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mielenero

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-Mielenero-olio su tela- agosto 2005

 

Cigno


Scritto alle 5/2/2006 del 02:05

l'insostenibile

L’insostenibile

 

“Da quando l'uomo sa nominare ogni sua parte il corpo lo preoccupa meno.”

-l'insostenibile leggerezza dell'essere- Milan Kundera.

 

 

Ogni personaggio nasce in modo artificiale, inutile nasconderlo. Come  Tereza che si alza tutte le mattine che ancora il sole deve spuntare. Si beve un caffè e ingurgita tre biscotti, a volte quattro e si convince che oggi ce la può fare meglio di ieri.

Come Claudio. Che crede di essere importante perché sa farsi rispettare a lavoro.

Come Luigi, che pensa che la felicità sia un albero con le radici ben affondate nel terreno. Quindi una famiglia come si deve, senza nessuna anomalia da lasciar trasparire.

Come Francesca troppo ingenua per non farsi usare.

Come Marina che si comporta da uomo per non farsi ferire.

Come Luisa che si sente terribilmente attratta dai soldi.

Come Maria che non si è mai innamorata eccetto che del suo gatto bianco.

Ma torniamo a Tereza che esce di casa appena ha iniziato a piovere e le si appannano gli occhiali, quindi deve toglierli, poggiare la valigetta, cercare un fazzoletto di carta. Li pulisce, li calza di nuovo e prosegue dimenticandosi la valigetta sul marciapiede. Si dirige alla fermata dell’autobus in via Centostelle e dopo qualche minuto sente come una sensazione di inspiegabile disagio, come se le mancasse qualcosa, ma ancora non riesce a realizzare.

Finiamo sull’autobus insieme a Tereza che si ferma un po’ più in la del dovuto e la costringe a fare otto passi per montarci. siamo subito travolti da un calore inatteso di odori agri e forti. C’è una zingara che sta vagando alla ricerca della borsa più appetibile. Si è spruzzata una essenza sulla mano sinistra, non sa bene neanche lei di che si tratta, ma è un regalo di sua madre, avvicina la mano al viso di chi devi derubare, le ha detto, vedrai che sarà più facile far entrare la mano nella borsa. Si decide per una ragazza con una borsa bizzarra e pelosa, con il laccio lungo e morbido.

 

(frammento in costruzione...)

-Mielenero-


Scritto alle 1/2/2006 del 06:21

ciò che rimane



Non so, forse farsi inghiottire
da un albero
o passare qualche anno
al tuo fianco come
cadavere-di-sposa-isterica
quando tutto finisce,
anche le mani riflesse
sul fondo della bottiglia,
quando le arance dimagriscono
e si fanno liquide
nella tristezza
di uno stomaco sempre vuoto

Non so, forse farsi inghiottire
da un albero
 è ciò che rimane.



dipinto mielenero - olio su pannello


Scritto alle 31/10/2005 del 04:54

firenze


foto - Mielenero


Scritto alle 20/10/2005 del 11:32

dentro al cuore

era tardi e bruciavano i vetri,
seduta senza dovermi più muovere
amami, ho pensato,
amami finchè avrai fiato in gola,
finchè la morte non ti consola.
Al lampadario girandole
appese per una festa.
Sono briciole, lo so,
come io, qui, in questo momento
che pretendo che qualcosa
cambi
stando ferma.




DENTRO AL CUORE

disegno di Mielenero


Scritto alle 20/10/2005 del 11:19

Firenze


Scritto alle 1/10/2005 del 12:04

Londra


Scritto alle 30/9/2005 del 11:57

la tua testa è una luna stretta.

 hai visto quanto riesco a ridere?
è come riempire i vuoti che scendono,
come tenere unite le mani
fingendo dolore,
come parole bianche
fra le mosche .

Le farfalle sporche
se ne sono andate,
solo una è rimasta posata
sul dorso di un rinoceronte ignorante,
ma è soltanto un caso,
un amore che poco può durare.
Solo un attimo di unione,
un contatto breve
e fugace.

Poi lui riprende a camminare
con passi pesanti
portandosi dietro
le sue rughe sempre più grigie.

Lei andrà lontano danzando
sull'aria con le ali incrinate.


Scritto alle 21/9/2005 del 09:40

Uno come mille

 

 

Gli occhi chiusi nella stanza. La stanza dentro di me che continua a girare.

Aspetto fuori dalla porta convinto che tutto dipenderà da me, da quello che sarò in grado di fare, di dire, dal tono della mia voce, dalle vene che mi premono sul collo. Da quanto riuscirò a iniettarmi gli occhi di veleno, dal tremore sulle labbra, il sudore sulle tempie e i capelli sporchi.

Sono dodici anni che scrivo e che faccio una vita di merda. Sono stanco, penso. Sono stanco di non contare un cazzo per nessuno. Di non avere quel che merito, e se non lo merito non me ne fotte, lo voglio, adesso lo pretendo, come chi non merita come me, come chi merita meno di me e lo ottiene ugualmente.

Si può arrivare a questi punti solo quando si è completamente fatti di cervello.

Si può arrivare a morire di fame per scrivere. Per opporsi, per ottenere quello che vuoi, per lottare per ciò che hai. Si può morire di fame per coraggio, per scrivere, per correre dietro a sogni che sono sempre più lontani, per sorridere, per credere, per pura gioia.

Scrivere per pura gioia, per il piacere di farlo. Senza pensare al target, alla casa editrice potente, alle idee vendibili, alle frasi che tornano e che possono ‘arrivare’ nel modo giusto, corretto, scorrevole, privo di emozioni.

Faccio un passo indietro e continuo a dirmi che devo andare oltre quella porta, che questa è l’ultima carta da giocare. Non ho altre possibilità e non posso tornare indietro, certo che no, non posso se penso alle fatiche che ho fatto, alle decisioni fredde e nette, al dolore, alle inadeguatezze.

Ripercorro in un attimo il mito a cui mi sono ispirato, un Bukowski morto di fame che poi ha trovato il successo, ma che comunque ha vissuto una merdosissima vita di merda prendendosi un monte di calci in culo. Aveva la faccia devastata dall’acne, come me, gli occhi gonfi e le labbra sporgenti, era di una bruttezza quasi inquietante, un vecchio nonno, alcolizzato, sporco e molesto.

Ed io sarei il suo mito, il suo migliore amico. O forse sarei una cicca come tante, da schiacciare nel posacenere.

Probabilmente non sarei niente per lui, mentre lui è diventato tutto per me.

È diventato lo schifo che sono.

È diventato il coraggio che sono.

La merda che sono.

La mia mano ha più dignità del resto del mio corpo se penso che è il mezzo che mi apre al coraggio di entrare, è la mano che, sudata, stringe la maniglia della porta, il resto è solo conseguenza.

Quando entro nella stanza sento odore di tabacco e la cosa mi fa sentire bene, quasi mi calma. L’uomo seduto alla scrivania mi rivolge uno sguardo che non nasconde un certo ribrezzo. Provo piacere in questo. Provo piacere, ormai, nel fare schifo per il mio aspetto. Per le cicatrici, per la pancia larga, per i vestiti sporchi, per tutto quello che va al di fuori, stando oltre il limite della normalità.

Mi chiede di cosa ho bisogno e quando gli dico chi sono rimane perplesso. È che proprio non si ricorda, mi dice, ci sono così tanti scrittori, così tanti manoscritti che arrivano ogni giorno. E lui, certo, non può tenere a mente il nome di tutti.

Forse vorrebbe chiedermi chi mi ha fatto entrare, con che scusa sono salito fino ai piani alti. Ma credo abbia paura di essere troppo esplicito. Pensa, probabilmente, che è più comodo essere diplomatici in questi casi, si accende una sigaretta senza offrirmene una e non si preoccupa di chiedermi di accomodarmi. Mi tratta come una donna delle pulizie di passaggio, capitata per sbaglio, o un segretario distratto che passa dal suo ufficio per lasciare comunicazioni rapide. Ma mi piace pensare che siamo allo stesso livello. Che anche lui, a suo modo, è un perdente, un uomo di merda che ha un sacco di problemi da nascondere, un sacco di bugie da dire a se stesso, ogni mattina. Deve far fatica a radersi guardandosi allo specchio. Radersi bene comporta una certa dose di sincerità con se stessi. Io non lo faccio da tempo.

Mi siedo lentamente sorridendo in modo poco garbato mostrando i denti gialli e bacati.

In cosa posso esserle utile? mi dice, aggrottando le ciglia vagamente spazientito, prestando pochissima attenzione al fatto che sono un essere umano irascibile.

Mi appoggio sulle gambe la borsa di pelle lisa che mi porto dietro da anni, tiro fuori la busta, la apro lentamente mentre lui mi osserva in modo interrogativo, poi con gli occhi stretti gli sbatto il mio manoscritto fra le mani.

Se non me lo pubblichi mi ammazzo, gli dico.

Avevo in mente anche di tirar fuori il coltello e mettermelo sotto la gola, ma per la troppa emozione ho parlato prima di agire, sono stato troppo rapito, lo so. Avrei dovuto dimostrare più autocontrollo.

Anche lui reagisce in modo svelto ma molto più determinato.

Leggeremo-e-le-faremo-sapere. Pronuncia le parole in rapida successione, attaccandole insieme per risparmiare spazio.

Rimane impassibile. Stabile. Privo di emozioni.

Adesso, se non le dispiace, mi dice, facendo un gesto molto chiaro in direzione della porta.

 


Scritto alle 20/9/2005 del 07:09