Sulle tracce di Socrate
Filosofia e «psicosofia»
Indice
1. Per introdurre: la «psicosofia» come terapeutica dello spirito
2. Apollo e la sapienza
3. L’uomo Socrate
4. La missione del dio
5. La sapienza umana
6. L’esperienza del daimon
7. Il dialogo socratico
8. La maschera dell’ironia
9. La maieutica
Per introdurre: la «psicosofia» come terapeutica dello spirito
Si sa, l’antica Grecia è la culla della filosofia, quel particolare procedimento spirituale che segna l’intero pensiero dell’Occidente. Eppure, pare che oggi non siamo più in grado di raccoglierne l’eredità: questo vale tanto per la filosofia «cristiana» medievale o per la filosofia «scientifica» moderna, quanto per gli esiti del pensiero «debole» della postmodernità. Ci si dimentica semplicemente che la filosofia è, di per sé, un «esercizio spirituale». L’aggettivo /spirituale/, nonostante la sua ambiguità, è il migliore che abbiamo a disposizione per definire la natura della pratica filosofica. Si potrebbe parlare di filosofia come ‘esercizio intellettuale’, se non fosse per il fatto che gli aspetti intellettuali della ricerca filosofica (la definizione, l’analisi, il sillogismo...), pur assai importanti, non riescono a coprire l’intero suo campo d’azione.
La tesi di questo libro è che la filosofia deve tornare ad essere una «terapia», com’era concepita al suo sorgere: né più né meno che una terapeutica dello spirito. Ciò che la filosofia è diventata, invece, è sotto gli occhi di tutti: una disciplina puramente accademica e intellettualistica, senza radici a terra, al punto che qualcuno, non senza ragione, l’ha potuta definire come una di quelle cose per le quali , sia che esistano sia che non esistano, il mondo rimane tale e quale. Gli antichi non la pensavano così. Di sicuro, così non la pensava Socrate, come vedremo nelle prossime pagine.
Se la filosofia progressivamente si intellettualizza, la pratica della nuova scienza psicologica rischia di assumere esclusivamente i contorni di una «tecnica» per modificare il comportamento umano, perdendo la dimensione della sofìa, della saggezza che stabilisce l’orizzonte di senso di ogni prassi. Diventa una psicologia senza psychè, senza anima, e si riduce facilmente a strumento funzionale al sistema di potere.
Di contro, una psicologia che intenda custodire la vitalità necessaria ad affrontare il disagio dell’uomo contemporaneo, una psicologia che scelga l’individuo e il suo destino spirituale, ma che sia anche capace di risvegliare una coscienza collettiva, ebbene, una psicologia del genere ha bisogno di recuperare le sue profonde radici filosofiche e rifondarsi come «psicosofia».
In definitiva, la psicosofia recupera la pratica filosofica in quanto metodo di formazione dell’individuo. Così come era intesa dall’antico filosofo ateniese. Ma il recupero di una tale pratica filosofica non può non avvalersi delle scoperte della moderna ‘psicologia del profondo’ - a partire dalle geniali intuizioni di Freud -, rivelatasi tanto capace di penetrare le profondità della psychè e di liberarne le potenti forze inespresse. Dedicheremo alla psicoanalisi la seconda parte di questo scritto.
Tuttavia, la psicosofia non vuole essere una psico-logia: non è una scienza, e neppure ambisce ad esserlo, e in questo si diversifica dalla psicoanalisi. E’ invece una saggezza pratica che si orienta sulla psychè, cioè sulla dimensione profonda e originaria dell’uomo. Ritengo che tale saggezza costituisca la base di ogni filosofare, di ogni amore per la conoscenza, che non si presenti, come già infinite altre volte, un arrogante e sterile tentativo di individuare quel fondamento ontologico capace di rassicurare i nostri sonni notturni. Almeno da Nietzsche in poi questa ricerca del fondamento si è rilevata per quello che è: un’illusione.
Apollo e la sapienza
“Il re del tempio, Apollo l’obliquo,
coglie la visione attraverso il più diritto dei confidenti,
l’occhiata che conosce ogni cosa.”
Al dio di Delfi, Apollo dall’occhio penetrante, è da attribuire il possesso della sapienza, il gettare luce nell’oscurità. Apollo è ambiguo. Dice Eraclito:
“Il signore, cui appartiene l’oracolo che sta a Delfi, non dice né nasconde, ma accenna”.
(Frammenti, 93)
La profetessa di Delfi è tale in quanto è posseduta dalla «manìa», dal momento che “i più grandi doni ci provengono proprio da quello stato di delirio datoci per dono divino”. Tuttavia, chi è posseduto dal dio non è sapiente, è solo un tramite della sapienza divina, perché “chi possegga intelletto è incapace di poetare e di vaticinare”. La divina «manìa» è dunque un dono contingente, fortuito, un’irruzione della sapienza del dio nella coscienza di un essere umano del tutto ordinario.
La forma comunicativa della sapienza di Apollo è l’«enigma», che non è altro che la manifestazioni nel logos di ciò che è divino, impenetrabile, indicibile. L’enigma è quindi collegato alla sfera mistica e misterica. Nel Fedone platonico si afferma che “coloro che hanno disposto le mistiche iniziazioni, non sono affatto gente da nulla, ma davvero, fin dai tempi antichi, hanno voluto esprimersi sotto forma di enigma, indicando che chiunque giungerà profano alla casa di Ade e senza essere stato iniziato, sarà sommerso nel pantano; al contrario, chi è stato purificato e iniziato, una volta giunto colà, prenderà dimora insieme agli Dei”. Gli iniziati di cui parla Platone sono i filosofi, coloro che hanno esercitato “quel loro amor di sapienza” con impegno costante.
Ciò che ha permesso l’emergere della filosofia (così come noi oggi l’intendiamo), dall’antica sapienza, è la «dialettica», questa oggettivazione degli opposti, nel suo senso originario di arte della discussione, reale, tra persone viventi. Nasce sul terreno dell’agonismo, quando lo sfondo religioso si è ormai allontanato.
Il procedimento dialettico si articola attraverso una lunga serie di domande, le cui risposte costituiscono i singoli anelli della dimostrazione. La domanda è l’aspetto decisivo del procedimento, è ciò che pone la prospettiva, la direzione all’interno della quale può essere trovata la risposta. Ma perché tale risposta sia significativa, la domanda deve essere formulata correttamente: ne consegue che porre domande è più importante che non offrire risposte, anche se, superficialmente, appare il contrario. Per chi non vuole avvicinarsi alla verità, ma solo avere la meglio nella discussione, domandare è più agevole, perché non corre il rischio di rimanere in imbarazzo di fronte ad una domanda a cui non sa rispondere. Ma colui che è libero da questo agonismo intellettuale e insegue onestamente e appassionatamente la verità, non ha alcuna remora psicologica nel rispondere alle domande dell’interlocutore.
Come appare nei dialoghi socratici, chi crede di sapere, in realtà non sa domandare, non sa condurre il procedimento dialettico secondo la direzione più promettente. In caso contrario, al termine di questa catena deduttiva, emerge la proposizione che contraddice la tesi iniziale dell’interrogato. Secondo Aristotele, “i ragionamenti dialettici sono quelli che partono da opinioni accreditate per far cadere in contraddizione l’interrogato”. Socrate utilizzava questo procedimento, inseguendo il tì estì, il che «cos’è», la definizione della cosa intorno alla quale ruotava la discussione. Questa la testimonianza di uno dei suoi discepoli, Senofonte:
«Quando poi [Socrate] discuteva una questione, procedeva mediante princìpi concordemente ammessi, ritenendo che questo era l’unico metodo sicuro. [...] Perciò, stando con gli amici, non cessava mai di esaminare che cosa sia ciascun oggetto.»
(Memorabili, IV 6)
Apollo è terribile. E’ chiamato «colui che colpisce da lontano». Il suo arco allude ad un’azione indiretta, mediata, differita. La caratteristica apollinea di colpire da lontano, s’incarna tipicamente nei labirinti concettuali dell’interrogante dialettico. Inoltre, la dialettica ha un esito distruttivo, perché ogni tesi può essere confutata dall’interrogante.
Eppure, Apollo è anche benigno, come sta a designare la sua lira. “Armonia contrastante, come dell’arco e la lira”, dice Eraclito. Secondo il suo pensiero, ogni coppia di contrari è un enigma, il cui scioglimento è l’unità, la sapienza divina che vi sta dietro. Il sapiente è colui che riesce ad andare oltre questi esiti distruttivi, vincendo la sfida apollinea e il nichilismo totale. Il sapiente, quindi, si rivela tale non per le sue posizioni teoretiche, ma per il suo atteggiamento di fronte alla vita e alla conoscenza.
La pratica filosofica si svolge necessariamente all’interno di una scuola, di una cerchia di persone che portano avanti una comune ricerca e condividono un certo stile di vita. Senofonte, in un altro passo dei Memorabili, riporta la seguente opinione del maestro:
«Diceva che il vocabolo ‘dialettica’ deriva dall’uso di riunirsi insieme per discutere, distinguendo le cose per generi.»
Non si educa attraverso un libro (o attraverso uno schermo, secondo certi attuali orientamenti pedagogici). Attraverso un libro, o uno schermo, si può istruire, si possono trasmettere nozioni..., ma formare spiritualmente, questo proprio no. In questo senso, è necessario modificare il nostro modo di leggere gli autori antichi, a partire dagli stessi dialoghi socratici. In questi scritti, c’imbattiamo, innanzitutto, in preoccupazioni di tipo educativo, formativo, e vi si trovano riflesse le esigenze di una comunità, o politiche. Non è tanto importante la costruzione teorica, quanto determinare un metodo inteso a formare una nuova maniera di vivere e vedere il mondo, di trasformare l’uomo. “Facere docet philosophia, non dicere”, sentenzia lo Pseudo Galeno e, secondo Epitteto, “la nostra sola occupazione deve essere la nostra guarigione”, guarigione che consiste nel recupero dell’unico piacere autentico, il piacere di essere, la semplice gioia di esistere.
L’uomo Socrate
Dall’Apologia di Platone sappiamo che ai tempi del processo che lo porterà alla morte, nel 399 a.C., Socrate aveva circa settant’anni. Ciò significa che il filosofo ateniese nacque intorno al 470 a.C., figlio di Sofronisco, uno scultore (cioè un lavoratore del marmo), e di Fenarete, una levatrice. Probabilmente Socrate, da giovane, fu introdotto dal padre alla sua stessa professione. Del resto, Pausania gli attribuisce la paternità di un paio di statue collocate all’uscita di Atene, nei pressi dell’Acropoli.
Sia vera o no questa notizia, resta il fatto che Socrate, ancora giovane, abbandonò la strada paterna per dedicarsi alla sua ricerca filosofica, riducendosi, così, in povertà, ma ritenendo, comunque, che quel poco che possedeva soddisfacesse appieno i suoi bisogni.
In età matura, per una decina d’anni (432-422 a.C.) fu impegnato in tre campagne militari, a Potidea, a Delio e ad Anfipoli. Durante la prima, addirittura, si distinse eroicamente, salvando la vita ad Alcibiade, come lo stesso riconosce nel dialogo platonico del Simposio. La testimonianza di Alcibiade tratteggia la figura di Socrate come un uomo forte nel sopportare i disagi, sprezzante dei bisogni del corpo, coraggioso e sicuro di sé.
«Per cominciare, nelle fatiche non solo era superiore a me, ma a tutti quanti. Quando, rimasti isolati in qualche parte, come avviene in guerra, ci capitava di dover sostenere la fame, gli altri, in confronto, non valevano nulla in resistenza.
[...] Quanto a sopportare l’inverno - perché là erano tremendi - faceva miracoli e, fra le altre cose, una volta che c’era un gelo da inorridire e tutti stavano rintanati dentro o se uno usciva si avvolgeva in una incredibile quantità di panni, si calzava e si fasciava i piedi con feltri e pellicce, lui con un tempo simile, se ne usciva con questa gabbanina che ha sempre, e scalzo camminava sul ghiaccio, più tranquillo che tutti gli altri tutti iscarponati. E i soldati lo sbirciavano credendo che li volesse mortificare.
[... Una volta] tutto assorto in qualche idea s’era piantato ritto lì, fino all’alba, meditando; e poiché non ne veniva a capo, continuava, ritto in piedi, la sua ricerca. E già era mezzogiorno e alcuni uomini se ne erano accorti e, meravigliati, dicevan l’un l’altro: “Socrate se ne sta lì impalato dall’alba in qualche pensiero”. Alla fine, alcuni Ioni, scesa la sera, dopo aver cenato - poiché allora era estate - portarono fuori i giacigli e si misero a riposare all’aperto e nello stesso tempo a controllare se stesse piantato lì tutta la notte. Ed egli vi stette finché fu l’alba e si levò il sole.
[...] Quando ci fu la battaglia per la quale gli strateghi mi decorarono al valore, nessun altro mi slvò se non lui, che non volle abbandonarmi ferito: anzi, portò in salvo le armi e me stesso. Ed io, o Socrate, anche allora pregai gli strateghi che premiassero te: né di ciò puoi biasimarmi né dire che sia falso. Ma gli strateghi, considerando la mia posizione sociale, volevano insignire me, e tu stesso fosti più sollecito di loro perché il premio lo ricevessi io e non tu.
[...] Quando l’esercito si stava ritirando in rotta da Delio, mi capitò appunto di essergli accanto, io a cavallo e lui a piedi, come oplita. [...] Io avevo meno da temere, perché ero a cavallo, ma lui [...] mi pareva che anche là camminasse come qui, Aristofane, come tu dici “tutto gonfio e sbirciando di traverso”, e squadrava con calma amici e nemici mostrando chiaro ad ognuno anche di lontano che se qualcuno avesse toccato quest’uomo, con gran forza si sarebbe difeso.»
(Simposio, 219e-221b)
Pare che Socrate si sia sposato in età avanzata, tra i cinquanta e i cinquantacinque anni. Dalle testimonianze emerge chiaramente che la moglie Santippe avesse un carettare particolarmente animoso. Eppure, Socrate non mostrava insofferenza per la moglie. Ciò emerge nel dialogo con il figlio maggiore, Lamprocle, riportato da Senofonte nei Memorabili, dove Socrate difende Santippe dalle critiche del figlio esasperato dalle intemperanze della madre. Così come emerge anche da un passo di un’altra opera di Senofonte, il Simposio, che riporta la conversazione avvenuta a seguito dell’esibizione di una ballerina particolarmente aggraziata. Ebbene, Socrate in quell’occasione afferma:
(segue parte seconda)
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