancora. E tu hai ragione a chiedere.
Ma non chiedere a me.
Ti ho detto che non so.
Due luci parallele
dallo stesso centro. Il rumore dell’acqua
che cade, d’inverno, dalla grondaia colma
o il rumore di una goccia che stilla
da una rosa nel giardino annaffiato
lentamente, lentamente, una sera primaverile
come il singhiozzo di un uccello. Non so
cosa vuol dire questo rumore; e tuttavia l’accetto.
Le cose che so te le spiego. Non mi dimentico.
Ma anche queste cose aggiungono qualcosa
alla nostra vita. La guardavo
mentre dormiva, il ginocchio piegato ad angolo
sul lenzuolo –
Non era solo l’amore. Questo angolo
era il crinale della tenerezza, e il profumo
del lenzuolo, di pulito e di primavera completavano
quell’inspiegabile che ho tentato, ancora
inutilmente, di spiegarti.


 

Jannis Ritsos


Postato il 09:34, 6/30/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Il prigioniero Ante

da   Solo andata

 

 

Era una finestrella, sbarrata da una tavola di legno,
l'unica presa d'aria della cella,
L'uomo si abitua all'ombra.
a mezzogiorno, in piedi sulla branda,
s' allunga la fessura della luce,
meno di un rigo, un verso breve
passa sulle palpebre degli occhi.

 

C'è un nodo nel legno che lui tocca
con l'unghia e con il tempo,
con la punta dell'unghia e del temp,o
all'uomo serve un gioco, nella cella.

 

Un giorno il nodo cede
pregato dall'unghia amica del tempo
che ricresce ogni giorno,
il nodo cede.
Si toglie come un tappo di bottiglia,
e nel suo collo passa uno zampillo di luce liscia e dritta,
s'allarga a terra, allaga il pavimento.
Il prigioniero Ante si mette scalzo
e ci si bagna i piedi. E' un anno
che non esce di cella, niente cortile, aria
un anno che la porta è uguale al muro,
che la porta non porta da nessuna parte
un anno,  strizza gli occhi,
il sole dentro il buco è un'arancia, tonda, nella mano
i piedi si strofinano fra loro
sono due bambini, la prima volta al mare
i piedi di Ante Zemljar comandante di molti partigiani,
congedato col merito della vittoria in guerra,
adesso chiuso dagli stessi compagni : nemico della patria.
Nemico lui, che l'ha agguantata al collo
l'ha scrollata di eserciti invasori
fiume per fiume, da Neretva a Drina,
coi calci della fame senza nemmeno portar via una cipolla
a un contadino perché così è la guerra partigiana.
Nemico lui: l'hanno tolto da casa
da Sonia, di due anni, che sa gridare già:
"Lasciate il mio papà, lasciatelo, è mio padre".
Adesso, sì, voi siete i suoi nemici.

 

Ante sa le percosse, sa che un pugno da destra
lascia sangue sul muro di sinistra e viceversa
e un pugno dritto in faccia lascia sangue per terra,
ma c'è la novità qui le botte riescono a lasciare
il sangue sul soffitto.
C'è da imparare sempre circa le vie del sangue
e dei colpi ingegnosi dei gendarmi.

 

Ante conserva il nodo, lo rimette nel legno
la guardia non saprà,
il sole non è spia,

s'infila svelto e poi non lascia impronte,
pure se perquisisce la guardia non può dire:
qui c'è stato il sole, sento il suo odore.
Il sole non è un topo,
pure se ne finisce molto in una cella
nessuno s' accorge che fuori manca un raggio,
che la sua conduttura ha un buco
e perde luce da un nodo di legno.

 

Ancora un po' di mesi, poi glielo daranno
il sole, tutto in una volta sulla schiena,
peggio dei colpi di bastonatura
sopra l'Isola Nuda, a spaccar pietre.
Il prigioniero  Ante ha conservato il nodo,
qualche volta lontano dalla guardia
lo punta contro il sole e si procura un'ombra
sopra l'Isola Nuda a spaccare pietre bianche
e poi gettarle a mare, all' Adriatico,
perché la pena è pura, non ha valore pratico,
e il mare non si riempirà.

 

Erri De Luca


Postato il 05:06, 6/25/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Una stanza in rosso

 

 

Forse è vero, sarei una lama 
a farmi solco, innondarmi 
rughe e figli adulti al male
in queste vene senza pudore.

Lascio maturare piano la vite
sul tronco delle gambe, nell'incavo
delle tue mani al collo 
dentro un'estate asciutta
di fame lunga a chiamare
il passo del condannato
quel colpo che lo strappa
(la voce che salva nell'addio).

Ti regalo quest'infanzia persa
nelle lenzuola e un salto
a quelle mie radici nella testa.
Tu respirami pesce di acqua buia. 


Gabriela Fantato

 


Postato il 05:21, 6/19/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Queste siepi

 

 

Fuori il sole è limpidissima Grecia
guardo un sereno di luglio
delle dieci di mattina
il verde lo trattiene tutto
dentro le foglioline di lauro
i giardini ben pettinati
gli azzurri, quanti dentro la parola
azzurro
a immaginare come, con il come
a marcare distanze
erano così, come questo
così diversi
i mari grandi degli idrovolanti
con uomini vestiti da marinai
l'azzurro alto del cielo e del mare
che tenevo negli occhi bambino
Croix du sud, Arc-en-ciel
Bristol Bombay, Short Calcutta
la cerimonia dell'alba
sull'argento delle carenature
perché a sud è sempre mattina
a sud è sempre sereno
e le figure negli occhi camminano
su calcagni scalzi
e stinchi sporchi ma alati
a pensarle così
a pensarmi così, farmi bambino
che dentro la testa tengo per me
come uno spicciolo nuovo
un fischio da dietro una siepe adesso che fumo
che nessun mare si alza dalla parola mare
e dietro le siepi passano macchine
che conto passare


 

Pierluigi Cappello


Postato il 10:15, 6/18/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

L'autopsia

 

 

Dunque, si era appurato che l'oro della radice dell'ulivo gli si era

       infiltrato in fondo al cuore.

 

E per le numerose veglie, accanto al candeliere, in attesa dell'alba,

      uno strano rossore gli aveva invaso le viscere.

 

Appena sotto la pelle, la linea azzurrina dell'orizzonte intensamente

        colorata.E abbondanti tracce di glauco nel sangue.

 

Le voci degli uccelli, che nei momenti di profonda solitudine aveva impa-

         rato a memoria sembra che si siano riversate tutte quante insieme

         tanto che non fu possibile al coltello procedere in profondtà.

 

Piuttosto fu sufficiente l'intenzione a compiere il Male.

 

Che affrontò - è evidente - nel terribile atteggiamento dell'innocen-

        te. Sgranati , orgogliosi i suoi occhi, con tutto il bosco che anco-

        ra si agitava sulla retina immacolata.

 

Nel cervello nulla, se non un'eco distorta di cielo.

 

E solo nella conca dell'orecchio sinistro, un po' di sabbia, sottile,

      finissima come nelle conchiglie. Il che significa che spesso aveva

      camminato lungo il mare, da solo, con lo struggimento d'amore

      e il sibilo del vento.

 

Quanto ai segni di fuoco sul pube, mostrano che andava avanti per

      molte ore, ogni volta che incontrava una donna.

 

Avremo frutti precoci quest'anno.

 

 

 

Odysseas Elytis


Postato il 12:22, 6/14/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

L'amore non si spiega - La canzone dell'impossibile

 

 

 

 

 


Postato il 05:51, 6/12/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

La barca nera

 

 

 

Il vecchio siede sulla soglia. Notte. È solo.
Tiene in mano una mela. Gli altri
lasciarono la loro vita alla competenza delle stelle.
Che cosa dire loro? La notte è notte.
Né sappiamo che cosa viene dopo. La luna
finge di divertirsi in qualche modo
scintillando infinitamente sul mare. Tuttavia
in questo splendore si distingue nitidamente
la barca nera a due remi col barcaiolo tenebroso
che si allontana.

 

Jannis Ritsos

 


Postato il 12:27, 6/9/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Per la tua gioia

 

 

Per la tua gioia accetta dalle palme
di queste mani un po di sole e miele:
ce lhanno ingiunto le api di Persefone.

Non si può udire lombra calzata di pelliccia,
o staccare da riva la barca senza ormeggi,
o vincere il timore nel folto della vita.

Tutto quel che ci resta sono baci
villosi come le giovani api
che muoiono, volate via dallarnia.

Frusciano
nella giungla diafana della notte,
gli è patria il fitto bosco del Taigeto,
si nutrono di tempo, polmonaria, mentastro.

Per la tua gioia accetta il mio dono barbarico:
un
’arida dimessa collana di api morte

 

 

Osip Maldel'stam


Postato il 01:10, 6/6/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Le vecchie

 

Si legano basso sugli occhi il fazzoletto nero.
Hanno una madia, una pignatta; i figli non li hanno.
La sera cenano da sole. Non parlano.
Sentono il vento che agita il granoturco secco
o l'acqua ch scava buche nel campo abbandonato
risciacquando le ossa dei morti. Sentono anche la luna
che tutta notte abbaia alla civetta antica
e ogni cosa è così docile come se mancasse da secoli.

 

 

Jannis Ritsos


Postato il 11:11, 6/5/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Metamorfosi d'amore

 

                          Though they sink though the sea they
                                shall rise again:                              
                          Though lovers be lost love shall not.
                                         DYLAN THOMAS, And death shall have 
                                                                                        no dominion

 

 

Giuseppe era il mio nome di
cristiano, ora non ho più nome: sono
api e lucertole, pietre e mimose, il
mare: lei non mi potrà riconoscere.

 

Lei non mi potrà più dire: amore.
Potremo volare insieme all'alveare
del sole, vicini e sconosciuti, rovinare
in frane da sentieri scoscesi sulle spiagge

 

rocciose, essere due conchiglie nel silenzio

 

del fondale.


 

Giuseppe Conte

 

                                      


Postato il 11:02, 6/3/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Città

 

Città che ricordano città
come una canzone ne ricorda un'altra
un profumo che ricorda una città
come una città fa ricordare una persona

città che ricordano un bacio
città che ci fanno presenti a noi stessi
città che ci dimenticano
e città che ci ricordano
ci son città che abitano in noi
e città che abitiamo
città che ci mettono in carcere
e città che rompono le tue catene
ci son città per vivere

e città per sognare
città che ci danno la vita
e città per la nostra ultima morte

 

 

Maram al-Masri

 


Postato il 12:28, 6/1/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Die Moldau - Smetana : I capolavori senza tempo

 

 

 


Postato il 12:43, 5/23/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Una stella

 

Una stella mi attraversa con la sua
orbita.

 

Sorgeva sopra il cielo di un bambino, le
sere, in una via di finestre cieche, in
salita, lui correva, era l'arciere che
doveva bucare gli scalini di
lavagna, scuotere dai cortili
nascosti le nespole.
Stella di corse azzurre, giù
dai monti e dai tetti lo chiamava.
Giuseppe, figlio di Anita e di Franco
vieni, non hai più casa, nessuno,
seguimi. Uscivano dai portoni gatti
bianchi, di scatto, come dopo un
crimine.

 

Ritorno dove sono già stato
alle mura di una città calamitata
dalle costellazioni
diserbata, macigna, mare immobile
eterno
volo di pavoni di pietra e luce.
Il sogno che io so di sognare
l'unico, il primo, mi conduce
là.

 

 

Giuseppe Conte


Postato il 10:39, 5/18/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Mamma Emilia

 
In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
Non il loro peso
A te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.
 
Erri De Luca

Postato il 01:34, 5/16/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Dove posso

 

 

Dove posso conservare le feste            (Chiamò donna la lingua
non ancora morte?                                 e la scrittura amore
e come liberare le ali che piangono       si mise a cercare le conchiglie
nelle gabbie della lingua?                       degli oceani nelle parole dell’upupa
         come posso abitare                      il cenno qui è a qualcos’altro
         la memoria, golfo di                       non a Balqis e nemmeno a Salomone)
         rottami galleggianti?
 
Cresce tra le mie spalle una pietra o la radice
del papavero? gli animali prigionieri dentro di me                             
possono finalmente conoscere una via di fuga? Dovrei
forse entrare nel torpore e tradire le mie membra? far
della sabbia tappi per i polmoni e giacere come nera
pietra in un’eternità d’obbedienza? Dovrei cospargere
il mio corpo con olio da macchina e riempire la gola
di sì si, no no?
 
No, non ho patria
         fuori da queste nubi evaporate dai laghi della poesia.
 
Accoglimi, veglia tu su di me lingua mia, casa mia
ti appendo come amuleto al collo di questo tempo,
sgorgano in tuo nome i miei desideri
non perché sei la struttura, il padre e la madre,
ma perché sogno di ridere e di piangere dentro di te,
di tradurre le mie viscere,
di aderire a te, tremare e sbattere le mie membra
come finestre in preda a un vento
uscito ora dalle dita di Dio –
 
Così mi trasformo in un sospiro sceso dalla bocca del cielo
che soffia nell’utero della terra,
così ti abbraccio dicendo – di nuovo
sei il corpo che dà nome al domani
e su questo corpo viene gettato il dado della storia.


 

Adonis


Postato il 05:20, 5/7/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Diario della notte

 

 

Nell'ora in cui il sogno scivola
come un ladro per sentieri di feltro
i poeti bevono acque rumorose
mentre parlano dell'oscurità,
dell'oscura età che ci circonda.
Nell'ora in cui il treno annerisce la luna
e l'angelo del bordello si abbandona alla sua sorte
l'orchestra suona un'aria lamentosa.
Una cavalla del colore degli specchi
affonda nella notte agitando la sua coda di cometa.
Quale invisibile cavaliere la cavalca?

 

 

Juan Manuel Roca

trad. di Blumy


Postato il 10:51, 5/6/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Partenza

 

Parto con ogni nave di questo porto,
con ogni goccia azzurra di ossigeno
tra rauchi fischi.

 

Vado a Rotterdam, dove ora cade spessa
la neve,
e i gabbiani olandesi
frugando tra le merci
si posano sugli alberi delle navi.

 

Una cabina mi attende in ogni nave,
un libro di Li Po per la mia traversata;
– cercatemi a Rotterdam, scrivetemi
anche se non partissi.

 

Se non parto a quest’ora lo farò in un’altra;
le navi cambieranno, non il mio desiderio;
il mio desiderio è a Rotterdam:
da qui lo intravedo assieme alla neve
tra le sue case.

 

Non c’è una sola via sul mare
che non abbia il suo contrario,
non ci sono modi di stare e di non stare
dove si viaggia.
Se scegliessi un’altra via piú semplice,
piú umana,
partirei senza assentarmi,
toccandola la neve mi parrebbe calda.

 

In ogni nave di questo porto
ho noleggiato il mio bagaglio;
se anche mi vedessero domani qui nei moli,
sono a bordo;
le navi cambieranno, non il mio desiderio;
cercatemi a Rotterdam, scrivetemi,
il mio desiderio ha il volo del gabbiano
e neve tra le sue ali.


 

 

Eugenio Montejo

 


 


Postato il 12:14, 5/4/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

L'amore



I

Ecco, tu sgorghi a un tratto, voce e fiamma,
e sei bianca e flessibile, e mi guardi,
ferma, io voglio sospingerti e tu, ferma,
mi guardi, come me, candidi entrambi,
e si fa rossa la marea, mi bacia
con le tue labbra, è inverno e io m’inoltro
in un porto con te, dentro la notte.

E non v’è telo ove giacere, nulla
v’è, neanche il sole, in nessun luogo
e non v’è stella da strappare ai cieli,
e noi, smarriti, non sappiamo nulla
di ciò che accade, perché mai l’immensa
nudità ci divori, perché il vento
gema nel buio come una donna folle
dimenticata, contro la bufera.

È ora, ora – concedi – che ti stagli
chiara, che più ti voglio, che mi assale
la tua profonda voce di sorgente,
ora, permettimi la congiunzione
del mio bacio al tuo bacio, di toccarti
come il sole, concedi, e di morire.

Toccarti, unirti al giorno del mio corpo,
strapparti i più alti cieli dell’amore,
in queste vette
dove regnai un giorno,
sollevarti tra raffiche d’aurora,
volare, diecimila diecimila
anni con te volare, solo un attimo,
ma eternamente, prolungare il volo.


 

Gonzalo Rojas

Traduzione di Cristina Sparagana

 


Postato il 10:59, 4/30/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

da Cantar de lejania

 

 

Prigioni

 

Attenti
ai segnali luminosi
               le prigioni
i furgoni della posta
(fruste nere che tagliano la notte
in due squarci di silenzio)
disegnano oscuri tratti
        segrete scritture.

 

 

 

Villaggio

 

Ancora legano le barche agli occhi di mandorla
di quelle donne dannatrici.

Una lampada, il suo occhio di ciclope decapitato,
illumina i suoi passi nell'erba.

Si ode soltanto un fruscio di piante
che cresce nella notte.

E il vento che secerne lontananze.

 

 

Arte del tempo

 

Il tempo rimane intrappolato
dentro i libri.
A causa di questa prodigiosa cattura
Eraclito continua a bagnarsi
nello stesso fiume
nella stessa pagina.
Tu continuerai per sempre
ad essere nuda

nella mia poesia.

 

 

Juan Manuel Roca

traduz. di Blumy


Postato il 12:47, 4/29/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Parola carnale


2

Sei tornata ridendo dal mercato, carica
di pane, frutta e un’infinità di fiori. Sui tuoi capelli,
vedo,
ha passato le dita il vento. Non lo amo il vento;
te lo ripeto. E poi, che te ne fai di tanti fiori? Quali
fra tutti,
tra l’altro, ti regalò il fiorista? E magari nello specchio
del suo negozio è rimasta la tua immagine illuminata
di lato
con una macchia blu sul mento. Non li amo i fiori.
Sul tuo seno
un fiore grande quanto un giorno intero. Siedi dunque
di fronte a me;
voglio guardare solo come pieghi il ginocchio, e star
lí a fumare
finché cada la notte misteriosa e s’alzi magnetica sul
nostro letto
una luna popolare da sabato sera, col violino, il salterio
e un clarinetto.

 

Jannis Ritsos


Postato il 10:59, 4/28/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

I prati fanno nodo in gola

 

 

I prati fanno nodo in gola oggi che è ancora inverno.
I campi aperti dalla neve stanno fermi
dove il fiato cede al fare lento delle cose.
Nel tempo immobile tutto trova posto
meno il cuore che si muove a balzi fra l’uno
e l’altro istante.
E fiero arriva il buio
come un uomo grande – spaventoso - a dire
che il pensiero è sempre troppo
svelto, corre come fa un temporale estivo
scroscia dentro i solchi cercando rese
valli aperte, nomi
dove spezzare il seme come un pane.

 

Fragile natura che non mi posi
aiutami a restare salda al passo quieto degli abeti
e sopra e sotto l’orto abbandonare il peso
lasciare che l’amore mi addolori
e poi mi superi come un miracolo possibile.

 

 

Iole Toini


Postato il 08:16, 4/25/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Sienda de bentu

 

Elena Ledda

 

 


Postato il 01:16, 4/25/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

da Sotto il tiro di presagi

 

 

 

 

SOFFIATA-QUI con il saluto
dell'avena delle dune, tutta sventagliata,
io non ci sarò,
quando tu fai la ruota del rendere felice, sotto il cielo,
la ruota verso il cielo,
che io da impensabile lontananza
afferro ai mozzi, io
un solitario, che scrive.

 

 

Paul Celan


Postato il 11:24, 4/19/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Valentina

 

Figlia aperta corolla del possibile

 

Se le parole fossero le grandi code sognate
dai cavalli
e non già vuote sentinelle
o i memoriali sbiaditi di una confusa
partecipazione
Se nel silenzio dei partiti presi
i profeti non ingiallissero nel remigante
astuccio di una mano

 

No, non è certo l’odore di lavagna dei sogni
smessi
è la serietà della vita col suo limaccioso ardire
coi campi lunghi i segnali di stop
a cui s’arresta la piccola musa detronizzata
da due piccole orecchie di peonia in rodaggio.

 

 

Vittorio Bodini


 


Postato il 09:58, 4/17/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Gaza

 

 

Che la vediate oppure no
questa parvenza di poca forma
è mia figlia
tenero corpo
breve di giorni e trema
nell'ultimo gesto compiendosi
raccolto interamente nelle mie braccia
ogni piccolo sangue e dolore
e balzo del cuore
(volano come uccelli le pietre
vettore di moto
cancella il centro)

 

e questo è il mio respiro
chino a un residuo sguardo
lo senti come intreccia
ciglia e carezze
mio piccolo fiore
minuscola eternità
favola senza fate
nessun colore alla tua voce
mentre si accampa tra i voli
il poco azzurro
nessun calore alla tua pelle
se pure il sole matura sui tetti
divampa case ostile fuoco

 

divide il tempo
una ferita perfetta

 

resta ai miei baci
mio dolce frutto
vita che trema e dura
resta
solo una notte
questa.

 

 

Franca Maria Catri


Postato il 01:17, 4/16/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

da 'I tre canti della nostalgia'

 

I

 

Chiunque non sa potrebbe sapere
se lasciasse il suo nome al vento
e un occhio all'onda, ritirando
solo nocche fossili e un tumore
alla fine del creato.
Chiunque è stato creato per esserci
fino alla fine della mano, del mare,
della vista, come se tutto raddoppiando
nascesse morisse, morisse e nascesse.
Oh stupido, ingrato, uomo quasi vecchio,
pensi ancora di disertare? E cantare
come un gufo o l'allodola, confondendo
il Bosco e il Campo? Come sei stato possibile,
fattibile, ora che stai perdendo il vero
amore?
Se avessi cercato prima il tuo respiro
nell'altra, il tuo labbro nell'altro labbro
e detto a lei, a lettere capitali: Io sono la
Nostalgia
Continua, la Terra Vivente, l'Alveare, l'Ape
Morta e senza il tuo miele Morto
senza rinascita.
Oh ignoto e quasi vecchio, pronto alla Fuga,
dove viaggerai senza corpi, occhi, nel mare ritirato,
lei il tuo Tsunami sulla guancia occipitale?
e tu Vento che non fosti mai?
Dove, no?

 

 

Roberto Agostini


Postato il 12:15, 4/15/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Poesia dell'amore inevitabile

 

 

Tu arrivasti alla mia anima quando era dimenticata:
le porte divelte, le sedie nel canale,
le tende cadute, il letto sradicato,
la tristezza curata come un vaso di fiori.
Con le tue piccole mani di donna laboriosa
ponesti tutte le cose in fila:
lo sguardo al suo posto, al suo posto la rosa,
al suo posto la vita, al suo posto la stuoia.
Lavasti le pareti con uno straccio bagnato
nella tua chiara allegria, nella tua fresca dolcezza,
collocasti la radio nel luogo appropriato
e pulisti la stanza di sangue e spazzatura.
Ordinasti tutti i libri dispersi
e stendesti il letto nel tuo enorme sguardo,
accendesti le povere lampade spente
e lucidasti i pavimenti di legno consumato.
Fosti d'un tratto enorme, ampia, potente, forte:
sudasti grandi fatiche lavando arnesi vecchi.
Apprendesti che nella mia anima d' avanzo era la morte
e la tirasti all' orto con pezzi di specchio.


 

Jorge Debravo


Postato il 01:16, 4/14/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Explanation of love

 

 

C'e un tempo in cui l'amore inizia e un tempo in cui finisce.
Come la pila di una radio senza filo elettrico.
C'è il corto circuito fra due corpi.
parole profonde. Grandi come ponti che uniscono una parte della città con
l'altra.
Una camicia azzurra che una donna bionda indossa sorridendo e sotto niente.
La morte legata stretta a una sedia con un tovagliolo alla bocca e il volto nel
vuoto.
C'è il conto segreto che ognuno deve saldare non so neanch'io quando.
Il sudore sulla fronte. La freschezza sulla pelle. La pupilla appannata, calda.
Sulla base di ciò (e di altro ancora) potrei esattamente dire cos'è l'amore.
Due paia di scarpe rovesciate. Un po' di affetto. E il cigolio della rete.

 

 

Nasos Vaghenas
trad. di Caterina Carpinato

 

 


Postato il 01:58, 4/11/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Madre

 

 

 

quanto avrei conservato di te, quanto avrei tenuto te
con la tua lingua balbettante, mugugni quasi, come fossi down
e non camminare , non da sola, ma per le mani una bambina
coi capelli bianchi pesante senza più parole nè pensieri
(forse confusi, intrecciati come quando si agita una boule
e dentro ci sono nomi lettere cifre misteriose)

che ha bisogno di una madre (ero io, piccola magra senza forze,

ero io la tua nuova madre, e tu mia figlia, in uno scambio magico
miracoloso inverosimile) che ti raccontasse fiabe prima di dormire
come l'ultima notte, l'ultima prima che in silenzio piano piano
senza far rumore per non svegliarmi, te ne andasti via, madre mia

santa, madre mia.

 

 

Blumy


Postato il 11:54, 4/6/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Un violino per Chagall

 

A Vitebsk tutto vola: un vecchio ebreo col giaccone nero, una capanna aerostatica, un cavallo fuggito dalle stalle di Giotto. Volano le vacche, gli sposi, i giorni e un violinista sul tetto.

Cosa suona nella notte in mezzo alla pianura di neve?

Con quale musica culla il villaggio e spegne icone e fantasmi?

Non permettete che cada il violino, testimone di nozze e di funerali. Non permettete che taccia.

È forse un violino zingaro inventato dal diavolo?

È forse un violino per guidare i viaggiatori delle grandi steppe?

Violino rotto della tragica Russia?

Nessuno sa cosa porta dentro il suo sacco, il suo rozzo sacco, il vecchio ebreo dal giaccone. Forse nasconde un libro che racconta la lotta di Giacobbe con l'angelo?

Se è un violino, meglio che cada nelle mani di Chagall.

Allora tutto vola, i tetti rossi, i candelieri, le mani cerate del rabbino, la luce intermittente della sinagoga.


 

Juan Manuel Roca


Postato il 01:20, 4/4/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Le foglie di Beslan

Giovanni Allevi



Postato il 06:15, 3/29/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Monologo della donna che lava l'acqua




Lavo l'acqua, che è
come lavare la liquidità del tempo
sotto i ponti.
Fontaniera sono
della segreta rubinetteria del fiume.
Lavo l'acqua, che è
come suonare l'arpa della pioggia,
come far esplodere le chiuse del tempo.
Lavo l'acqua
perché l'albero raddoppi i suoi frutti
nello specchio che si dilegua.
Perché la ragazza nuda
o il bimbo che mangia pesche polpose
lavino la loro pelle con pelle di nuvola.
Lavo l'acqua
perché gli annegati del mondo
realizzino la loro danza muta
in mezzo a un banco di pesci.
Perché il ragno
cammini come un piccolo profeta
sopra il lago,
tocco le acque come la chioma
di un violino.
Sono la piccola adoratrice,
idolatra dal bastone di madreperla.
Sono fatta di tempo,
come l'acqua nel prato,
come l'acqua nell'acqua, come l'acqua.


Juan Manuel Roca


Postato il 12:31, 3/28/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Questo



Mi faceva  
male  vivere
oh 
quanto faticai  
a trovare il mio cammino
tra   
rovi  e cespugli
tutti quei frutti rossi che io
coglievo
con eleganza
prima
di affidare loro
schiacciata nel mio palmo  
la mia
disperazione di bambino


Franck Venaille
traduzione dal francese di Blumy


Postato il 01:16, 3/25/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Vita



Un uccello di carta nel petto
dice che il tempo dei baci non è giunto;
vivere, sì, fruscia il sole invisibile,
uccelli o baci, tardi o presto mai.
Un lieve suono basta per morire,
quello di un altro cuore che tace,
o il grembo estraneo che sopra la terra
è una nave dorata per i biondi capelli.
Testa dolente, tempie d’oro, sole che tramonta;
giaccio nell’ombra sognando di un fiume,
giunchi di verde sangue che ora nasce,
sogno chino su te calore o vita.


Vicente Aleixandre

Postato il 09:43, 3/24/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

A cosa mi è servito



A
cosa mi è servito correre per tutto il mondo,
trascinare, di città in città, un amore
che pesava più di mille valige; mostrare
a mille uomini il tuo nome scritto in mille
alfabeti e un’immagine del tuo volto
che io giudicavo felice? A cosa mi è servito

respingere questi mille uomini, e gli altri mille
che fecero di tutto perché mi fermassi, mille
volte pettinando le pieghe del mio vestito
stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome
così bello in mille lingue che io mai
avrei compreso? Perché era solo dietro te

che correvo il mondo, era con la tua voce
nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello
dell’amore di città in città, il tuo
volto nei miei occhi durante tutto il viaggio,

ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo.


Maria Do Rosario Pedreira


Postato il 12:45, 3/19/2009
Commenti (3) | Scrivi Commento | Link

Prima di essere re



Prima di essere re

e pane e flauto e barca

fui uccello dei cieli,

fiamma che guizza, vento:

io che il giorno degli ansimi

che la notte dei sogni,

mai non conosco quiete,

né mai smetto l'inganno

- uomo dai piedi lenti-

di ridurre la fine

dei mondi rotolanti,

delle stelle infinite,

alle poche stagioni

della mia voce esile.

 


Elio Pecora 


Postato il 11:39, 3/17/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Vai vai

 

non è l'amore che va via

 

 

 

Vai vai
tanto non è l'amore che va via
Vai vai
l'amore resta sveglio
anche se è tardi e piove
ma vai tu vai
rimangono candele e vino e lampi
sulla strada per Destino

 

Vai vai
conosco queste sere senza te
lo so, lo sai
il silenzio fa il rumore
de tuoi passi andati
ma vai, tu vai
conosco le mie lettere d'amore
e il gusto amaro del mattino

 

Ma
non è l'amore che va via
il tempo sì
ci ruba e poi ci asciuga il cuor
sorridimi ancor
non ho più niente da aspettar
soltanto il petto da uccello di te...
soltanto un sonno di quiete domani...

 

Ma vai, tu vai
conosco le mie lettere d'amore
e il gusto amaro del mattino

 

lo so lo sai
immaginare come un cieco
e poi inciampare
in due parole
a che serve poi parlare
per spiegare e intanto, intanto noi
corriamo sopra un filo, una stagione,
un'inquietudine sottile.

 

Ma,
non è l'amore che va via
il tempo sì,
ci ruba e poi ci asciuga il cuor
sorridimi ancor
non ho più niente da aspettar
soltanto il petto da uccello di te...
soltanto un sonno di quiete domani...

 

 

Vinicio Capossela


Postato il 12:08, 3/14/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Anch'io sono stata la neve

 

 

anch’io sono stata la neve

ho sfiorato gli alberi con piccole mani,

le dita dei pini, gli abeti che fanno inverno e fanno Natale


sentivo che c’era un mistero oltre la sdraio della terrazza

o dentro il silenzio dei monti;

era in me


o era mia madre lontana, giovane ancora,

caduta alla prima stazione -


sulla sua schiena la valigia o una croce

io, in bianco e nero, sorridente leggera come la neve

 

 




Debussy, Claire de lune 








Postato il 09:11, 3/5/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

La neve che sei stato

 

 

 

 

Chiusaforte è le tue mani rovinate,
le sue case in fila lungo una strada che
conduce al nord
e le sue pietre e gli azzurri, sottilissimi dopo
che è nevicato
Chiusaforte è tutti i ritorni che mi allontanano
mentre nevica il tempo sulla neve che sei
stato
sui passi contati e poi coperti dal bianco
e c’è un piangere nascosto nel celeste
nelle pigne ai piedi degli abeti
nel silenzio che sgretola gli animi e qualche
volta
ci spinge in alto, in alto
dove ci sono parole che erano sassi
dette di punto in bianco, nel freddo
lasciate alla confidenza delle nuvole;

ho fatto un buon tratto di strada, ormai,
e sono stato tuo figlio e sono stato tuo padre
e conosco i gesti che non si spezzano davanti
al dolore
l’incandescenza dell’istante che li ha generati
la tua mano sulla mia fronte
il palmo della mia sul dorso della tua
che non so come, non so dove
mi portano ancora con te.



Pierluigi Cappello

 


Postato il 06:08, 3/3/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Nel nome



Io, riconosciuto nudo, risalito lungo le cicatrici
dalla conoscenza della tua bocca, ti schiudo alla mia
come un’alba, un riparo
nel respiro della forza deposta;
ogni giorno aggiungo una morte alla mia vita
e ogni giorno il tuo nome ha più significato
duttile sulla mia lingua
e l’ombra versata la sera sulla soglia
il minuto posato nell’attesa
ci libera dalla morte ereditata;

era aprile e pensavo di essere
più piccolo del firmamento,
che non sei tu, non sono io
lo splendore di un sentiero tracciato
dentro il mio nome e il tuo.



Pierluigi Cappello


Postato il 10:45, 3/1/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Ascoltate

  

       Ascoltate!
    Se accendono le stelle,
    vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
    Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?
    Vuol dire che qualcuno chiama perle
    questi piccoli sputi?
    E tutto trafelato,
    fra le burrasche di polvere meridiana,
    si precipita verso Dio,
    teme d’essere in ritardo,
    piange,
    gli bacia la mano nodosa,
    supplica
    che ci sia assolutamente una stella,
    giura
    che non può sopportare questa tortura
    senza stelle!
    E poi
    cammina inquieto,
    fingendosi calmo.
    Dice ad un altro:
    “Ora va meglio, è vero?
    Non hai più paura?
    Si?!”
    Ascoltate!
    Se accendono le stelle,
    vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
    Vuol dire che è indispensabile
    che ogni sera
    al di sopra dei tetti
    risplenda almeno una stella?

   
    Vladimir Majakovskij
   
     

Postato il 08:19, 2/23/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Su Blog&Nuvole


c'è un mio racconto a  fumetti, La gomma del tempo:

http://blognuvole.splinder.com/




Postato il 08:01, 2/19/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Mattino

 

 

 

Ho un acero, fuori casa, e tutto è lontano qualche volta
tutto passa nelle cose senza contorno
ho un acero misterioso come una città sommersa
e guardare diventa le sue foglie, l’ombra premuta
metà sulla strada metà nel giardino
la luce di ciascun giorno
dove le voci si appuntano e si disperdono.
Siamo l’acqua versata sulle pietre dei morti
sul filo teso tra la preghiera e il canto
siamo la neve dentro le cose
l’occhio cui tutto allucina, tutto separa
e vivere è un minuscolo posto nel mondo
dove stare in giardino.

 

 

Pierluigi Cappello


Postato il 05:34, 2/16/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Sei un lontano passo di danza



Sei un lontano passo di danza
mentre saluti tra i corridoi,
un ventaglio di grazia che il male
non ha ucciso, diagonale
tra i quattro cantoni, silenzio
di fate e di foglie, finché il giallo
si fa scuro, si fa minaccia nel cielo,
il sorriso fragile e la gola
resta lì, sospesa e selvaggia.


Milo De Angelis


Postato il 12:55, 2/15/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Epigrafe n° 3


Non sempre la tua assenza 
è un lunghissimo black-out. 
Spesso riemergi dal buio 
in piccole intermittenze, baluginii, 
vicino al lumino sopra la consolle. 
- Non è che si ricavi molto con le preghiere - 
                                  dico agli altri 
mentre sgranano la corona e attendo un tuo segnale 
- tremolio o luccichio -, 
brevi notizie dal tuo mondo. 
                                   A quest'ora, 
- essenza o crisalide - 
probabilmente già in un'altra dimensione, 
dovrebbe soccorrerti un Dio di pace e non di guerra


Mario M.Gabriele


Postato il 08:13, 2/11/2009
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Café de nuit

 

 

 

La ceramica chiara ove squillò
il tuo colpo di tazza
come la folgore di una campana
piccola e azzurra, chiusa
in un tempio di tortore.
Le parole d’amore, il feltro, i passi,
le brevissime nozze.
Il perpetuo frusciare dei garofani
sull’occhiello assonnato, il volto chino,
i bicchieri posati fra le guance.


 

 

Cristina Sparagana


Postato il 10:24, 2/5/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

ti scrivo, corpo celeste



immàginati implosioni e poco dopo l’esplosione,
tu splendi, ma come ti raffreddi veloce,
carissima, te ne vuoi andare, come sei lucente
nell’ultimo giorno, poi ti afferra il vento,
la più buia delle accelerazioni, una nuvola, no,
una scia di gas e altrove
lontano lontano lontano se ne sta uno col cannocchiale
e calcola dalla tua fine la distanza di galassie
remotissime. nel frattempo tu come una supernova
precipiti in un risucchio dove non c’è luce, dove non
c’è nulla, né la possibilita di fuga e neanche più sogni,
come devo io, ti chiedo, come devo io, devo forse


Monika Rinck 

Postato il 01:25, 2/1/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Disegni nella notte


A Kostas Kulufakos

XIV

 

 

 

Sul tamburo teso del cielo
lo scalpiccío del tempo non si ferma.
Una luna bianchissima tramonta.
E i nostri corpi
restano il confine che di continuo cambia
tra le cose andate
e quelle che vengono.

 

 

 

 

Titos Patrikios


Postato il 01:05, 1/31/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Il ladro



Ladro, – davvero, un ladro dappoco, pregiudicato;
faceva la posta
a donne e uomini, vecchi e bambini, a foglie, finestre,
lampadine,
a vecchie chitarre, macchine per cucire, rami secchi,
a se stesso. Rubava sempre
un loro atteggiamento, una loro espressione, le cicche
che gettavano per strada,
i loro vestiti, quando si spogliavano nell’ora dell’amore,
i loro pensieri,
le loro forme sconosciute, le loro e le sue, e ne faceva
grandi, strani mazzi di fiori o li piantava nei vasi.
Adesso,
dal fioraio all’angolo, lo vedevamo dietro i vetri
aspergere con la pompa le grandi rose, le dalie,
i garofani,
non li vendeva né li regalava; – un ladro singolare,
un principe decaduto dentro la sua serra. Solo il suo
viso,
esangue, si distingueva in mezzo ai gigli altissimi,
come un morto nel feretro di vetro. Tuttavia,
nel freddo dell’inverno, questo fiorista coi suoi fiori
invenduti
ci dava sempre l’impressione di un’eterna primavera;
anche se in seguito apprendemmo
che tutti quei fiori erano di carta, colorati
con tinte rosse e gialle – ma soprattutto rosse –
in sfumature varie.


Jannis Ritsos


Postato il 01:15, 1/26/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Ricevimento di un amico



Lo seguo,
lo precedo nella voce
perché ho,
come il fumo spopolato,
vocazione di acquerello.

Raccontami
come sono lì le cose di consumo:

libri,
rose,
tintinnii di rondini.

A parte tutto questo
gli domando

dei manghi geologici
che lo bordeggiano di polpa,

e di un nuovo fiume,
senza guardarlo,

con popoli di suono
e longitudine di Arcangelo.

Dimmi anche qualcosa del piccolo litorale
dove recentemente il giorno,
come un celeste animale bifronte,
si accampò in due acquari
e si colmò di pesci.

O se lo ricevettero unanimi gli alberi
come quando elessero la prima allodola dell'anno
e il giorno della fioritura.

Riassumimi ora che tremo
benignamente
dietro una rondine,
ora che mi propongono pubblicamente
per nudo di farfalla

e sto come le rose
disordinando l'aria.


Eunice Odio

Postato il 12:39, 1/23/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Se io

 

 

 

 ma se io se io mi chiudo a chiave

dentro me stessa, non rispondo a nessuno

(attaccato alla porta un cartello:

lei non c’è dorme è andata via),

se io taccio non respiro, fingo

di non essere o essere altrove,

qualcuno viene e urla il mio nome

per cancellare la mia assenza,

violare il mio solipsismo solitario

 

se io schiudo le  mani

per liberare i miei uccelli di carta

e le mie farfalle ballerine,

se mi nascondo dentro un armadio

e tendo le braccia come un appendiabiti,

se poi scivolo via come un geco

dalla porta-finestra, se io

mi faccio un mucchietto di vestiti colorati,

se io, se io ...

 

 

Blumy 


Postato il 01:11, 1/14/2009
Commenti (3) | Scrivi Commento | Link

Era meglio quando c'era la pioggia

 

 

Sto dentro una tristezza di foglie secche,

lumache e acquitrini.

 

 

 

 

Era meglio quando c’era la pioggia.  Era meglio perché potevo nascondermi tra gli sputi cavernosi del cielo e dentro il suo rumore e diventare una cosa piccola, che fa parte del temporale, una foglia o un uccellino che si chiude nel suo nido, al riparo dalla pioggia e dall’Uomo Cattivo.  L’Uomo Cattivo mi ha chiamata al telefono. Quando chiama lui sul display compaiono dei trattini, non un numero, perché non vuole farsi identificare, forse anche lui vuole nascondersi.   Mi chiama e mi guarda con quegli occhi rotondi come palline che mi fissano intimidatori e parla severo infilando una citazione latina dietro l’altra.   E  verba volant, scripta manent’ .  In illo tempore’ (io zitta: in non ce lo devi mettere, asino!). E una terza citazione che non ricordo.

Mi guarda minaccioso e parla con quel residuo di napoletano nella bocca, il cappellino in testa e sta seduto dietro il bancone del negozio dove non si vede quant’è alto.

Arriva sua moglie in silenzio e lui diventa ancora più minaccioso, mi vuol fare arrestare, perché scripta manent e in illo tempore.

Io zitta, quasi non respiro e vorrei scappare , devo andare dal medico per una ricetta e lui continua torvo la sua filippica mentre le palline che ha come occhi sembrano voler uscire fuori e colpirmi come proiettili.

 

Vorrei che la pioggia continuasse e nascondermi fino ad annullarmi, non sentirlo più al telefono, non andare al citofono quando è lui che parla, non aprirgli la porta quando vuol salire con il ragazzo che butta tutto o con quell’uomo che è entrato con lui e hanno attraversato il corridoio come se fossero stati i padroni di casa, i requisitori; e io dietro.             

Apre il rubinetto del bagno e dà disposizioni al ragazzo che butta tutto, credo che pensi: butta anche lei, è vecchia,non serve più, è un catorcio,non la vedi? Se la tocchi si rompe, se alzi la voce va in frantumi.

Una volta buttata via non mi perseguiterebbe più, lui e le sue citazioni in latino, gli occhi come palline, il cappellino sulla punta della testa piccola perché deve contenere davvero poco cervello.

 

Era meglio quando c’era la pioggia?  Era meglio quando anche nella mia stanza trovavo infiltrazioni d’acqua che venivano dal balcone sovrastante?

Era meglio che io mi nascondessi come una ladra e camminassi piano per non farmi sentire e non accendessi la luce finchè lui non aveva abbassato le saracinesche del negozio?

 

Che crolli tutto, io mi attaccherò agli stipiti di una porta come fossero le colonne di un tempio (la mia casa è un tempio !)  e come Sansone griderò: muoiano con me tutti i filistei !

 

 


Postato il 01:09, 1/14/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Mar di Celestina

 

 

Anch’io conosco una favola. La favola  di una bimba piccolissima. Si chiamava Mar di Celestina.

Era una bimba alta un metro e un quadretto. Di cioccolato. Un faccino da pulcino, un fiocco rosa in testa, tra i ricci di marzapane. Più che una bimba sembrava una bambolina da tenere sul comò, per guardarla ogni tanto, pettinarle il capelli, prenderla in braccio e sciogliersi di tenerezza. Quando abbracciava metteva le braccia paffute attorno al collo. Rosea. Ti carezzava il viso con mani minuscole carezzevoli di neve. La pelle un petalo di gelsomino. Aveva un vestito color di melanzana, che le stava d’incanto, s’apriva a ventaglio sotto il petto svasando onde morbide di trine fino all’orlo e tra  i merletti sbucavano due gambette buffe da mangiarsele di baci.

Oltre che bella Mar di Celestina era anche brava, giocava volentieri e le piaceva giocare con tutti, inventava giochi nuovi, così nuovi che scrocchiavano di nuovo come scarpe nuove, la carta regalo da scartare,  un falda di finocchio. I bimbi giocavano volentieri con lei. Erano felici anche solo di starle vicino. E lei inventava ogni giorno un gioco nuovo: la piuma chiocciola, il bruco bolla, la nuvola pecora, il pino martino erano solo alcune delle sue fantastiche invenzioni. Instancabile ed entusiasta desiderava che tutti andassero d’accordo e giocassero con rispetto delle cose, delle persone, dei fiori, degli animali  e delle regole del gioco.

Quando Mar di Celestina e suoi amici giocavano le risa dei bimbi echeggiavano per le strade del paese e il paese sorrideva, ma non è che si vedesse proprio un sorriso, è che tutto sembrava bello e pulito come un  giorno di vento leggero, come primavera, come un respiro che allarga i polmoni, come il sereno che arriva dopo la pioggia.

Poi pian piano le cose cambiarono. I bimbi si stancarono delle invenzioni di Mar di Celestina, forse volevano tornare ai vecchi giochi, forse volevano inventarne loro di nuovi, fatto sta che l’invidia aveva avvelenato i loro cuori, avevano perduto anche la voglia di giocare.

La piuma chiocciola appassì, il bruco bolla seccò, il pino si fece panchetta, la nuvola belando svaporò. I compagni di gioco si rinchiusero nelle loro case, si annoiavano, ma non riuscivano più neanche a giocare, quando ci provavano si finiva sempre per litigare. Senza i bambini che ridevano e scherzavano per le strade, il paese si fece grigio e triste. Il sole dall’alto vide tutto questo e si rabbuiò. Ed appena il sole si oscurò scese sul paese un buio nero, un buio così pesto che non si vedeva ad un palmo dal proprio naso.

Matrona Confusione appollaiata da secoli sulla poltrona vedendo che Buio Pesto aveva invaso ogni spazio alzò le ali e le scrollò: “Ora” disse “ è il mio turno. Scendo e regno”.

Buio e Confusione si insediarono nel paese. Sporchi, grassi e gradassi, lo misero a sacco e pasticcio. 

Anche gli adulti ormai non sapevano più che fare, quando pescavano non sapevano che pesci pigliare, quando uscivano si scontravano, lavorando friggevano l’aria, ognuno correva di qua e di là senza conclusione. Tra loro non riuscivano più neanche a parlare, per comunicare gridavano sempre, aumentando la confusione.

Ogni porta di casa al paese si chiuse, ogni buco finestra s’intasò, ogni pertugio apertura si serrò. La stretta di chiusura aumentò a dismisura.

In questo caos intricato Buio la faceva da padrone, mangiò e mangiò e s’ingrassò fino a debordare verso i prati, i boschi, i campi, il fiume, alla fine colmò tutta la valle.

Una tragedia. Anche le piante ed i fiori morirono. E Mar di Celestina, chiusa in casa a piangere su questa rovina, divenne così triste che si mise a scrivere poesie.

Ne scriveva di tutti i colori: gialle, rosse, azzurre, le soffiava nel vuoto come bolle, le teneva sospese a mezz’aria, le mischiava tra loro e dipingeva la parete del muro.

Scrivendo poesie non pensava, e non pensava di scrivere poesie, ma scrivendo le lacrime seccarono e la tristezza si fece compassione.

In questa confusione almeno una persona era felice. Lei. L’ineffabile Strega Gallina sguazzava nera nella melma nera di una pozzanghera nera in cortile. Sbatteva le ali senza volare, solo goffi balzi dalla pozzanghera alla staccionata del cancello di casa Celestina. E starnazzava ovviamente, perché così facendo credeva di dominare la confusione. Con la testa piegata, tendendo l’occhio destro, spiava  dalla finestra Mar di Celestina per scoprire cosa stesse scrivendo, ma Mar di Celestina, almeno questo, a qualunque prezzo non l’avrebbe permesso. E nascondeva le poesie strette strette in uno spazio bugigattolo segreto. La Strega Gallina allora girava la testa dall’altro lato, piegava il collo, guardava con l’occhio fisso sinistro e poi saltava.

Questo stato di cose non poteva durare, ne andava della sopravvivenza del paese, se ne rese conto anche il conte Abelardo Picansasso dal suo castello in cima alla collina. Stanco di brancolare, il conte decise d’intervenire, mandò al paese la pattuglia speciale dei Succhiabuio, istruiti a dovere affinché, usando le torce elettriche, non guardassero in faccia nessuno.

I Succhiabuio si misero all’opera e con macchine, raspe, spazzole e ramazze ripulirono ogni incavo e angolino.

Al paese tornò a splendere un sole blando, lontano, tiepidino, ma, anche se poco, ai paesani, dopo anni d’oscurità, già bastava. I compagni di gioco di Mar di Celestina uscirono fuori con la bocca spalancata, affamati di luce e di giochi. Ridevano, correvano, tornarono a giocare, ma ben presto s’accorsero che Mar di Celestina non era tra loro. Preoccupati andarono a cercarla.

Arrivarono alla sua casa e bussarono, ma nessuno rispondeva. Bussarono ancora. Silenzio. Poi sentirono che qualcuno a passi lenti s’avvicinava, la porta s’aprì, nel riquadro dello stipite comparvero due vecchietti curvi e stanchi. Erano i signori Celestina, i genitori di Mar di Celestina, invecchiati di cent’anni. Dissero ai ragazzi: “Ci dispiace,  non sappiamo  dove sia andata la nostra bambina” Raccontarono solo che scriveva e scriveva e ad un certo punto non l’avevano più vista. Era sparita come inghiottita dal buio.

I ragazzi la cercarono in ogni angolo della casa, del giardino, del paese ma niente, nessuna traccia di Mar di Celestina.

Loro non sapevano che Mar di Celestina s’era nascosta nel bugigattolo. Aveva chiuso la porta e s’era addormentata. Tra le braccia un fascio di fogli. Sui fogli tutte le poesie.

Quando finalmente capirono genitori ed amici corsero al nascondiglio e dietro la porta chiamarono a gran voce: “Mar di Celestina apri! Esci! E’ tutto finito, vieni fuori” Ma dal bugigattolo neanche un alito. Mar di Celestina dormiva, neanche li sentiva.

A spallate i ragazzi più robusti buttarono giù la porta e ansimanti entrarono nello stanzino. Dentro un deserto di vuoto. Nessuna traccia d’anima viva, né dei fogli, né della bambina. Al loro posto sul pavimento vetro in frantumi in una pozza d’argento. 

 

 

Alivento


Postato il 01:44, 1/12/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Perchè Dio

 

 

 

Perchè Dio esista un pò di più
- malgrado se stesso - i poeti
custodiscono il centro della terra.
Perchè sia sempre a portata di mano
la quantità di Dio
che ciascuno nega quotidianamente
e possano essere infine atei
gli uomini , le nubi, le stelle,
i poeti in veglia fino a notte fonda
si aggrappano a vecchi quaderni.


Sono poche le luci accese
che tremolano in quest'ora
                          all'aperto,
sono poche, ma quanto resistono
per inventare la quantità di Dio
che ciascuno chiede in sogno.

 

 

Eugenio Montejo

 


Postato il 11:35, 1/10/2009
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Luis Mizon

 

 

Ogni pietra degna di questo nome
porta la luce in sè

 

la luce fabbrica un occhio
là dove non c'è niente
l'occhio morde il niente
e il niente grida

 

patina di silenzio
farina di lacrime
la pietra abitata dal grido
scopre il cuore della scintilla
in mezzo alla sua pazienza

 

a calci  a  morsi
fuori   dentro
là dove non c'è niente
c'è qualcosa che brilla

 

grani di bellezza
macchie di rossore
rughe del primo cielo
carezze
del primo sorriso
del neonato
nel forno d'un leone dorato
farò un pane di grida
e un pane di risa
perchè non amo che i sogni
che si possono dividere

 


                    VI

Il nostro segreto è la sorpresa
del sale nella bocca
il gusto dell'incendio
il cammino che traccia nel cielo
il cervo volante
la carezza del cocomero innamorato

 

io lecco il pizzo arrugginito
d'una medusa
bacio la bocca del silenzio

 

l'orizzone protetto del colibrì
parola e soffio addomesticato
lui si nutre nella mia mano
becca piccole parole spezzate
nel minuscolo giardino del mare

 

il grido del gabbiano si trasforma
in punto interrogativo

 

in mezzo al mio silenzio
un mormorio è venuto a cercarmi
mi aspetta sulla spiaggia
m'aspetta anche sulla montagna blu
come la genealogia della luce
o un amico seduto vicino al mare
davanti ad un bicchiere d'acquavite

 

 

Luis Mizon

traduzione dal francese di Blumy

da La maison du souffle


Postato il 08:49, 1/8/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

le trottole

 

 

le trottole nella mia testa
hanno ripreso a vorticare
ancora sono fiorenti i lampioni
nel mattino dopo la notte
di plenilunio. ho dormito
oltre il tempo e mia
lode è il sogno con
rabbia. dalle croci delle vette
lungo le finestre abbaglianti
delle fattorie più alte
la luce solare che brucia la neve
scala lentamente
la conca di valle
ancora fioriscono
i lampioni le trottole
nella mia testa
hanno ripreso a vorticare

 

 

Norbert C. Kaser

 


Postato il 05:15, 1/8/2009
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Lei, dopo

 

 

 

  

La bambina ha un filo di memoria,

un ragno che le cammina sulla testa,

una partitura bianca

e le orecchie vuote se non fosse

per quel ronzio  di api e calabroni, 

e il nulla dentro gli occhi.

 

Se le domandi schiude appena le labbra

e parla di un paese lontano,

d’una valle dove l’erba era uno scivolo

e il cielo alto color cielo.

Improvvisamente tace

(non ha altri ricordi)

e,  se non fosse per quegli occhi così vivi

 

e carichi di nulla,

la diresti felice. O lontana.

Invece è qui, con la sua testolina nuda,

un gomitolo di dolore,  

che non sa più raccontare.

 

 

Blumy

 


Postato il 01:06, 12/29/2008
Commenti (3) | Scrivi Commento | Link

L'eredità di Caino


Postato il 08:43, 12/19/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Prima che l'inverno giunga

 

Prima che l'inverno giunga
e riduca gli alberi in croci, o le gru
oltrepassino rare il resto dei vigneti,
fa che io possa prestarti fino in fondo
la mia gola.

 

    Prima che mi vuoti,
fa che il mio sangue si trasformi
in un rogo di pampini appassiti,
in un ritrovo
d'uccelli perduti sotto il tiro
di chi, risalendo la collina,
guardingo li cattura e in mille occhi
li mostra appesi alla cintura.


 

Luigi Manzi


Postato il 07:31, 12/18/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

La terra

 

 

Le colline dell'estate tardiva sono verdi.

Il cielo azzurro. Il paesaggio è percorso

dagli effluvi del giorno,dell'oscurità, dell'ombra luminosa.

 

Nei campi, i corpi chini delle donne che cercano pietre. Il suolo fangoso della terra rossa si copre con il soffio della sera d'autunno, aspettando di riposarsi.

 

I contadini hanno finito la loro giornata con il latte

e la preghiera. E' colto, dissotterrato, resta una radura.

Nel campanile trema la silhouette del mondo. L'Onnnipotente da' e riprende.

 

Vorrei averti tra le mie dita, in fondo ai miei stivali,dappertutto sul corpo. Vorrei averti nella bocca, nella gola, nei polmoni, una pienezza di te, tutta rossa,

 

che ti cullerai per tornare bambina ,

prima che arrivi e lo divenga,

per tornare tra le mura dell'antica casa, prima che sia scritto:

 

come copri gli occhi e offri la cecità, come io ti porto verso una vallata, bianca di nubi,

e ti colgo come l'uva folle dei silenzi. Tu che sei

 

delimitata dalle pietre, ma illimitata in realtà.

Profonda fino all'acqua, ma in realtà più profonda, impregnata della lava che in realtà è un diamante.

 

Copri la pianura, copri il paese, metti il coperto per la tavola, metti gli uomini a letto. Che si addormentino in una notte piena di cure. Che siano pronti; pronti per la pace, per la preghiera, la gratitudine.

 

Perchè per me sei la disperazione e una consolazione segreta.

 

E io sono per te colui che sta per seccare nei seccatoi del fieno , colui che fermenta e che si travasa in vino. Sono il cedro in piena trasformazione. Sono io che divento invulnerabile .

 

E so che rientrerò e vorrò restare. Là dove non ho utensili, dove sono impotente e straniero,

ma dove tu combatti per me, mentre mi lascio lavare dalla pioggia.

 

Tu mi inviti a tacere  e ti accordi con la foresta in quel momento, come e dove io cambierò i contorni da cui sono sigillato, cosicchè nessuno mi riconosca più.

 

 

Primoz Cucnik

 

Traduzione dallo sloveno al francese di

Barbara Pogacnik.

traduzione dal francese di Blumy

 

Primoz Cucnik, poeta, traduttore e critico, è nato a Ljubljana nel 1971, ha studiato filosofia, psicologia e sociologia della cultura all'Università di Ljubljana. Le sue poesie  sono apparse in alcune riviste letterarie in Slovenia e all’estero. La sua prima raccolta di poesie, Due inverni, è stata pubblicata nel 1999 e ha ricevuto il premio come Prima raccolta. Ha tradotto dal polacco ed è co-editore della rivista letteraria Letteratura. Il suo secondo libro è Ritmo nelle mani (2002). (trad. dall'inglese di Blumy)

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Postato il 10:39, 12/13/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

VII

 

 

Il tuo seno mi riempie giusto il cavo della mano

oggi ho le dita tagliate e piene di schegge di legno
e c’è un complimento che mi spaventa
e non posso dirti: il tuo corpo ha
la forma del mio dolore

 

 

Francesco Tomada

poesia inserita il 9.12.2008 su VDBD (silloge da Ogni cosa ha il suo nome)


Postato il 09:36, 12/10/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Sognando la religione

 

Signore
non credo non credo
eppure sono qui
davanti inginocchiato
Ah se sapessi
mi piacciono le contraddizioni
per poter restare me stesso
Sono uno stupido
non occorre che te lo dica
il meno riuscito
dei tuoi figli
Sono brutto sono un fallito
eppure non ho nulla da chiederti,
non voglio miracoli per me,
mi accontento che il sole
mi dica buongiorno.
Signore, non sono qui
per fare la ruota come un pavone
ma neanche per battermi il petto
domandando perdono.
Io sono solo un bambino
che piange e arranca e fatica.
Io muoio su una croce diversa
mordendo i chiodi
e spingendo i piedi
verso il basso a sentire
l’erba che cresce.

 

 

Federico Tavan


Postato il 01:30, 12/9/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Arnoldo Foà legge Neruda

 

 


Postato il 12:33, 12/5/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Due maschere

 

due maschere
dentro due maschere
giapponesi perduti
ci dissolviamo puoi capire
per calli e ci diamo la mano
e per ponti che il grigio
avvolge Venezia unico
splendido per sorrisi
sommersi andiamo
che senso ha
senza toccarci
questo carnevale
cercare la risata
dove si offre il sorriso
appena ti fai ingoiare
dall'esigua onda lagunare
io ancora dentro al cantiere
costruisco impossibili
azzurri grattacieli
di giorno
nelle tue mani crollano

 

 

Antonietta dell'Arte

 

da "Lettera" - 1989


Postato il 01:39, 11/29/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Novembre

parkeharrison di favoriet

 

Niente è come prima.

Gli inverni attraversano la casa

in mezzo a un silenzio di nuvole

- hanno trasalimenti perfino i vecchi muri -

 

Fuori hanno divelto i grandi pini,

aperto la terra che li conteneva,

i nuovi alberi puntano a fatica verso il cielo

dimessi e scarni da sembrare finti.

 

Ma è il cuore che si è fatto piccolo,

che sta all’addiaccio dentro il corpo,

come chi non ha nessuno che lo curi

e dorme solo, sopra una panchina.

 

 

Blumy


Postato il 01:17, 11/26/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Alchimia

 

Oramai ero solo inchiostro, penna stilografica.
I miei capelli davano un rumore secco, come di carta.
I giorni frantumavano il loro guscio
in minuti calcinacci bianchi.
Lo scoiattolo non mi guardava più,
le foglie m’avevano nascosto il loro viso,
avevo dimenticato come freme una stella
e l’intima carezza della nebbia.

 

Ma il tuo sguardo mi ha scoperta e avvolta
col suo verde, col suo grigio profondo.
Brucia d’oro la polvere spenta
come per un’antica alchimia.

 

Tutte le cose sono in me e in tutte io sono,
sono nello scoiattolo, nella foglia, nella stella.
Mi sento una statua di sale come la moglie di Lot,
mi ero riconciliata con la neve…

 

Ma il tuo sguardo m’ha scoperta e avvolta
col suo verde, col suo grigio profondo.
Lacrime di sale dalla statua stillano
e marzo nelle lacrime rinasce.


Maria Banus

 

poesia tratta dall'articolo di Sandra Palombo nel  2° numero della rivista quadrimestrale Viadellebelledonne :  http://nuke.viadellebelledonne.it/Portals/0/vdbd-novembre2008.pdf


Postato il 11:20, 11/24/2008
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

V

Jacek_Yerka_zima

 

Esco,
sogno di uscire nella notte di neve.
Sogno di portare
con me, lontano, fuori, senza ritorno,
lo specchio della camera in alto, quello delle estati
di una volta, la barca sulla prua della quale, semplici,
andavamo, ci interrogavamo, nel sonno
di estati che furono brevi come la vita.

 

A quel tempo
era attraverso il cielo che splendeva nella sua acqua
che i magi dei nostri sonni, ritirandosi,
spargevano i loro tesori nella stanza buia.

 

 

Yves Bonnefoy


Postato il 01:13, 11/21/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Charlie Chaplin

 

 

 


Postato il 12:35, 11/14/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Bufera

 

 

mi sono svegliata nel mio letto di temporale, scrosciavano le piogge,

l’aria il vento mi trascinava via come un ramo divelto in mezzo al fango

non avevo più bocca per gridare -non ho più bocca, non ho più parole-

                  (bolle mute di un pesce nell’acquario)

e poi dentro la bufera ho perso tutto, scarpe libri i miei rossetti le chiavi doppie,

                          .la bussola del vero.

dentro una marea di mota  cose perdute vengono portate via lontano

fino a scomparire,  o vanno in fondo.

 

era questo? questo avevo pensato, costruito piano nella testa, con le mani

con la bocca  con le gambe che adesso sono legno, quasi inerti,

per un po’ galleggiano, mi consentono di non andare a fondo.

non c’è luna, non una candela, una piccola luce, un miraggio lontano

una finestra accesa come un faro.

son le ossa che dolgono, sono le mie mani che tremano,

o non sono piuttosto, io, un sogno dentro il sogno?

ero già morta, affogata dal buio, e non me n’ero accorta?

 

 

Blumy


Postato il 08:45, 11/12/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Nudità

 

 

Di colpo mio padre ha tirato su la camiciola d’ospedale.
Ho girato la testa ma lui ha urlato il mio nomignolo:
Shar!, così mi sono voltata e ho guardato.
Stava seduto sul suo letto d’ospedale rialzato a manovella,
la camiciola sollevata intorno al collo,
per mostrarmi tutto il peso che aveva perso. Ho guardato
dove una volta c’era il suo stomaco solido e possente
e ho visto le pieghe delle pelle
cadere verso il basso del suo addome,
dentro una pozza di increspature soffici e pelose,
il torso ossuto di un colosso
che presto morirà. Ho subito notato
quanto i suoi fianchi fossero simili ai miei,
i lunghi angoli bianchi, e poi
come la sua pelvi sia fatta come quella di mia figlia,
l’interno di un guscio svuotato dal mollusco,
ho visto le pieghe della pelle
come un qualcosa versato, un burro denso, ho visto
il sorriso desolato, gli occhi rivolti al cielo, mentre
mi mostra quel suo vecchio corpo, sa
di suscitare il mio interesse, sa che lo troverò
affascinante. Se qualcuno mi avesse detto che mi sarei seduta
accanto a lui, e che avrebbe sollevato la camiciola d’ospedale e avrei guardato
il suo corpo nudo, il grosso
bocciolo del glande, il sesso
in mezzo a tutto quel pelo, che lo avrei guardato
con affetto, e imbarazzata meraviglia,
non lo avrei mai creduto. Ma ora posso ancora
vedere i piccoli fiocchi di neve, bianchi
e blu come la notte, sul cotone della camiciola,
che si solleva come ci fu promesso il mistero si solleverà alla nostra morte
il velo cadrà dai nostri occhi e tutto ci sarà rivelato.

 

 

 

Sharon Olds, trad. di Viola Amarelli


Postato il 09:00, 11/8/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Immagine

 

che strano tratto paradisiaco è
o il contrariole ali della farfalla, nell’eliso
nel giallo cristallizzatosopra i prati
giacciono pesantemente gettati
pelli di scarpa dalla terra grassa
un dito del piede
uscito dal nero della carta
una scarpetta da ballo, un dito
dalla terra
e lo splendore dei cerchi nel solco
da cappotti scuri, l’umido della lana
sudario
abbracciati con le bocche sul terriccio e su di loro
piene di terra e il rosso
sulla strada tra boschi, campi e gridi acuti
d’allarme degli uccelli
si giace fuori sui prati nella scura radice dei campi
del mondo

 

 

Katarina Frostenson

 


Postato il 08:32, 11/4/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Lunedì

 

Dunque, che abbiamo avuto?
Il dolce odore dell’ontano,
il sole arancione, dipinto, che si svela all’improvviso
nella prima raffica di luce
quando si taglia un caco per il largo,
un azzurro mattutino dei
fiori di cicoria,
il campo intero,
un grappolo di chioccioline
su uno stelo di scilla
e poi c’è stata anche la parola “cutrettola”.
Che altro poi?
Un requiem di cicale,
pecore rosa sul declivio del cielo,
e la tenera, baciata peluria
sotto l’orecchio del gatto
ed è, direi,
tutto quello che abbiamo avuto oggi.


 

Agi Mishol


Postato il 08:54, 11/1/2008
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Ouverture

Berlin

 

Quando si spense la lucerna, era forse un segno, sotto
venne a mancare. Era lo specchio a cui ero abituato,
non potei guardare. Era l'ora, non potei misurarla.
Non potei vedere intorno: le mura cieche, il deserto
che era sceso sulla città, il candido silenzio che dal gior_
no separava la notte. Nel serbatoio in cui mi ero ritira_
to credetti di non poter ritornare. Ne ne sarei andato
attraversando il vuoto dentro me. Il sonno m'ha vinto.
Qualche Ouverture per un'Opera, dopo essere entrato
nel sogno, prima di uscirne, il tempo è un filo a piom_
bo, scritto verso due estremità.


 

Enis Batur


Postato il 09:47, 10/29/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

L'amico che dorme

 

Che diremo stanotte all'amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce.

Guarderemo l'amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla.
Parleremo sommesso.

La notte avrà il volto dell'antico dolore
che riemerge ogni sera, impassibile e vivo.

Il remoto silenzio soffrirà come un'anima,
muto nel buio.

Parleremo alla notte che fiata, sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio, al di là delle cose,
nell'ansia dell'alba che verrà d'improvviso
incidendo le cose contro il morto silenzio.

L'inutile luce svelerà il volto assorto del giorno.
Gli istanti taceranno e le cose parleranno sommesso

 

 

Cesare Pavese


Postato il 12:57, 10/27/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

La giusta distanza

 

quando il Cinema italiano raggiunge ottimi livelli

 


Postato il 01:29, 10/23/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Il cane sordo

 

 

Sordo per il gran vento
che nel castello vola e grida
è divenuto il cane.

Sopra gli spalti - in lago
protesi - corre,
senza sussulti:
né il muschio sulle pietre
a grande altezza lo insidia,
né un tegolo rimosso.

Tanto chiusa e intera
è in lui la forza
da che non ha nome
più per nessuno
e va per una sua
segreta linea
libero.

Antonia Pozzi


Postato il 06:00, 10/21/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Igloo

 

A mio padre Stevan

 

 

 

Una lettera. Da un vecchio libro
è caduta. Le tue parole
inesauribili. Dicono che stai per arrivare.


Ed ecco apro
le finestre. Le strade degli anni
spazzo dalle foglie.


Sono trascinati dal peso del desiderio.
Da un cavallo cieco. Con la pioggia
nel cuore. Conoscendo la via.


Perché sono figlia del tuo occhio.
Mi vedi in ogni distanza.
Sto crescendo. Sempre figlia.


Io igloo. Capanna sotterranea
di neve. Stanzetta
di rose congelate.


Dove l’abbraccio
di ciò che è esistito e consunto
è possibile. E caldo.


E il dolore così tante volte
più grande di me
senza firma
in ognuno sta.


Supera il tempo.
E non ha mai fine.

 

 

Tanja Kragujvic

 

 


Postato il 04:36, 10/18/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Torno alla notte

 

 

D'improvviso torno

alla notte
con le mie scarpe d’acqua.


Mi spoglio
nel lento
esercizio delle mie mani
e cerco
solamente
un oggetto mio,
una piccola barca,
una cometa,
un circo di cose inventate,
figure quotidiane,
tue e mie,
che amo.


Ma so
che d’improvviso
mi ritrovo inaccessibile
e torno a essere silenzio
e fiamma oscura,
dove la mia barca
fugge dalla tua riva.


 

Mia Gallegos


 


Postato il 11:37, 10/16/2008
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

magic fall

 

by Joshua Bell


Postato il 01:54, 10/14/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Corrente


 

Hai l’incanto d’un fiume
sotto cieli tranquilli.
Ci sono cose imperfette
ma vi si stende una musica.

E dice che per letto
di tenebre si spinge la corrente
a che smagliante mare
che increspa la mia mente.

 

 

William Carlos Williams


Postato il 05:28, 10/9/2008 in Blumy
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Le onde - Ludovico Einaudi

un regalo per me

 


Postato il 05:36, 10/8/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

da Marmo

 

 

Il corpo sta alla terra come il cuore all’addio
bestie intrecciate che si appartengono per destino
nonostante la lotta.
Prima si perde il sonno, poi i capelli, poi
tante parole fino a io, quella che tiene tutto.
Dopo dilaga l’urlo che stava quieto per educazione,
si rende l’anima al cielo da cui cadde - sei animale,
sei pronto.
C’è un ordine, in ogni morire, che conquista.

Di che cosa ragiono? più di nulla,
prevedo i temporali,
lascio che l’autunno mi riguardi, resto fuori,
faccio equazioni fino all’alba
tra un’aquila e uno specchio, scommetto
di tramutare
un sasso nel sasso di sempre
sotto gli occhi degli altri,
che ogni cosa sia la cosa stessa se la guardo.
Sento che è poco,
voglio che sia meno.
Sognare un ago immenso che cuce inutilmente il cielo.

 

 

Silvia Bre


Postato il 12:56, 10/7/2008
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Da Il libro delle cadute

 

Seduto nell’autunno di questa spiaggia quasi deserta
sto contando i granelli di sabbia
intorno, e sono tutti granelli
di sabbia nei quali sta fusa
una lava
sempre più fredda. Le mani
nella terra, il pensiero nelle nuvole
che si perdono
al sapore del vento. Sempre più freddo.
Lo stesso che agita
i miei capelli bianchi.

 

 

Casimiro De Brito


Postato il 05:20, 10/6/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

La morte del cigno


Postato il 05:53, 10/2/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Yara

 

 

«Non avvicinatevi al fiume
quando il sole tramonta
non avvicinatevi al fiume
perché c'è Yara che vi invita
coi capelli verdi colore delle pietre miraquitãs».

 

L'oro del fiume li bagnava di luce
- «State attenti, figli miei - diceva la vecchia india -
vi trascina all'incontro col suo canto e la sua magia
il suo canto che non finisce mai
e i suoi occhi e i suoi capelli
fanno parte del suo canto
State attenti figli miei, se Yara vi chiama,
perché Yara è fuoco dentro l'acqua,
è luna,
è un canto che non finisce,
guardatevi da Yara quando vi chiama per nome
sono abissi
evocazioni per le quali non si è mai preparati
guardatevi da Yara quando vi chiama per nome
il ritmo del suo cantare produce ondulazioni
che modificano l'aria
portano tempeste da luoghi sconosciuti,
da mari sconosciuti,
evocazioni,
non avvicinatevi al fiume
quando il sole tramonta
Guanumbì, ascolta bene
io sono vecchia, così vecchia
che già non si contano
le lune della mia età.»

 

«Ma gli dei dissero:
"Avrai un nipote e bello quanto un giaguaro
e vibrerà l'arco e la freccia
con la rapidità e l'effetto del fulmine
le tribù lo chiameranno 'figlio del fuoco e del sole:
Guanumbí.
Ma tutta la sua energia sparirà
quando vedrà Yara
non lasciatelo, quando arriverà all'adolescenza,
vicino alle acque profonde del fiume-mare."»
Gli uccelli cessano di cantare
e sorge Yara alla superficie dell'acqua:
Guanumbí affascinato guarda profondamente
questa visione
«- Attenti, figli miei, non avvicinatevi al fiume-mare
non avvicinatevi al fiume quando il sole tramonta
che Yara vi invita.»
E Guanumbí, affascinato, continua a guardare la visione
e vede quella figura che emerge
i capelli di Yara arrivano al fondo delle acque
e là si radicano
Yací prova ad aiutare Guanumbí:
- «Guanumbí, torna da me, è Yara
che ti invita, Guanumbí».
Le braccia di Guanumbí si lasciano
trasportare leggere come il vento
i capelli di Yara, ora vermigli
ora verde intenso,
confondendosi in tutti i colori
capelli nuvole dentro l'acqua chiamando
ondulati e ondulanti come il suo canto
due gocce brillanti i suoi occhi si espandono.
Guanumbí sente dentro l'ultimo calore del sole
e sente il freddo del profondo delle acque: Yara
il suo corpo era una foglia
cadendo soavemente nelle braccia di Yara
allucinato si immerge negli abissi
visione di Yara.
Mai Guanumbí,
mai potrai sapere chi è Yara:
I suoi capelli verdi di alghe
e il suo corpo scuro, fatto di ombre,
si illuminano quando il sole tramonta.
Guanumbí amava Yací
il suo affetto gli dava sicurezza
e partirono risoluti pensando che
il loro amore era più forte di Yara
e dimenticò quello che aveva detto la vecchia india
- «Non ho timore di niente vicino a te, Yací»
con le mani unite e assorte
per la magia dei suoi occhi innamorati
sfida Yara e la profezia.
La luce appare e scompare nel fondo delle acque
l'odore dei frutti è più intenso quando arriva la notte
gli animali cominciano ad azzittirsi
e dalle acque emerge un canto.

- «Attenti quando Yara vi chiama per nome
sono abissi»
- chi diceva questo era una vecchia india
così vecchia
che già non si contavano
le lune della sua età.


Márcia Theóphilo


Postato il 05:45, 9/26/2008
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Soundtrack dal film Ladies in lavender

by  Joshua  Bell

 

 


Postato il 12:56, 9/24/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

174

 

un uomo va nel suo corpo e
all'improvviso cade
in uno stagno rosso - una
ragazza. La mano
sta nel posto del cuore, la notte
vacilla. Un uomo crollato
perchè la borsa del tempo non smette
di cadere. Porto sulla retina la triste immagine
di una ragazza che si muove lentamente
con una gonna rossa. O  è una
ferita? Triste come il dolore d'argento
ormai convertito in cenere. Soltanto
una ragazza
di cui ho peso il volto ma non ho perso la fiamma
della gonna rossa. Al poeta che ruba
cristalli del giorno e il piacere nascosto che nel sangue
dei piccoli crimini brilla
il tempo non perdona, il fossile fluttua
nella ferita. E lei che è stata ragazza
è adesso solo una gonna di luce, un colore
sulla retina. Per il momento non so
più alcuna verità - ho dormito con lei e lei
non sa che ha dormito con me. Poi ho dimenticato.
La dimenticanza è una barca molto alta,
un albero di fico stanco
al quale sto appoggiato. Sarà che sono ormai invecchiato?
Chissà che io non possa cadere
in un altro stagno rosso.


Casimiro De Brito 


Postato il 11:56, 9/23/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Stone

 

Lascia che altri si facciano colomba
o digrignino i denti come tigri.
Mi basta essere un sasso.
All’esterno è un enigma:
nessuno sa come rispondere.
Ma fresco e quiete dev’esserci all’interno.
Anche se una mucca lo calca col suo peso,
anche se un bambino lo getta dentro un fiume;
il sasso affonda, lento, imperturbato,
fino al fondo,
dove i pesci bussano alla sua soglia
e vengono a origliare.
Ho visto scintille schizzar via
quando due sassi sono strofinati
forse là dentro non fa così buio;
forse c’è una luna che brilla
da chissà dove, spuntando magari dietro un colle,
un chiarore appena sufficiente a decifrare
quelle strane scritte, mappe stellari
sui muri interiori.

 

Charles Simic


Postato il 12:06, 9/19/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Una liturgia



A mia madre
I.
Il tuo sorriso è una riga sul foglio
a quadretti dell’infanzia e si spalanca
la richiesta  - vieni domani?- verrò
come la pioggia che si annuncia nell’odore
del cielo, ma la terra l’aspetta per lavare
il secco che la taglia al centro.
La pioggia altera la combinazione,
gli atomi si lanciano dentro la tua gola
in cerca del mio abbraccio e la pazienza
lo coltiva dietro la spalla di donna,
dentro il tuo cuore che invecchia
e sale di corsa alla cima
- ti prenderò in tempo per il nostro girotondo?-

 II.
Ti stringi i giorni alle caviglie, tocchi
la ferita dove il camion ti ha schiantato
ai fianchi, dove la polio ti ha preso
la corsa e ha dettato la sua legge nell’osso 
troppo bianco per vincere.
Non smetti di sognare i campi d’acqua
a est della casa - una fattoria con le stanze
per il cibo a piano terra - sopra dove
si dormiva insieme per non scordare il giallo
dentro i primi anni, i primi aerei di una guerra.
E’ stata corta la tua infanzia di geloni
e una primavera senza le calze non bastava
a tenere la morte lontana - il fronte un buco
nel camino - e svanivano tutti i racconti.

III.
Sono nata quando il destino ti voleva
ripiegata, come una storia che nessuno
vuole portare con sé. Ero il gelso nel cortile,
tu una radura dietro il campo e una
gran voglia di scappare.
La strada del gallaratese passa ancora
tra i fossi, slitta oltre il cemento delle case
cresciute di fretta nel Settanta, come un albero
nel bianco d’autunno. Adesso mi dici
- la domenica è il giorno più lungo
dentro la testa - lo so, si fa fatica
quando le ore sono un conto che
si tira dritto tra la sedia e un’altra. 

IV.
La porta di casa adesso è solo una linea
nel perimetro - soglia non più aperta -
e il tempo coltiva la sua liturgia,
ordine esatto tra quaggiù e il cielo.
Dentro lo spazio non è metri e angoli,
ma una piega dove ti siedi la mattina e resti.
La stanza, un salto a occhi chiusi
- c’è sempre un altro gesto da fare - 
ma non lo conosci, sei ancora la bambina
dell’incanto, i piedi insicuri nel disegno.
Nella notte ti fai tenace, come il gufo
sgomento della brevità dei sogni.
Le ore stanno chiuse nel fazzoletto
e non cresce più l’infanzia nemmeno
nei ricordi. Nemmeno se la chiamo per nome.
Lavori a maglia, cuci la colpa alla tua gioia
e punti l’ago dritto nelle mie tasche.
Io siedo ostinata a far girare il mondo
dove crescevano le rose
della nostra promessa.

Gabriela Fantato


Postato il 01:08, 9/17/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Dentro di me c'è un falco

 

Dentro di me c'è un falco
che spruzza il cielo di sangue
Specchio contro specchio: l'infinito è così largo
come la lama di una spada
e mi lascio consumare mentre le nubi passano
trascinando animali, esseri annegati, uccelli di un diavolo
che ride voltando la schiena
a me e alla mia terra, alla mia terra natale
che con la sua luce mi divora

Le costellazioni sono mosse dal vento
dall'acqua di molti cieli
e da un urlo, nero e trasparente
come l'intensa bellezza che non conosco:
perdo la vita e mi allontano e nelle mie mani cade il deserto
e le sue notti, e la Luna che tanto ricordo:
'Ho consumato la mia vita aspettando te'


 

Santiago Mutis Durán


Postato il 01:58, 9/16/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

L'uomo dal fiore in bocca

Vittorio Gassmann interpreta Pirandello

 


Postato il 04:39, 9/14/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Teresa

Me lo ricordano spesso
che devo andarmene, come se io volessi
per forza restare appesa o inchiodata
a questo letto dove non arrivano
i voli delle rondini dove l'eco
dei vulcani è nel fondo delle mie orecchie.
Me ne andrò, ma tanto, lo sai,
un po' di me è entrato
nella terra attraverso i tubi
del cesso e attraverso le nuvole
alle quali ho prestato
i miei capezzoli per abbeverarsi
prima di sciogliersi in pioggia.
Non possono più cancellarmi
fare a meno di me, qualcosa
è entrato nel circuito eternamente,
sono furba, io.

 

 

Dante Maffia


Postato il 12:52, 9/13/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Nascite imperfette

 

Nella fessura del presente
restiamo appesi a un ricordo.
Dentro la testa  un mare,
senza data e il nome


resta la ninna nanna
di mia madre nel bianco,
come fosse una notte senza luna


E’ stretta la mattina dove si perde,
dove è più scuro il giorno
sopra le pagine
e la fuga nella pelle.


resta il segno nella mano
di mio padre,
la nostalgia, un balzo senza fine

 

 

Gabriela Fantato


Postato il 12:27, 9/13/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

La strada (One way)

 

Lured di Colour Void

 

La porta s’apre su un sentiero sconnesso, arido, disseminato di sassi appuntiti su cui piove una  bava di luna malata.  Non ci sono cartelli indicatori, ma sembrerebbe, a guardarlo, affossarsi in un inferno di tenebre e solitudine.

Un vento invisibile ha chiuso la porta, sbattendola, dunque non c’è possibilità di ritorno.  Sola andata. Verso questo nulla gelido e tenebroso in cui il respiro fatica a trovare il suo ritmo normale e si fa affanno, cedimento.

Le mani lungo il corpo sono due ombre chiare con vita propria e mostrano i rigagnoli viola delle vene , la contrattura delle dita.

L’acqua è una visione lontana, un desiderio appeso ai rami scarnificati dei pochi alberi, tra un lato e l’altro della strada.  La gola, le labbra bruciano d’arsura.

C’è un miraggio di colline lontane, nel buio, e non si sente altro che il calpestio leggero dei passi.

 

 

Blumy


Postato il 12:12, 9/12/2008
Commenti (4) | Scrivi Commento | Link

Qualcosa

 

Sagome vacillano sulla linea

del bagnasciuga, adesso le ombre

si accorciano sotto il sole

a perpendicolo, gesti

impercettibili in una spiaggia

in piena luce. C'era l'attesa

di qualcosa che le potesse

definire, attendevano un

compimento, come sottrarre

un granello di sabbia e poi

un vento leggero riga la sabbia

che si alza come un velo sui corpi

e li accudisce nel principio

di ogni fine. Forse

non sarà mai come adesso, queste

mani che si stringono sono

una volta e per sempre: chiederanno

un'apertura, qualcosa che giunga

in riva ai piedi, atteso da sempre

e inaspettato, l'eco di ogni luce, raccogliere

gusci portati dalla risacca,

come un incontro, niente

era previsto, tutto avviene

in una distrazione. Poi ci sono

attimi in cui anche nel marcire

c'è qualcosa

che aprendosi sboccia

inavvertito, questi denti che affondano

lentissimi nella polpa

di un riccio di mare e giungono vicini

…eppure qualcosa sfugge

a due passi da un dono.

 

 

 Francesco Filia

 

 


Postato il 05:05, 9/8/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

La scure nel nocchio

 

Padre, è tempo d'incontrarci nella veglia.

Tu fatto interamente di ricordi. Io...

 

Mi riconoscerai facilmente.

Ho i tuoi occhi, il tuo mento, il tuo destino

inciso nella pelle.

 

Padre, è tempo di riconoscere l'esistenza

della scure conficcata nel nocchio.

 

Non ti chiedo un miracolo.

Non ti prego di estrarre la lama.

Mi rassegno all'idea che

il nostro focolare resterà freddo per sempre.

 

Ti prego semplicemente di ammettere che

non abbiamo rispettato le leggi della crescita.

 

E accetto la scusa:

faceva freddo,

perciò il manico tra le dita si è messo a tremare.

 

Padre, è tutto ciò che ti chiedo.

 

Lo so, me lo dicevi sempre che

gli uccelli sono solo ospiti degli alberi.

Che il vento agita le foglie solo per sé.

Ma io non riesco a vivere diversamente.

 

Come posso gettare nel fuoco della

memoria la mia agile giovinezza, se in

essa è piantato l'acciaio mai pronunciato?

 

Riconosciamo la sua esistenza, padre.

Affinché la morte sia per te più leggera

e per me la vita meno faticosa.

 

 

Peter Semolic


Postato il 09:36, 9/6/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Not in my name

 

Davanti al direttore di banca mia madre
impugnava la penna e tremante scriveva:
Bernardini Iole.
Io vidi che non c'era firma, ella, aveva, scusandosi
scritto il suo nome, prima cognome e poi nome
come se avesse scritto scarpa, sasso, malva per la sera.
Di là da lei, dal suo tempo educato, si alzavano
firme alate, nomi scritti per non esser visti
nomi scritti per dire arte, individualità, spirito.

Ma io proporrei, se questa marcia di pace volessimo davvero farla
e se volessimo scrivere NOT IN MY NAME ora e sempre,
ecco, io proporrei di scrivere i nostri nomi così come sono,
come se avessimo scritto: mi porti un caffè per favore?
Posso iniziare? O, me lo dai questo bacio, insomma!
Insomma nomi tutti uguali, non privati ma collegiali,
nomi da scambiare come se io stessi scrivendo il tuo nome
e tu quello di mia madre, mentre lei, esitante,
scrive il suo sulla cedola degli investimenti a medio termine.

 

 

Alba Donati


Postato il 12:28, 9/4/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

da Luce del volto

 

L'attesa dell'ombra

 

I
Da quaggiù, da questa terra lontana, dove l’orizzonte è un pensiero che passa. La luna cade sulle nostre figure, sui sentieri tra l’erba o lungo la riva del lago. Siamo in un tempo fermo e perduto, in un grembo antico. Aspettiamo il vento sopra di noi, la vera storia e l’ultima morte…

II

L’acqua trema nel buio. Ci sfiorano i vapori di nuvole basse attorno alle rocce. Cerchiamo tra la polvere e il cielo (e più in là, dove l’universo tace) le immagini di un sogno interrotto.
“C’è una scrittura d’acqua e di pietra”
“L’abita un’anima sconosciuta, orfana e sola. Vive nell’oblio del tempo, nel suo silenzio…”
“E’ qui, in quest’anfiteatro di macerie, di antichi rifugi, di arcate superstiti e templi diroccati…”

 

 

Mauro Germani



Postato il 12:31, 9/2/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

M di padre - Luigi Romolo Carrino


Postato il 01:03, 8/30/2008 in Blumy
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Tracce della vita di Nadja, detta Nadine



(Oil on canvas)

E’ sempre l’ombra che trafigge la luce.
Dolorosa e materna sui bulbi delle viole da gamba.

Orchestre d’archi a sesto acuto eseguivano i suoi seni.

Lei, nuda di bianca pelle e pudica di poco lino
posava in segreto, all’insaputa
dei suoi pittori prediletti.
Viveva come sussistenza
ed intuizione; era contorni
sbiaditi su tele incompiute e desiderio
sottratto alla liquida fertilità delle parole.
Posava per
l’eternità di un solo istante e per
la memoria del sempre.

I capelli come canto terrestre di dolore viandante. Le mani come sonno errante tra neve e respiro.

Voce di foglie in canto.

Stava, monocromatica modella in attesa di nulla,
solo la forma della luce mentre
trafigge l’ombra.

In sogno.

Une dimanche après-midi à l’Ile de la Grande Jatte.

Dell’amore che sparse
non si conservano che pochi fiori.



Andrea Rossetti


Postato il 12:43, 8/29/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Deja vu


Una donna si spoglia nella mia memoria
mentre fuori risplende la città
o piove e fa freddo

Una donna lava i suoi capelli neri con l'acqua della mia infanzia
una distanza va formandosi

La sua pelle è lenta e fresca come il mattino che accarezza
la sua voce si fa lontana

Una donna mi raggiunge
il primo seno scoperto
il primo seno accarezzato

Mentre dentro risplende la memoria


Rodolfo Alonso


Postato il 12:56, 8/26/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Passato, presente, futuro

 

Sono stata : questo lo so bene

(e so di boschi e di cespugli dove inciampava l’anima)

 

Sono: questo lo so bene

(e so di sabbia di deserto, di sete inestinguibile)

 

Sarò: no, di questo non so niente.

(Come se fossi cieca e sorda, come se non sapessi

leggere né scrivere, come se un sipario nero

mi occludesse il susseguirsi delle scene

io sono qui, dentro la mia carne muta,

dentro il ruscello del mio sangue)

 

Come potrò mutare tutto questo,

senza un avviso da lontano,

senza una lettera che mi dica addio?

 

 

Blumy


Postato il 12:22, 8/25/2008
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Fumetto


La bambina apre il baule e una mano le getta la terra negli
     occhi.
Lei dice: che bel paesaggio!
Ora mischia colori,
rimescola i vestiti di zie adornati di giochi di parole.
Illividisce, si mostra angelicata, mangusta che ruota,
      fidanzata cerotto,
si guarda negli specchi che lavorano senza che nessuno li
      osservi.
In quest'ultimo riquadro la bambina si trucca e si strucca,
       appare e scompare.
Chiudo il libro di racconti infantili pensando che la mia
     lingua è questa bambina Sordomuta,
che si prova vestiti nell'ora in cui gli altri dormono.

 

 

Jorge Boccanera


Postato il 04:02, 8/24/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

da [Obbligati dal testo]

 

in fondo che importa, madre,
che tu sia uscita dall'
andare
prima dei miei figli?
a chi importa quel nostro
stupore che anticamente
ci spingeva in avanti
facendoci credere
di venire?

ora di ciascuna parola
resta una piattaforma sull'acqua,
quel galleggiare di rami nell'aria,
una modesta certezza che non tutto
è andato perduto

obbligati dal testo
uscirne fuori infine,
sporgere la testa
di nuovo oltre la fessura,
escogitare un luogo
che ci venga incontro,
porre fine alla parola
andare, e noi, svanendo
a non finire, durare

 

 

Pier Maria Galli


Postato il 12:29, 8/23/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Katarina

 

 

Katarina, una piccola sparita
vita, lievemente diverso
nome dal nome, lievemente
diverso come entri o esci
lievemente come ascolti diversa
da chi ascolta, fatalmente
come parti da chi parte.

 

 

Tomaso Franco


Postato il 01:18, 8/20/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Dissolvenze (3)


 

Quella donna è solo macerie :

s’intravedono attraverso gli occhi trasparenti

limpidissimi, non sono rimaste più che spoglie.

Se ne vanta, con un sorriso tenero e sfrontato

da bambina, le labbra che si torcono

si disfanno lentamente

e lei si dissolve come fosse rugiada

nei colori più tenui dell’arcobaleno.

 

Blumy


Postato il 11:55, 8/19/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Come la luna

 

 

Nel mio levante,

come la luna mi consumo e mi assottiglio

e, come accade quando il mito si fa cielo,

sono la luna nera.

Lenta, con voce impercettibile,

un feto che piano smuove

liquidi caldi rasserenanti,

mi affaccio pigra a una finestra che dà sul mondo

e cresco, nel mio ponente cresco,

bianca, lattiginosa madreperla ,

illumino la notte

e silenziosa rido.

 

 

Blumy


Postato il 06:04, 8/17/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Ballata di Ines

 

Ines è stata ragazza e bambina con riccioli neri

la Persia  e quell’uomo di Urbino che le sta sempre accanto

ormai nonni a volte stanno per mano

lui va a fare la spesa con un taglio alla gola.

Ma Ines si porta fantasmi di plastica dentro la borsa

a volte diventa cattiva (ma lei non lo sa

e pensa che siano gli altri a farle del male)

e siede sdegnosa regina sul bordo del muro.

Lontano è una macchia scura con gesti meccanici

(formica, fatina di legno?) parla e il tempo

le si schianta addosso disfacendole i ricci .

Le ballano attorno fantasmi di agosto,

lei gioca con loro e talvolta uccide qualcuno.

 

 

Blumy


Postato il 12:21, 8/17/2008
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

2

 

Casa nostra era un punto di confine
tra il vuoto e la tempesta
ma una scia di rose
saliva le scale su per la ringhiera
una siepe tra il nulla e l’infinito
come sempre ne ha il cuore.

 

Era una casa come tutte
prigione hotel isola nido
perché le nostre case devono decidere
se diventare nave o tomba
se partire aperte ai venti o concludere
il passato in una fossa di parole
e anche lì un angelo lottava
la vittoria in bilico.

 

 

Gianfranco Lauretano


Postato il 12:36, 8/15/2008
Commenti (1) | Scrivi Commento | Link

Dialogo senza partner

[…] ciò che è non è futuro, ma presente,e

   così, allorché  si dice di vedere il futuro,

 non si vedono le cose ancora  inesistenti

       cioè future, ma forse le loro cause o

    i segni già esistenti. […] 

 Sant’Agostino, Le Confessioni

 

 

Tu, così irrequieta  perché cercavi il tuo luogo, partivi e ti perdevi spesso, non sapevi, avevi solo un sentore, e quell’impulso, quella tensione ad andare lontano. Ma poi tornavi, tornavi sempre dentro te e ci son voluti quegli incontri continui con la morte, quel parlottio a voce bassa, l’ossigeno sulla bocca e poi sentire freddo, sentire che non c’è confine  tra il dentro e il fuori. Oggi lo sai, oggi che, anche senza guardarti il viso o le mani, lo sai, come lo sapevi prima, ma era lontano, sembrava essere lontano.

Come stai?  Tu zitta, con il cordless che raccoglie l’amarezza e poi tutto chiuso, quasi buio, con quel peso invisibile e tutto tuo, e l’aria , fuori, le strade, ciò che continua ti appartiene sempre meno.  E’ come se fosse cessato il vento, come se la pioggia rimanesse lì, ferma dentro la sua nuvola, come se i fiori l’erba nuova fossero di plastica.

 

Blumy



Postato il 01:05, 7/31/2008
Commenti (2) | Scrivi Commento | Link

Sordomuta

Oggi la sera sopra Ingeniero White è dolce
come mio nonno che mi pettina da bambino.
Le strade che inghiottono le sue parole di polvere,
      ammiccano con timide luci.
Il molo evapora come il mio corpo di sei anni
      infagottato nel cappotto di mio nonno.
E nei miei sogni la tua casa,
           i muri sbucciati della tua casa,
           il profumo dei fiori della tua casa,
           le risate della tua casa
e fuori la tua bicicletta, sulla parete bianca.

Jorge Boccanera



Postato il 12:11, 7/30/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Non ho avuto tempo

Non ho avuto tempo
di guardarti, Dubrovnik,
spero che non sparirai.
Non ho avuto tempo
di guardare i tuoi occhi
e di leggere le tue poesie, Dubrovnik!
Immagino una bellezza severa
un po' grigia
mani passate e dolcezze di anticipi
passatopresenteconvivente,
non ho avuto tempo, Dubrovnik,
ma sono innocente.
Correvo al di là del mio pensiero
inseguendo farfalle e papaveri.
Volevo insegnarti una canzone
tenera.
Non ho avuto tempo, Dubrovnik,
ma non è colpa mia.
Altri uomini ed altre donne cammineranno
sulle tue strade.
Il passo lieve non ti scalfirà,
non un segno, niente pietà.
Le pietre ammucchiate
di grigio resteranno
per chi avrà tempo di riammassarle.
Le nostre fauci ammalate
hanno bevuto troppo.
Quando l'ultima sete
sarà estinta
nulla avrà importanza.
Solo noia ed invidia
sapranno sterminarci.
E tutto questo senza poterti vedere,
Dubrovnik!

 

Lucia Dell'Anno

 


Postato il 11:46, 7/22/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Cadute

Quale strada scegliere che non sia già scelta

che non frani nel buio di un precipizio

dove tutto si perde e si confonde  e le porte

i sogni dell’alba gli alberi dell’infanzia

sono immagini stravolte  confuse,

senza la mano della madre

senza il suo altare nel bosco delle resurrezioni

dove canta l’uccello azzurro della speranza ?

Si spacca l’osso vecchio del sogno

e zoppichiamo cadiamo e  nessuno

nessuno ci raccoglie

 

Blumy


Postato il 11:13, 7/19/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Ora serrata retinae

      Essere matita è segreta ambizione.
      Bruciare sulla carta lentamente
      e nella carta restare
      in altra nuova forma suscitato.
      Diventare così da carne segno,
      da strumento ossatura
      esile del pensiero.
      Ma questa dolce
      eclissi della materia
      non sempre è concessa.
      C’è chi tramonta solo col suo corpo:
      allora più doloroso ne è il distacco.

 

      Valerio Magrelli


Postato il 01:34, 7/17/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Il tango è un pensiero triste che si balla


Postato il 12:05, 7/17/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

E sul deserto

prima condanna: portare
le spoglie di questo pomeriggio, trascinarlo
fuori dal tempo,
seppellirlo dove non ci sia possibilità di fuga.

come quelli che cercano nella bisaccia,
fra serpi, l'alimento dei loro morti,
anch'io offrirò il mio corpo
alle figurazioni della pioggia e del tropico,
anch'io potrò ungere
le cartilagini nulle del suo nome.

e sul deserto
e sulle spoglie di tutto quel
che restò del pomeriggio nel suo impeto
rimane la stessa ricerca,
incessante, di una terra più
profonda e consumata, ogni giorno più distante.

 

Iacyr Anderson Freitas


Postato il 11:24, 7/10/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Una panchina tra i tigli

 
Una panchina tra i tigli, un’età saggia e nessun metafisico azzurro. Magari la pioggia, le nuvole che passano, l’acqua sul viso. Il pane buono dei giorni.
Come qualcuno che ha visto tanto e sogna un quartetto d’archi nel tramonto, una viola nella neve.
 
Liliana Zinetti

Postato il 12:35, 7/8/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Acrostico - Encantadora

e ppure c’era qualcosa in mezzo al
n iente che avvolgeva come un manto le
c ose e mi portava lontano, forse cullata
a mmaliata forse da una musica strana da un
n odo che sciogliendosi nell’aria la faceva
t remare di dolcezza e mi sentivo sollevata creatura
a lata in mezzo al catrame all’odore cupo
d elle ciminiere, delle fabbriche che sputavano
o rrore e tutto questo ora non c’era più c’erano
r eti su cui si arrampicavano i fiori della passione
a desso mi arrampicavo anch’io, passione e fiore

 

Blumy


Postato il 12:33, 7/2/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Apprensioni

C'è questo muro bianco, sopra il quale il cielo
    crea se stesso -
infinito , verde, assolutamente intoccabile.
Vi nuotano angeli, e le stelle, anch'essi
    nell'indifferenza.
Sono il mio elemento.
Il sole si dissolve su questo muro, colando le sue luci.

Un muro grigio ora, artigliato e insanguinato.
Non c'è via d'uscita dalla mente?
Alle mie spalle gradini scendono a spirale dentro
   un pozzo.
Non ci sono alberi o uccelli in questo mondo,
c'è solo acredine.

Questo muro rosso sussulta in continuazione:
un pugno rosso, che si apre e si chiude,
due grigi sacchetti di carta -
è di questo che son fatta, di questo e del terrore
di essere portata via distesa sotto croci e una
    pioggia di pietà.

Su un muro nero, uccelli senza nome
ruotano il capo e gridano.
Non si parla di immortalità fra costoro?
Freddi vuoti ci muovono incontro;
avanzano frettolosi.


Sylvia Plath


Postato il 12:09, 6/26/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Datemi

Ci sono vele senza barche finestre senza case

radici   frutti senza alberi  specchi senza volti

e il mare 

il mare che rideva al soffio al mormorio del vento

tace oscuro

e non si fa più riflesso dell’alto azzurro

 

Datemi un’acqua nuova  un respiro  un seme

una luce che non sia ingannevole

una musica che non mi racconti fiabe d’immortalità

datemi una preghiera

sommessa e fiduciosa come quando

si sta dentro la madre e il mondo è lì

 

Blumy


Postato il 06:36, 6/19/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Io sono parente della morte

Io sono parente della Morte,
amo l'amore che svanisce,
amo baciare
chi se ne va.

Amo le rose malate,
bramose quando sfiorite, le donne,
i lucenti, i malinconici
tempi d'autunno.

Amo delle ore tristi
lo spettrale, monitorio richiamo
della grande Morte, della santa Morte
il sosia giocoso.

Amo chi è in partenza,
chi piange e chi si sveglia,
e nei freddi mattini brinati
i campi.

Amo la stanca rinuncia,
il pianto senza lacrime e la pace,
di saggi, poeti, malati
il rifugio.

Amo chi è deluso,
chi è invalido, chi si è fermato,
chi non crede, chi è malinconico:
il mondo.

Io sono parente della Morte,
amo l'amore che svanisce,
amo baciare
chi se ne va.

 

Ady Endre


Postato il 10:17, 6/17/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Milo De Angelis

Ci sono poesie che mi commuovono profondamente, perchè racchiudono, in poche parole, il senso della vita, dell'amore, della morte. E Milo De Angelis sa concentrare nelle sue poesie, peraltro esteticamente perfette, tutto questo. 

Tutto era già in cammino. Da allora a qui. Tutto
il tempo, luminoso, sfiorava le labbra. Tutti
i respiri si riunivano nella collana. Le ombre
di Lambrate chiusero la porta. Tutta la stanza,
assorta, diventò il primo battito. Il nero
dei tuoi capelli contro il giallo dell’ultimo raggio.
Da allora a qui. Era il primo giorno dell’estate.
Il silenzio ci riempiva la fronte. Tutto era
già in cammino, da allora, tutto era qui, unico
e perduto, nostro e remoto, ardente. Tutto chiedeva
di essere atteso, di tornare nel suo vero nome.


Postato il 12:25, 6/13/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Doors

Il mio campo ha spighe bruciate, polloni che mai esploderanno,
rami che si spezzano
e cercano un’alba esangue senza fiato nè attesa se non quella
di chiudersi su se stessa

- una porta consumata dal tempo, dagli insetti e dal tempo -

un no una sconfitta una genuflessione obbligata
e il peso è una croce di granito e non c’è rinascita
solo i corpi addormentati nella terra
e le bende che trasudano sangue.

 

Blumy


Postato il 05:30, 6/2/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Per un nuovo inverno

da Notti di pace occidentale, forse il libro più bello (escludendo i saggi) di Antonella Anedda, che considero una delle voci più alte della poesia italiana contemporanea.

per la morte di A.R.

Se non fosse che questo: giungere a un luogo
esattamente pronunciarne il nome, essere a casa.
Felice inverno adesso che il nuovo inverno è passato
da un inizio per noi ancora senza nome
non diverso dal varco estivo di reti
forse, un cerchio debole di lumi.
Intorno, solo piante
che non avresti fatto in tempo a scansare
acqua soffiata sulle pietre - grandine
che mai sapremo se è arrivata col suono
che faceva sui tetti là nel tuo tempo
nella bianca, umana pulizia dei bagni.
Finora solo passi recisi
che forse ascolti con ardente silenzio
e aria tra gli aranci mossi piano dai vivi.
Vedi qui nulla per la prima volta si perde.
Stamattina hanno battuto la terra
fredda - colma della gioia dell'acqua
ha dimenticato per te
la sbarra della sedia, la nuca rovesciata
il vento del cortile.
Così felice notte ora che di nuovo è notte
e non è vero che il gelo resti
e abbassi piano il pensiero
forse uno scatto invece schiude qualcosa in alto
molto in alto
una nota
oltre il becco oltre gli occhi lucenti di un uccello
una scheggia di collina - quella laggiù
serrata al tetto verde-bronzo della chiesa.
Felice notte a te
per sempre priva di abisso, una steppa dell'anima-sommessa
dove l'ulivo si piega senza suono
Gerusalemme della quiete
della quiete e del tronco che cerchia e incide la morte
che la succhia nel vuoto e nel vuoto la getta
e la macera piano.
Non ho voce, né canto
ma una lingua intrecciata di paglia
una lingua di corda e sale chiuso nel pugno
e fitto in ogni fessura
nel cancello di casa che batte sul tumulo duro dell'alba
dal buio al buio
per chi resta, per chi ruota.


 


Postato il 10:46, 5/30/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Quello che resta

Resteranno i violini di Dvorak

- suoneranno nell’aria
come fossero eterni -

e le formiche del tempo vuoto

le orme di un passaggio   leggère

percettibili appena

una chiave che non seppe aprire una porta

gli specchi abitati dal silenzio

le pagine del tempo malamente voltate

come un libro non letto

 

Blumy  2001



Postato il 01:14, 5/26/2008
Commenti (0) | Scrivi Commento | Link

Un albero


L’albero era cresciuto nella parte superiore del giardino,
alto, solitario, slanciato – la sua altezza forse
tradiva un’idea segreta d’intrusione. Non diede mai
fiori né frutti, solo un’ombra lunga che divideva in due